13/10/2008

Jay McInerney

A costo di sembrare provinciale a quelli che assegnano il Nobel confesso, casomai ci fossero dubbi, di avere una formazione letteraria molto nordamericana, newyorkese. Jay McInerney è un autore che apprezzo, uno con il quale andrei volentieri a bere per chiedergli di lui, Raymond, Breat, Candace. Questo articolone è stato pubblicato dal Corriere e anche se online i testi lunghi non funzionano consiglio di leggerlo tutto. Spiega e rende narrativamente interessante la crisi economica e sociale più di mille testi di Paul Krugman che ha vinto il Nobel per l’Economia e comunque siamo contenti leggendolo sempre sul New York Times.

 

 

Dal Corriere della Sera

 

LA CRISI FINANZIARIA VISTA DALLOO SCRITTORE DI «LE MILLE LUCI DI NEW YORK»

 

La seconda morte degli yuppie

 

La parabola degli anni Ottanta si rispecchia nel crollo di oggi

 

di JAY McINERNEY

 

 

Ho sentito per la prima volta la parola «yuppie » nell'83, quando vivevo nell'East Village. Allora dividevo un appartamento con il mio miglior amico, scrivevo il primo romanzo e mi guadagnavo da vivere come lettore di dattiloscritti a Random House. Mi stavo godendo una prima colazione a mezzogiorno, da Veselka, sulla Second Avenue, ancora in preda alla sbornia della notte prima (...). In precedenza, mi fermavo da Binibon, ma proprio sul marciapiede Jack Henry Abbott aveva pugnalato il cameriere-drammaturgo Richard Adan e dopo il fattaccio il locale era stato chiuso per mancanza di avventori. Seduto accanto a me al bancone c'era un pittore, che viveva nel quartiere e amava pavoneggiarsi con gli abiti schizzati di vernice, e a un tratto l'ho sentito borbottare, «Yuppie di merda ». Ho alzato lo sguardo e ho visto una giovane coppia elegante, ovviamente di buona famiglia, del tipo preppy per intenderci, che aspettava che si liberasse un tavolo. I due ragazzi sembravano provenire dai quartieri alti dell'Upper East Side, pantaloni cachi e camicia di cotone. Noi invece eravamo tutti uniformemente anticonformisti nei nostri jeans neri, Ramones nere ai piedi e T-shirt con i logo delle TV. (...) Questo «yuppie» mi suonava nuovo.

 

Pare che il termine sia apparso per la prima volta nel 1983, quando l'opinionista Bob Greene scrisse un articolo sull'ex leader yippie Jerry Rubin, che organizzava incontri sociali allo Studio 54. In quel giro, a detta di Greene, c'era un tale che giurava che Rubin, da capo degli yippie, era diventato capo degli yuppies. Il neologismo stava per Young Urban Professionals (giovani professionisti metropolitani) e sarebbe passato alla storia come yup, se non fosse stato per Rubin. Il termine yuppie suggeriva una certa traiettoria evolutiva — o involutiva — rispetto a hippie e yippie. E vantava una storia avvincente: la duplice ironia del perditempo rivoluzionario che si trasforma in imprenditore e capitalista convinto; sullo sfondo, un'atmosfera fascinosa screziata di fatuo edonismo, per non parlare dell'acronimo arguto, che descriveva a puntino una nuova minoranza immediatamente riconoscibile(...).

 

Il tono con cui si pronunciava la parola yuppie sulla East Fifth Street si caricava progressivamente di odio e disprezzo man mano che i prezzi immobiliari nell'East Village schizzavano verso l'alto. Nel corso di decenni di relativa stabilità, la zona era diventata il bastione degli immigrati dall'Europa orientale e dei giovani artisti. È facile dimenticare, a distanza di tanto tempo, che questa era anche una zona di guerra, dove scippi e stupri erano all'ordine del giorno e non facevano nemmeno più notizia. Gli Hells Angels imperversavano sulla East Third Street, e al calar della notte si andava a est della Second Avenue a proprio rischio e pericolo. I poliziotti non ci mettevano piede. La East Tenth, oltre la Avenue A, era un supermercato della droga, con spacciatori minorenni che sgattaiolavano dentro e fuori da palazzi fatiscenti. In realtà, vasti settori della città erano invasi dalla sporcizia e in mano alla criminalità. Persino il West Village era assai deprimente in confronto a oggi e a Times Square regnava uno squallore spettacolare. Andate a rivedere Taxi driver o The French Connection se volete rivivere l'atmosfera di queste zone, allora ridotte a un deserto urbano.

 

Ma non si trattava solo di estetica. A quei tempi New York era una città, nel complesso, molto più provinciale di oggi, suddivisa a seconda dell'etnia e del ceto sociale. A Little Italy abitavano in preponderanza gli italiani, mentre l'East Village contava per lo più ucraini. I ricchi Wasp (bianchi anglosassoni protestanti) vivevano invece nell'Upper East Side, a ovest della Third Avenue, e Harlem, ovvio, era al 99 percento nera. Molti bianchi avevano il terrore mortale di appisolarsi in metropolitana e di svegliarsi in corrispondenza della 145a Strada. La classe media bianca defluiva poco a poco dalla metropoli, dove imperversava la criminalità e l'eroina dilagava come un'epidemia (...). Questa era la Manhattan prima dell'arrivo degli yuppies, una città, oserei dire, alla disperata ricerca di riscatto e di rilancio (...).

 

Reagan spiana la strada agli yuppies

 

Il mondo artistico dell'East Village, inaugurato dall'apertura della Fun Gallery di Patti Astor nel 1981, era già lanciato alla grande per la fine dell'83. Le gallerie attiravano i clienti danarosi, ovviamente disprezzati proprio dagli artisti dell'ambiente. Gli yuppies, appena identificati come tali, incarnarono subito la principale contraddizione del settore artistico, che oggi diamo quasi per scontata: sono proprio gli esponenti della borghesia i consumatori finali di tutto quello che l'arte produce al fine di épater la bourgeoisie.

 

Basquiat certo non vendeva le sue tele da cinquantamila dollari agli amici tossicodipendenti.

