27/11/2007

Il mondo del lavoro

Tra i movimenti ‘anti’ sorti in Italia nell’ultimo periodo, in gran parte condivisibili ma a rischio populismo, il Prof. Pietro Ichino, un passato da sindacalista, rappresenta l’oppositore dei fannulloni. Sul Corriere descrive così il problema di legare il salario al merito in un mercato del lavoro asfittico e inquinato quale quello italiano. La prosa di Ichino non è letteraria ma il contenuto indiscutibile. Sappiamo cosa voglia dire non riuscire completamente a mettersi in gioco, a sperimentarsi in contesti professionali diversi. Si sceglie cosa studiare a diciotto anni e si approda in università esamifici dove talento, vocazione e ispirazione valgono meno di metodo, memoria, un po’ di intelligenza e per le donne di scollature o sculettamenti. Allora ci si illudeva di poter conquistare il mondo poi il tempo passa.

 

“…Commisurare interamente la retribuzione al risultato significa, certo, scaricare sul lavoratore tutto il rischio di un esito negativo che può non dipendere da suo demerito. Ma garantire una retribuzione del tutto stabile e indifferente al risultato significa cadere nell’eccesso opposto: così viene meno l’incentivo alla fatica del far bene il proprio lavoro e del muoversi alla ricerca del lavoro più utile, per gli altri e per se stessi. Questa stabilità e indifferenza della retribuzione è la regola oggi di fatto imperante in tutto il settore pubblico, ma troppo largamente applicata anche in quello privato, per effetto di contratti collettivi che spesso lasciano uno spazio del tutto insufficiente al premio legato al risultato. E questo è uno dei motivi – insieme, certo, a tanti altri difetti strutturali e imprenditoriali – della bassa produttività media del lavoro nel nostro paese…”

di annarita | 27/11/2007
Commenta: