Atterrata in orario, verso le 22,40, sono riuscita a salire sul pulmino prima che si muovesse in direzione ‘arrivi’, col suo carico di business people, computer portatili e telefonate tutte uguali: ‘sono arrivato’.
Nei pressi del ritiro bagagli, un po’ intontita dalle luci al neon, acidissime nel buio notturno, per un attimo dimentico da dove vengo, non in senso filosofico ma proprio non ricordo la città dalla quale sono partita. Sul monitor, troppo in alto, leggo le provenienze. Scarto con certezza Monaco, ho un dubbio tra Milano e Torino, è un attimo. Prendo la valigia, nella quale i gianduiotti sono diventati purè, e rivedo la mia famiglia dopo un mese.
Appunto letterario: nella mia zona c’era un Zafòn sulla destra, chiuso quasi subito, un libro non identificato nella fila davanti divorato fino all’ultimo minuto, il mio Updike che alzava moltissimo il livello culturale del volo e, giuro, un solo Moccia. Ora, considerando l’impegno preso su queste pagine di pubblicare una recensione positiva e preventiva (ovvero prima di leggerlo) su Moccia, lamentatosi della scarsa attenzione di quei fetentoni dei critici nonostante le vendite, le fans, i forum e i film, trovo indecente che circolasse una sola copia di Scusa ma ti chiamo amore. Vediamo se al ritorno va meglio.