 

Sin dall'inizio, si percepiva una certa confusione soggetto/oggetto nel concetto di yuppie, quasi una riflessione sul fenomeno, del tipo «abbiamo conosciuto il nemico ed è dentro di noi». A parte gli occupanti abusivi del centro città, era difficile talvolta trovare un abitante di Manhattan che non avesse adottato il nuovo stile di vita in qualche sua sfumatura. L'iscrizione alla palestra ti qualificava come yuppie? E sniffare cocaina? O mangiare pesce cru do? Quando ho sentito un agente cinematografico che scagliava sprezzante quell'epiteto contro un gruppo di banchieri all'Odeon, mi sono chiesto che fine avessero fatto i classici oggetti di lancio, quali pentole e piatti.

 

A livello nazionale, il terreno era stato preparato dall'elezione di Ronald Reagan alla presidenza, l'ex attore con il sorriso Colgate accompagnato dall'imperiosa Nancy, sua moglie. La signora Reagan sborsò 25.000 dollari per il guardaroba dell'inaugurazione, mentre per rinnovare gli arredi dell'appartamento presidenziale alla Casa Bianca non esitò a spendere 800.000 dollari. Pare che a quei tempi fossero un sacco di soldi, a giudicare dallo stupore con cui la cifra passava di bocca in bocca. Per il servizio di porcellana, la fattura fu di 209.508 dollari, che sembrano tanti ancora oggi. Che lusso! Dopo gli anni di Jimmy Carter, che compiangeva il malessere nazionale e ci raccomandava di ridimensionare le aspettative e trasportare da soli le nostre valigie, i Reagan irruppero sulla scena come fautori inconsapevoli della bella vita. I consumi sfrenati erano una buona cosa. In America era spuntato finalmente il sole, secondo Reagan, quasi a voler dire che gli anni Sessanta erano davvero finiti.

 

All'epoca non lo sapevamo, ma la nascita della nuova specie potrebbe risalire al 22 settembre del 1982, con la prima puntata di Family Ties (in Italia «Casa Keaton ») e l'apparizione di Michael J. Fox nei panni di Alex Keaton, il giovane repubblicano con la ventiquattrore in mano. A ripensarci, sì, Keaton era proprio il proto-yuppie. Nato in Africa da genitori hippie impegnati in interventi umanitari, Keaton porta la cravatta anche in casa, adora la ricchezza, il successo negli affari, Ronald Reagan, e sogna di far carriera a Wall Street. La serie conobbe sette stagioni, dall'82 all'89, e illustrò una strana inversione culturale in cui una nuova generazione conservatrice accantonava tutti i valori liberali dei padri. Gli ideatori della serie, invece, intendevano focalizzare l'attenzione sui genitori, ma il giovane repubblicano ben presto si accaparrò le luci della ribalta. Se sulle prime Keaton poteva apparire un'anomalia, nel giro di brevissimo tempo si trasformò nell'avatar dello Zeitgeist.

 

«Chi sono tutti questi tipi ambiziosi, con le bottigliette d'acqua firmata, scarpette da corsa, parquet anticato e appartamenti da mezzo milione di dollari in quartieri degradati?» chiedeva la rivista Time il 9 gennaio del 1984. «Gli yuppies», ci veniva spiegato, «si dedicano al duplice obiettivo di fare un mucchio di soldi e di raggiungere la perfezione, grazie alla cura del fisico e della mente, con palestra e psicoanalisi» (...).

 

La cocaina, droga simbolo di un'epoca

 

Come gli hippie, gli yuppies erano anch'essi figli del dopoguerra, pronti a ribellarsi contro i genitori. Ma gli yuppies non rifiutavano tanto la politica dei padri, quanto i loro gusti e le restrizioni finanziarie. Gli yuppies erano apolitici. Vivere nelle metropoli, per loro una condizione essenziale, era forse la reazione alle periferie, dove molti erano cresciuti. L'epicureismo di cui andavano fieri rinnegava probabilmente i cibi pronti, in scatola o surgelati, della loro infanzia. E in quanto ad ambizioni, beh, le Bmw e i loft da 450 metri quadrati non costavano certo poco, nemmeno nel 1984. Ma ovviamente si trattava di ben altro, malgrado le caricature, poiché l'etica del far sempre di più e sempre meglio si estendeva anche al campo fisico. Sembra incredibile, ma nel 1979 c'erano davvero pochissime palestre a Manhattan.

 

Il mio primo romanzo, Le mille luci di New York, fu pubblicato nel settembre del 1984, anche se ambientato qualche anno prima, in una New York più sporca e meno ricca. Quale non fu la mia sorpresa quando il Wall Street Journal mi definì portavoce degli yuppies. Il protagonista del romanzo è un anonimo impiegato e aspirante scrittore sempre sull'orlo della povertà, ma se non vado errato non mangia pesce crudo. Il suo miglior amico, Tad Allagash, è più simile a uno yuppie, un pubblicitario con accesso a tutti i posti giusti, un ragazzo dei quartieri alti che bazzica anche in quelli bassi. E i due insieme sniffano cocaina, conosciuta come «Polvere boliviana per la marcia», che sarebbe diventata la droga emblematica degli anni Ottanta, come l'Lsd lo era stato per i Sessanta.

 

Per un breve periodo, la cocaina era parsa la droga perfetta per i giovani brillanti e ambiziosi. Tutti sapevano che l'eroina provoca assuefazione e che le anfetamine uccidono, ma la cocaina sembrava innocua. Ti aiutava a star sveglio di notte, e anche il giorno dopo, e se ti sentivi un po' giù, ti rimetteva in sesto meglio di un caffé doppio. Un amico mi fece notare nel Village Voice l'annuncio di un'associazione chiamata Cocaina Anonimi. La scoperta provocò grande ilarità. Era come se ci fossimo imbattuti in una pubblicità per Soldi Anonimi, o Caviale Anonimi. (A quei tempi, l'idea dei sessodipendenti ci avrebbe fatto stramazzare a terra dalle risate). Semplicemente, non credevamo fosse possibile esagerare con una sostanza talmente congeniale. In parte, questo dipendeva dalle nostre limitate risorse, dato che tutti gli amici del mio giro lavoravano nel campo artistico ed editoriale, assai poco remunerativo. Non potevamo permetterci quantità esagerate. Ma anche chi poteva, pensava di aver scoperto il segreto del moto perpetuo. A causare la morte di John Belushi, nel 1982, era stata l'eroina, ci ripetevamo, non la cocaina, anch'essa presente nella tremenda miscela che gli aveva stroncato il cuore.

 

 

Sarebbe trascorso quasi l'intero decennio prima di renderci conto che anche con la cocaina c'era un limite. Per qualche motivo, eravamo sicuri che non ci sarebbero stati conti in sospeso da pagare.

 

E all'improvviso, la coca era dappertutto: a Wall Street, Madison Avenue, Seventh Avenue.

 

La coca è stata la metafora perfetta per la cultura del consumo incontrollato, una cultura fondata sul credito e convinta che sia possibile rimandare all'infinito ogni conseguenza spiacevole. La cocaina è letteralmente un cane che si morde la coda: in nessun momento si raggiunge mai la pienezza, la realizzazione, in rapporto al consumo dell'esatto numero di righe. La soddisfazione è sempre dietro l'angolo, una riga più avanti. Ed è stato così che molti di noi hanno imparato che tutto quello che va su, prima o poi torna giù, una lezione ribadita il 19 ottobre del 1987, con il tonfo della Borsa americana dopo un lungo periodo di rialzi pazzeschi.

 

Qualche mese dopo quel Lunedì Nero, Newsweek dichiarò che gli yuppies erano ormai estinti e da allora vari commentatori ne hanno stilato il necrologio. Il più sconvolgente è stato un romanzo dal titolo American Psycho, pubblicato nel 1991 da Bret Easton Ellis, in cui il commiato al materialismo di quell'era è talmente esauriente da apparire definitivo. Patrick Bateman è il super- yuppie, con in più l'hobby della tortura e del delitto. I suoi gusti sono impeccabili, e il buon gusto è appunto prerogativa di questa specie.

 

Se qualcuno chiede, come ha fatto di recente mio figlio, «Che cos'è uno yuppie?», basta gettare uno sguardo a Bateman: «Ho sudato come un pazzo in palestra dopo aver lasciato l'ufficio, ma la tensione è tornata, allora faccio 90 addominali, 150 piegamenti e poi corsa sul posto per venti minuti mentre ascolto il nuovo cd di Huey Lewis. Una doccia calda e subito dopo applico sul viso il nuovo scrub dermolevigante Caswell-Massey e spalmo sul corpo il tonificante Greune, poi l'idratante Lubriderm e per finire la crema addolcente per il viso Neutrogena. Sono in dubbio tra due completi: giacca-pantaloni in crepe di lana Bill Robinson comprato da Saks, con la camicia di cotone stampato Charivari e la cravatta Armani. Oppure giacca sportiva in lana e cashmere a quadri blu, camicia di cotone e pantaloni di lana con la piega Alexander Julian, con una cravatta Bill Blass di seta a pois».

 

Gli yuppies di oggi

 

Con Patrick Bateman, Ellis aveva creato il gemello malvagio di Alex Keaton, ormai adulto, l'uomo che crede di più a un completo Armani che alla persona che lo indossa. Fusioni e acquisizioni? Omicidi ed esecuzioni? Facili da confondere, come lo sono gli amici, amanti, colleghi e vittime di Patrick, tutti pressoché intercambiabili.

 

Per quanto il termine richiami alla mente gli anni Ottanta, lo yuppie non è stato ancora consegnato alla storia. Nel 2000, David Brooks ha cercato di raffinare il concetto, creando il «bobo» (bourgeois bohémien) per descrivere un consumatore presumibilmente più illuminato, capace di abbinare agli interessi personali degli anni Ottanta l'idealismo liberale di un'era precedente; i riferimenti agli yuppies stanno a indicare invece una sottospecie più grezza. Nel frattempo, dall'albero genealogico della famiglia yuppie è spuntato un nuovo ramo, l'hipster. Gli hipster sono convinti di essere gli anti-yuppies per eccellenza. A differenza dei loro antenati, non vogliono farsi conoscere per la professione o l'ambizione, bensì per l'indifferenza verso entrambe. In questo sottogruppo, il culto della competenza e del buon gusto è ancor più esasperato. Il loro codice, illustrato con sferzante ironia nel Manuale dell'hipster da Robert Lanham, pubblicato nel 2003, è fondamentalmente elitista e in controtendenza rispetto alla moda. Il consumismo hipster ha valorizzato tutto ciò che è alternativo e autonomo, scartando le marche predilette dagli yuppies a favore delle proprie. Allora ecco ricomparire le vecchie magliette, a rimpiazzare le camicie eleganti Turnbull Asser da portare con il colletto aperto, e la birra Pabst Blue Ribbon ha scavalcato lo chardonnay. Ma alla fine, che vi piaccia o meno Starbucks, una società in cui veniamo identificati per la scelta dei jeans e del caffè rispecchia molto di più Alex Keaton che Abbie Hoffman (...).

 

Esiste ancora probabilmente qualche manipolo di operai sindacalizzati a Brooklyn e nel Queens, che tracannano birra e se la ridono di chiunque frequenti una palestra o vada a chiedere un caffè in un locale che non sia la latteria dell'angolo, ma in generale la cultura yuppie si è tramutata nella cultura comune, se non nella realtà, quanto meno nelle intenzioni. I baccelli degli alieni hanno invaso il mondo. L'ideale della raffinatezza, la venerazione delle grandi marche e dei capi griffati, il culto della perfezione fisica attraverso ginnastica e chirurgia, vi sembrano forse le pittoresche abitudini di un clan ormai estinto?

 

 

(Traduzione di Rita Baldassarre)

 

© 2008 Bright Lights, Big City, Inc.

 

 

Jay McInerney

 

13 ottobre 2008

 

 

La mappa della Manhattan anni Ottanta

 

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cultura/2008/10/13/pop_yuppies.shtml

 

 

Fonte www.corriere.it

 

di annarita at 07:00:00 Commenta:

12/10/2008

Booktrailer al Premio Chiara

E così anche i Booktrailer al Premio Chiara sono andati bene. Pubblico non numerosissimo, dopo di noi c’era la lectio magistralis di Eugenio Scalfari che a cena è stato molto cortese, ma particolarmente attento. Per circa due ore nessuno è andato via che quando si parla di libri non è scontato e le persone presenti hanno contribuito alla riuscita dell’iniziativa con domande interessanti e interessate. Desidero ringraziare gli Amici del Premio Chiara in particolare Bambi Lazzati che con la collaborazione di Ambretta Sampietro ha permesso la realizzazione dell’evento sui booktrailer. Gli ospiti: Mauro Gervasini (sapevo che non si sarebbe tirato indietro anche quando gli abbiamo chiesto quale preferisse dei filmati proiettati), Paolo Bianchi, Giorgio Fontana, Paolo Roversi e Domenico Moretti. E il grande Jacopo De Michelis che ha splendidamente condotto con me il pomeriggio. Dovremmo proporci a qualche direttore di Rete…

 

Il prossimo appuntamento è con Parlami di Booktrailer l’8 dicembre alla Fiera della piccola e media editoria di Roma organizzato e condotto dal giornalista, espertissimo del tema, Roberto Arduini e la sottoscritta.  

 

di annarita at 09:41:00 Commenta:

10/10/2008

Booktrailer al Premio Chiara

Appuntamento al Premio Chiara Festival del Racconto 2008 a Varese

 

 

 

Sabato 11 ottobre Villa Recalcati Piazza Libertà 1, Varese alle ore 18.00

 

Booktrailer un esperimento tra Web e Film. Suspence, immagini evocative, voce narrante. Un nuovo modo per lanciare un libro.

 

Un booktrailer è un video ispirato a un libro con lo scopo di riprodurre l’atmosfera di quel libro e di promuoverne la lettura.

 

conducono Annarita Briganti e Jacopo De Michelis

 

Proiezione booktrailer

 

ospiti Paolo Bianchi, Giorgio Fontana, Mauro Gervasini, Domenico Moretti, Paolo Roversi

 

 

di annarita at 21:22:00 Commenta:

10/10/2008

Tempo di Nobel/2

Se molti critici (v. post precedente) hanno molti dubbi sul Nobel per la Letteratura a Jean-Marie Gustave Le Clézio, un poeta rivela di apprezzarlo da tempo non sospetto. Ecco il ritratto, come sempre ben scritto, che Giuseppe Conte fa nelle pagine del Giornale del romanziere da Nobel che veste come un marinaio, viaggia in continuazione, mantiene una forte componente umanistica e affida speranza e fiducia alla scrittura, all’invenzione di una storia. In questo non diverso da noi.

 

 

Da Il Giornale

 

Il nomade che insegue lo spirito del tempo

 

di Giuseppe Conte

 

 

Una sera, su un aereo in volo da Parigi a Nizza, notai seduto davanti a me un uomo molto alto e snello, biondo, vestito con un paio di jeans e un giaccone blu da marinaio. Mi chiesi subito, non so perché, se poteva essere Le Clèzio, lo scrittore nizzardo che da sempre ammiravo e che non avevo mai potuto incontrare. Sarei rimasto nel dubbio se, a un certo punto, lui non avesse aperto il passaporto, rendendomi agevole leggervi il suo nome. Era lui, l’autore leggendario del Verbale, di Deserto, del Sogno messicano, con quella sua aria così poco libresca, quel suo sguardo così distaccato e intenso, quel suo stile da viaggiatore instancabile. Non gli parlai, quella sera, mi limitai a seguirne le mosse all’aeroporto, mentre a passo veloce guadagnava l’uscita, portando con sé la sacca che conteneva non libri ma bottiglie.

 

Le Clèzio, cresciuto a Nizza, in uno di quei palazzi altissimi sul porto vecchio, ha compiuto una parabola esemplare fino ad arrivare, ieri, al premio Nobel che incorona un autore fedele alla letteratura che è stato sempre fuori dalle mode, ma dentro lo spirito del tempo, che ha cercato la sua strada nella grande tradizione europea, ma riuscendo ad aprirla verso gli orizzonti di altre culture e di altre civiltà. La famiglia, come denuncia il nome, è bretone, ma di bretoni emigrati nell’isola tropicale di Mauritius, e poi tornati sulla Costa Azzurra. Così Le Clèzio racconta che da ragazzo, quando con un taccuino e una penna se ne andava a scrivere sulla spiaggia di ciottoli sottostante la Promenade Des Anglais, pensava di fronte a tutto quel mare di essere in una terra selvaggia, non dissimile da quella dove erano emigrati i suoi avi.

 

La sua opera ha questo respiro: all’inizio, siamo negli anni ’60, Le Clèzio allora ventenne adotta i modi vicini allo sperimentalismo, ma introduce già in esso vie di fuga verso l’estasi, verso il superamento delle proprie premesse materialiste. La passione del viaggio e delle mitologie dei popoli lontani faranno il resto. Dopo una stagione di confronto crudo con la realtà metropolitana nella sua violenta insensatezza, passa sempre più tempo in America Centrale, si occupa del sapere dei Maya e dei loro libri sacri, allarga i suoi interessi all’Africa, mostra in maniera sempre più chiara come oggi un grande scrittore europeo non possa che reinterpretare la propria tradizione maestra nel contesto di un mondo multipolare, con tante voci e tante nuove istanze.

 

Così il capolavoro di Le Clèzio, Deserto, che Rizzoli pubblicò da noi tanti anni fa senza particolare successo. È un romanzo dal respiro epico e che non si nega un nocciolo poetico di scrittura. Io ne rimasi molto colpito, ed è da allora che sento Le Clèzio come un fratello maggiore. Deserto è un romanzo che potenzia paesaggi, personaggi, destini, tra il cuore sabbioso del Sahara e i profumi difficili di Marsiglia. L’Europa contemporanea vi appare sterile, falsa, in confronto alla verità potente di una realtà ancorata a una saggezza millenaria. Una figura femminile, nel suo percorso e nelle sue metamorfosi, campeggia con una indimenticabile evidenza.

 

Nei libri successivi, tra cui La stella errante o Onitsha si attenua lo spessore epico, ma vengono potenziati i temi del viaggio, della ricerca d’identità, del rapporto con la natura, dell’incontro con civiltà diverse. Le Clèzio non è mai ideologico, non è mai succube di esotismi facili, mai esibizionista come certi romanzieri contemporanei che amano far scandalo e rumore per raggiungere quel successo equivoco ed effimero che scandalo e rumore sono soliti procurare. Leggere un suo libro-intervista significa inoltrarsi nel cammino che uno scrittore fa per diventare un classico, confermarsi nell’idea che la letteratura può ancora avere un ruolo di conoscenza, che lo stile è ancora uno strumento della scrittura per indagare l’universo.

 

Non saprei a che famiglia di autori appartiene. Isolato ma protagonista di imprese editoriali (lunga la sua militanza per Gallimard), schivo ma sapientemente presente sui media francesi, letterato ma viaggiatore e nomade, lo scrittore nizzardo prosegue una tradizione eminentemente francese di fiducia nella parola, nell’espressione letteraria, nella costruzione di un mondo attraverso l’immaginazione. Il premio Nobel a lui vuol dire che la letteratura, quella vera, ha ancora qualcosa di alto da dire. In Italia, dove i suoi libri non sono mai stati accolti con l’interesse che meritano, qualcuno si stupirà. Ma io sono contento che i troppi tifosi di Philip Roth, per esempio, abbiano ancora da aspettare. Le Clèzio è un autore in cui resiste una forte componente umanistica. Lo scrivere si colora in lui di speranza e di fiducia.

 

Lo ricordo in una bella intervista televisiva, mentre calmo, una mano appoggiata sul volto, confessava che durante la stesura di un libro un pensiero lo conforta, quello di non poter morire sinché il libro non ha preso forma, sinché la storia non si è conclusa. È una confessione sincera, drammaticamente dolce, per dire che la letteratura è una risposta della vita contro la morte e che c’è in essa ancora una istanza, anche leggera, di eternità.

 

 

Fonte articolo www.ilgiornale.it
di annarita at 07:01:00 Commenta:

10/10/2008

Tempo di Nobel

Sapete cosa penso dei premi ma il Nobel per la Letteratura mantiene un certo fascino. Quest’anno è andato, e sì a sorpresa, al francese Jean-Marie Gustave Le Clézio. Strano che non lo conosciate... Quanto sarebbe stato banale premiare un Philip Roth o un altro scrittore americano di quelli che ci tengono svegli fino all’alba facendoci godere con la loro maestria!

 

Il commento del famoso critico Pietro Citati, ha definito Le Clézio un mediocre, sembra eccessivo. Chiunque pubblichi anche un solo libro, il romanziere da Nobel ne ha scritti una trentina, merita rispetto indipendentemente da risultati e gusti letterari. Mi è invece piaciuto, e non mi stupisce, lo stile con il quale Il Foglio abbia trattato la notizia. Qui trovate una descrizione del vincitore ad opera del ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali Jean Pierre Darnis, italiano d’adozione, e l’articolo di Mariarosa Mancuso che con la consueta ironia non si allontana molto dalla visione di Citati ma ci fa sorridere.

 

Per un assaggio della scrittura di Le Clézio sotto trovate il link ad un racconto inedito che pubblicò il Corriere della Sera qualche anno fa.

 

 

Un francese cosmopolita ci racconta il Nobel francese cosmopolita (fonte Il Foglio/dall’articolo di Valentina Fizzotti)

 

 

...Il vincitore del premio Nobel per la Letteratura, Jean-Marie Gustave Le Clézio, francese cosmopolita cresciuto a Nizza attualmente ad Albuquerque (Stati Uniti) dopo aver girato il mondo, raccontato dal francese cosmopolita Jean Pierre Darnis, ricercatore che vive in Italia da anni e lavora all’Istituto Affari Internazionali: “C’è molta coerenza fra la sua scrittura e la sua vita. Spesso le sue opere sono ambientate nei luoghi più disparati, che a visitato nel sorso dei suoi viaggi intorno al mondo. Per lui la scrittura è una prassi di viaggio e di vita. Lo affascinano molto le società primitive e lo sciamanesimo, il rapporto dell’uomo con la natura. È in qualche modo ‘atemporale’. Nel suo penultimo libro, ‘Ballaciner’, raccontava la storia di sua nonna, una montatrice cinematografica che abitava e lavorava nella Nizza degli anni Venti. Ritraendo le sue radici nizzarde, immaginava la nonna che faceva il bagno in spiagge ancora deserte e incontaminate, nella Nizza dei tempi passati. E' uno schietto, che non si nasconde dai media ma che di certo non li cerca. La sua scrittura è pura ma non noiosa, ma soprattutto è facile da leggere. Questo Nobel ha un che di epocale: sembra un riconoscimento dell’interculturalismo. Che non è certo terzomondismo di sinistra, ma un approccio interculturale al mondo. Anche se le sue storie sono ambientate in luoghi diversi, dalle città al deserto, i suoi eroi sono extra territoriali e c’è una continuità fra le azioni dei personaggi dei vari libri. Sa valorizzare anche i personaggi minori ricercando nelle culture un umanismo universale che ha superato il vecchio umanismo, quello colonialista occidentale. Le Clézio mi fa pensare al rapporto che il presidente francese Jaques Chirac aveva con il mondo: non considerava l’occidente superiore, ma credeva che tutte le culture meritassero eguale rispetto. Lui è il pendant culturale di questa visione francese degli anni Novanta. Il suo nome girava da un po’ di tempo, ma credo che questo sia stato riconosciuto dalla giuria di Stoccolma proprio ora che il liberalismo occidentale è fortemente criticato. Le Clézio non critica il sistema, se ne pone semplicemente al di fuori ”...

 

 

Vedi a pagina 69 - di Mariarosa Mancuso (fonte Il Foglio)

 

Basta andare a pagina 69 per capire come si assegna un Nobel letterario

 

Due pagine non a caso di due libri scritti da Le clezio

 

Lo avevano annunciato, forte e chiaro. Gli scrittori americani – pfui! – sono provinciali, e poveretti scrivono in una lingua che forse si farà, ma è troppo presto per dirlo (questo pensa il segretario del Nobel, giudicate voi se è la persona giusta al posto giusto). Ciliegina sulla torta, hanno premiato la Francia, paese che da sempre – agli occhi degli intellettuali – tiene alta la bandiera dell’antiamericanismo. E anche la bandiera della vecchia Europa che ha decretato la morte del romanzo. E quella degli scrittori che non intendono sedurre i lettori, ma lanciare loro un guanto di sfida: vediamo se ce la fai ad arrivare in fondo. J. M. G. Le Clézio – lasciategli le iniziali puntate, se non volete far la figura dei novellini, se proprio vi costringono limitatevi a Jean-Marie, il Gustave fa desolatamente “ho letto Wikipedia un’ora fa” – appartiene alla banda di guastatori che fecero danni in nome e per conto del “nouveau roman”. Nel 1965 era pubblicato da Einaudi nella stessa collana di Samuel Beckett: punitiva copertina grigia, sinistra intestazione “la ricerca letteraria”.

 

L’occasione è troppo ghiotta per non applicare al neoproprietario di un milione e rotti euro (speriamo assoldi un contabile migliore di quello che truffò Dario Fo) il metodo suggerito da Marshall McLuhan ai lettori indecisi davanti agli scaffali. Basta leggere la pagina 69 di un libro, suggerisce il guru che fece una comparsata in “Io e Annie” di Woody Allen. Se la pagina vi piace, anche il resto del libro sarà di vostro gusto. Vale anche il contrario. Chiamiamolo carotaggio letterario, oppure campionatura. Il Nobel a LeClézio – nato a Nizza nel 1940 da genitori bretoni emigrati nel Settecento alle Mauritius, ha scritto una trentina di libri – offre l’occasione per sperimentare la tecnica. Primo libro e primo carotaggio: la pagina 69 di “Il verbale”. LeClézio lo pubblicò a 23 anni, vincendo il prix Rénaudot e sfiorando il Goncourt. “Su una tavoletta che prolungava lo sportello dei chioschi erano abbandonati rotoli di biglietti rosa, segnati a intervalli regolari da un traforo che aveva il compito di facilitarne lo strappo”. Non serve altro. Siamo perfettamente in zona “nouveau roman”: minuziose e sfinenti descrizioni, personaggi che si farebbero sparare piuttosto che pronunciare una battuta (l’uomo che stacca i biglietti, lo sappiamo poche righe dopo, dice un “grazie sì” solo quando è obbligato), molto spaesamento e molta alienazione.

 

Secondo carotaggio, l’ultimo titolo uscito in italiano: “Il continente invisibile”, da Instar Libri. A pagina 69, leggiamo: “Per i ni-vanuatu, la kava non è solo una bevanda. Come la coca per gli indios delle Ande, questa pianta ha in sé lo spirito del luogo, è la loro lingua, la memoria collettiva. Sicuramente per questa ragione fu proibita dai governi coloniali”. 45 anni dopo, lo sperimentatore letterario è diventato etnologo, e sta con gli indigeni contro i colonialisti. Il mistero del Nobel 2008 finalmente si svela: l’impegno civile e il terzomondismo sono molto apprezzati dai giurati svedesi, convinti che la letteratura sia la continuazione della correttezza politica con altri mezzi. La campionatura mostra un Le Clézio che parte algido alla Beckett, e arriva scrittore di viaggio alla Chatwin (passando per il melò di “Diego e Frida”, cognome Rivera e Khalo, certificato dalla pagina 69 che abbiamo letto per voi). Esattamente quel che sostiene – usando parole più forbite: “L’altrove esotico”, “un rapporto ancora spontaneo con il mondo” – la fedele Garzantina. La tecnica suggerita da Marshall McLuhan ha funzionato magnificamente. Il seguito alla prossima puntata.

 

 

 

Il testo «Nascere in una guerra» è stato scritto da Jean-Marie Gustave Le Clézio per il Festival internazionale Letterature di Roma del 2004 (fonte Corriere della Sera)

 

 

http://www.corriere.it/cultura/08_ottobre_09/inedito_le_clezio_3864aba6-95f6-11dd-86ba-00144f02aabc.shtml

 

 

 

Fonte articoli/racconto:

 

www.ilfoglio.it

 

www.corriere.it

 

di annarita at 07:00:00 2 Commenti

09/10/2008

Booktrailer al Premio Chiara

Mi stupisco sempre per la veloce dissolvenza delle esperienze indimenticabili. Davvero sono stata a New York? Davvero ho visto il MOMA, corso a Central Park, comprato centinaia di vestiti stivali libri, frequentato Barnes & Noble sulla Fifth Avenue come fosse il megastore sotto casa, consumato una quantità notevole di espressi macchiati da Starbucks, partecipato al New Yorker Festival, preso un certo numero di taxi ecc.? Se non ci fossero i libri e gli impegni a distrarmi dai pensieri nostalgici!
Il prossimo appuntamento con i booktrailer è sabato 11 ottobre a Varese nell’ambito del Premio Chiara con la conduzione del grande Jacopo De Michelis e della sottoscritta che per l’occasione metterà i tacchi. Se ne parla oggi su La Provincia di Varese. Ringrazio molto la giornalista Adriana Morlacchi che mi ha fatto una bella intervista. Siete tutti invitati!

Sabato 11 ottobre, ore 18.00

Villa Recalcati Piazza Libertà 1, Varese

Booktrailer, un esperimento tra Web e Film. Un nuovo modo di lanciare un libro.

conducono Annarita Briganti e Jacopo De Michelis

ospiti Paolo Bianchi, Giorgio Fontana, Mauro Gervasini, Domenico Moretti, Paolo Roversi.


http://www.ilfestivaldelracconto.it/

di annarita at 07:00:00 Commenta:

08/10/2008

Conversazione tra Claudio Magris e Alessandro Baricco

Questo articolo del Corriere nasce da una conversazione tra gli scrittori Claudio Magris e Alessandro Baricco, una bella gara di fascino. Non è il classico testo da blog. Ci troverete l’elogio della profondità soprattutto nei sentimenti (era ora!), la non demonizzazione della superficialità, l’importanza della cultura e la speranza affidata, non a caso, al libro che terremo sul comodino. Magari in titanio ma sarà un libro. Un post per riflettere, più spesso che raramente. E’ così che mi sento.

 

 

Dal Corriere della sera

 

La civiltà dei barbari. C'è un cambiamento che non è solo culturale ma anche antropologico e genetico

 

conversazione tra Claudio Magris e Alessandro Baricco

 

di Claudio Magris

 

 

Durante la campagna elettorale del 2001 mi sono accorto che non capivo più il mondo. Un manifesto di Forza Italia mostrava Berlusconi in maglione, con la scritta «Presidente operaio»; un'idea che sarebbe potuta venire in mente a me e ai miei amici per una goliardata che lo mettesse in ridicolo. Sarebbe stato altrettanto comico proclamare Veltroni o Prodi «Presidenti operai». Ma se qualcosa che per me era una caricatura satirica funzionava invece quale efficace propaganda, voleva dire che erano cambiate le regole del mondo, i metri di giudizio, i meccanismi della risata; mi trovavo a un tavolo di poker credendo che l'asso fosse la carta più alta e scoprivo che invece valeva meno del due di picche, come quando il protagonista dell'Uomo senza qualità di Musil, leggendo su un giornale di un «geniale» cavallo da corsa, capisce che le sue categorie mentali sono saltate, non afferrano e non valutano più le cose.

 

Alessandro Baricco si addentra nel paesaggio di questa mutazione epocale con straordinaria acutezza; con quella profondità dissimulata in leggerezza che caratterizza il suo narrare. Forse Baricco è scrittore dell'Ottocento e del Duemila più che del Novecento, cui pure s'intitola un suo celebre libro. Si muove nel mondo saccheggiato dai barbari, come egli li chiama, con l'agilità di un'antilope in un territorio che non è proprio il suo, ma nel quale non si trova affatto a disagio. I barbari sono tali rispetto a quella che si considera — a noi che ci consideriamo — la civiltà, la quale si sente devastata nei suoi valori essenziali: la durata, l'autenticità, la profondità, la continuità, la ricerca del senso della vita e dell'arte, l'esigenza di assoluti, la verità, la grande forma epica, la logica consueta, ogni gerarchia d'importanza tra i fenomeni. In luogo di tutto questo trionfano la superficie, l'effimero, l'artificio, la spettacolarità, il successo quale unica misura del valore, l'uomo orizzontale che cerca l'esperienza in una girandola continuamente mutevole. Il vivere diventa un surfing, una navigazione veloce che salta da una cosa all'altra come da un tasto all'altro su Internet; l'esperienza è una traiettoria di sensazioni in cui Pulp Fiction e Disneyland valgono quanto Moby Dick e non lasciano il tempo di leggere Moby Dick.

 

Nietzsche ha descritto con genialità unica l'avvento di questo nuovo uomo e della sua società nichilista, in cui tutto è interscambiabile con qualsiasi altra cosa, come la cartamoneta. Tutto ciò nasce già col romanticismo, che ha infranto ogni canone classico, anzi ogni canone; come ricorda Baricco, la prima esecuzione della Nona di Beethoven venne stroncata dai più seri critici musicali con termini analoghi a quelli con cui oggi si stroncano, accusandole di complicità con i gusti più bassi e volgari, tante performance artistiche o pseudoartistiche. Baricco cerca di descrivere — o, nei suoi romanzi, di raccontare — e soprattutto di capire il mondo, anziché deplorarlo, e sostiene giustamente, nel bellissimo finale de I barbari (Feltrinelli), che ogni identità e ogni valore si salvano non erigendo una muraglia contro la mutazione, bensì operando all'interno della mutazione che è comunque il prezzo, talora pesante, che si paga per un grande progresso, per la possibilità di accedere alla cultura data a masse prima iniquamente escluse e che non possono avere già acquisito una coerente signorilità.

 

«Se tutto va compreso — gli chiedo incontrandolo nella sua e un po' anche mia Revigliasco— non tutto va accettato. Tu stesso scrivi che occorre sapere cosa salvare del vecchio — che dunque non è tale — in questa totale trasformazione. Questo implica un giudizio, che non identifica dunque, come oggi si pretende, il valore col successo. Anche Il piccolo alpino vendeva un secolo fa tante più copie delle poesie di Saba, ma non per questo chi lo leggeva capiva meglio la vita. Se i giornali — come dici — non parlano di una tragedia in Africa finché non diventa gossip di veline o di sottosegretari, non è una buona ragione per non correggere questa informazione scalcagnata prima ancora che falsa. Del resto è quello che fanno tanti blog, in cui si trova spesso più «verità» che nei media tradizionali. I barbari ci aiutano quindi forse anche a combattere la barbarica identificazione del valore col successo».

 

Baricco — Certo, non tutto va accettato, hai ragione. Ma capire la mutazione, accettarla, è l'unico modo di conservare una possibilità di giudizio, di scelta. Se si riconosce alla nuova civiltà barbara uno statuto, appunto, di civiltà, allora diventa possibile discuterne i tratti più deboli, che sono molti. D'altronde io credo che la stessa barbarie abbia una certa coscienza dei suoi limiti, dei suoi passaggi rischiosi e potenzialmente autodistruttivi: in un certo senso sente il bisogno di vecchi maestri, ne ha una fame spasmodica: il fatto è che i vecchi maestri spesso non accettano di sedersi a un tavolo comune, e questo complica le cose.

 

Magris — Credo che non esista una contrapposizione fra i barbari e gli altri (noi?). Anche chi combatte molti aspetti «barbarici» non è pateticamente out, ma contribuisce alla trasformazione della realtà. Come nel Kim di Kipling, in cui tutti spingono la Ruota e ne sono schiacciati. Senza pathos della Fine né di un miracoloso e fatale Inizio. La civiltà asburgica, così esperta di invasioni barbariche, non le demonizzava né le enfatizzava; si limitava a dire: «È capitato che...».

 

Baricco — «È capitato che...», bellissimo. Quando ho pensato di scrivere I barbari avevo proprio uno stato d'animo di quel tipo… Sta capitando che… Non avevo in mente di raccontare un'apocalisse e nemmeno di annunciare qualche salvezza… volevo solo dire che stava succedendo qualcosa di geniale, e mi sembrava assurdo non prenderne atto. Forse ho letto troppi mitteleuropei da giovane e mi son trasformato in un von Trotta. Colpa tua, in un certo senso…

 

Magris — Tu indaghi splendidamente lo stretto rapporto che c'era tra profondità, rifuggita dai barbari, e fatica, sublimata e cupa moralità del lavoro e del dovere, che spesso conduce a sacrificio e a violenza. Ma la profondità non è necessariamente legata alla falsa etica del sacrificio. Immergersi e reimmergersi in un testo — in un amore, in un'amicizia, anziché toccarli di sfuggita come oggi i barbari — non vuol dire sfiancarsi a scavare come un forzato nella miniera, ma è come scendere ripetutamente in mare, scoprendo ogni volta nuove luci e colori, che arricchiscono quelle precedenti, o come fare all'amore tante volte con una persona amata, ogni volta più intensamente grazie alla libertà dell'accresciuta confidenza.

 

Baricco — La profondità, quello è un bel tema. Sai, scrivendo I barbari, ho dedicato molto tempo a capire e a descrivere la formidabile reinvenzione della superficialità che questa mutazione sta realizzando. E trovo fantastico ciò che siamo riusciti a fare, riscattando una categoria che ufficialmente era l'identificazione stessa del male, e restituendola alla gente come uno dei luoghi riservati al Senso. Ma mi rendo anche conto che questo non significa affatto demonizzare, automaticamente, la profondità. Tu giustamente parli di amicizia, di amore, e se tu guardi i giovani di oggi, quasi tutti tipici barbari, tu troverai lo stesso desiderio di profondità che potevamo avere noi. O se pensi alla loro domanda religiosa, ci trovi un'ansia di verticalità che non riesci bene a coniugare con la loro cultura del surfing. Alla fine sai cosa penso? Che la mutazione abbia smontato la dicotomia di superficiale e profondo: non sono più due categorie antitetiche: sono le due mosse di un unico movimento. Sono i due nomi di una stessa cosa. Non so, non so spiegarlo meglio, è una cosa che intuisco ma devo ancora pensare: ma credimi, il punto è quello. Ti dirò di più: la superficialità, nelle opere d'arte barbare, non è già più distinguibile come tale, non più di quanto tu possa distinguere cosa è ornamento in un quadro di Klimt, o pura aritmetica in una suite di Bach.

 

Magris — Pur più allergico di te — anche per ragioni d'età — ai barbari, vorrei difenderli da una loro immagine totalitaria. In Google vedo anche una — pur immensa — reticella simile a quelle con cui i bambini pescano in mare granchi e conchiglie. Non ho bisogno di Google per sapere qualcosa su Goethe, «linkatissimo», perché lo trovo altrettanto facilmente altrove, come in passato. Invece è Google che mi ha dato qualche notizia su un personaggio minimo di cui mi sto interessando, una nera africana del Cinquecento fatta schiava, divenuta dama di corte in Spagna, rapita dai Caraibi e poi loro regina. I blog correggono l'unilateralità barbarica dei media, che parlano solo di ciò di cui si parla e si sa. Non credo che Faulkner possa sparire, meglio allora se sparisse Google; credo che Google possa semmai aiutare a far riscoprire la sua grandezza a molti ignoranti. I barbari che hanno invaso l'impero romano ne sono stati gli eredi, hanno letto e diffuso i Vangeli...

 

Baricco — I barbari che hanno invaso l'impero romano erano spesso popolazioni già parzialmente romanizzate guidate da condottieri che venivano dalle file degli ufficiali dell'esercito imperiale...

 

Magris — La profondità, tu scrivi, è spesso fondamentalista, ha condotto, in nome di valori forti, a guerra e a distruzione. Non credo però che la folla barbarica, innocente, pacifista dei consumatori di videogame sia adatta a scongiurare la violenza; la vedo semmai disarmata e ingenua e dunque facile preda di persuasioni collettive che portano alla guerra. Nella tua straordinaria Postilla a Omero, Iliade tu dici — e concordo pienamente — che la guerra non si sconfigge con l'astratto pacifismo, ma con la creazione di un'altra bellezza, slegata da quella pur altissima ma sempre atroce del passato, come nell'Iliade. Non vedo però nei consumatori di Matrix questi costruttori di pace...

 

Baricco — Apparentemente è così. Ma ogni tanto mi chiedo, ad esempio, se una delle ragioni per cui, dopo le due Torri, non siamo precipitati in una vera e propria guerra di religione su vasta scala, non sia proprio la barbarie diffusa delle masse occidentali e cristiane: il loro nuovo sospetto per tutto ciò che si dà in forma mitica impedisce di aderire in modo viscerale ai possibili slogan guerrafondai che in passato, e per secoli, hanno fatto così larga breccia tra la gente.

 

Magris — I barbari di cui parliamo sono occidentali, anche se integrano elementi di altre culture. Oggi la cosiddetta globalizzazione mescola su scala planetaria altre culture, tradizioni, livelli sociali, quasi epoche diverse, e introduce pure valori di profondità e di fatica, Assoluti, fondamentalismi. Una nuova folla di esclusi si affaccia al mercato della civiltà; rispetto ad essi, i nostri barbari sembreranno presto aristocratici di un altro ancien régime. Certo, passerà del tempo prima che i clandestini d'ogni lingua e cultura levino veramente la voce, ma...

 

Baricco — È vero. Quando parliamo di Umanesimo o di Romanticismo parliamo di mutazioni che riguardavano un mondo piccolissimo (l'Europa, e nemmeno tutta), mentre oggi qualsiasi mutazione si deve confrontare con il mondo tutto, perché con il mondo tutto si trova a dialogare. Sarà un'avventura affascinante. Ci sono intere parti di mondo con cui facciamo affari che nemmeno sono mai passate dall'Illuminismo: non sarà che l'uomo che stiamo diventando riuscirà a dialogare meglio con loro che con i suoi vecchi sacerdoti del sapere?

 

Magris — C'è un'altra mutazione in atto — non solo culturale, bensì antropologica, genetica, biologica — che potrà generare un'umanità radicalmente diversa dalla nostra, padrona della propria corporeità, capace di orientare a piacere il proprio patrimonio genetico e di connettere i propri neuroni a circuiti elettronici artificiali, portatrice di una sessualità che non ha nulla a che fare con quella che, più o meno, è ancora la nostra. Certo, passerà comunque molto tempo prima che ciò possa avvenire. Ma se quest'uomo o il suo clone sarà veramente «altro» rispetto a noi, non avrà senso chiedersi se sarà orizzontale o profondo, come non avrebbe senso chiederselo per i nostri avi scimmieschi o magari roditori...

 

Baricco — Tu dici? Non so. A me pare una frontiera assai più vicina, un destino che appartiene all'uomo come lo conosciamo oggi, a quell'animale lì. Perché credo che una delle acquisizioni fondamentali dell'uomo moderno sia stata quella di immaginare e generare una continuità nel suo cammino, una continuità pressoché indistruttibile. Non importa quanto tempo ci vorrà ma quando connetteremo i nostri neuroni con circuiti elettronici artificiali ci sarà ancora, accanto a noi, un comodino e sul comodino un libro: magari sarà in titanio, ma sarà un libro. E quello che facciamo ogni giorno, oggi, magari senza neanche saperlo, è scegliere che libro sarà: riesci a immaginare un compito più alto, e divertente?
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