Premessa: questo post è stato scritto il 26 dicembre, prima di pranzo. Dada fa i capricci, lo state leggendo in differita. Aggiornamento n. 1: il calciatore del quale leggerete era anche sul volo di ritorno. Abbiamo parlato un po’ ed è simpatico, la seconda impressione è migliore della prima (non fatevi influenzare dal testo sottostante che però ho pubblicato senza modifiche). Questo calciatore sta passando un periodo difficile e gli facciamo tanti in bocca al lupo. Aggiornamento n. 2: il pacco con il limoncello è stato rifiutato all’imbarco bagagli. Sono stata tentata di modificare anche la parte del testo dove parlo bene dell’Alitalia!
Buona lettura.
Tornare nel luogo natio è qualcosa di imprescindibile: devo farlo, ogni tanto, senza esagerare. Questo Natale poi ha un significato particolare perché un anno fa circa successe una cosa brutta che riguarda tutta la mia famiglia (della quale preferirei non parlare, non in questa sede) e il messaggio che ne abbiamo tratto, al quale siamo arrivati ognuno con un proprio percorso, è cercare di rimanere uniti, esserlo come sempre e se possibile ancora di più.
Ecco, premesso quanto ci tenessi ad essere qui, da dove scrivo, nella camera di quando ero un’adolescente abbastanza triste e inquieta, nella città dove mi sentivo parzialmente rifiutata e dalla quale ho cercato, finalmente con successo, di scappare, il tono della parentesi autobio sarà ispirato al CAZZEGGIO TOTALE. Potete continuare a leggere, per i grandi temi ci saranno altre occasioni.
Ho passato il Natale ringraziando un impiegato Alitalia, altro che azienda fallimentare, che mi ha fatto fare il check-in veloce anche se avevo dimenticato la tessera millemiglia in uno dei domicili. Ho passato quel volo ad ascoltare una conversazione che sembrava caricaturale, invece era autentica, tra un calciatore di una squadra milanese (ignoro chi sia) e la sua ‘velina’. Lei bellissima, vestita con le griffe che spuntavano anche dalle mutande, si rifaceva il trucco incurante di aver bloccato l’aereo intero essendo seduto, uno dei due, al posto di qualcun altro. Lui, alto e ugualmente griffato, ha detto alcune frasi memorabili. Segue un sunto. ‘Non devi vestirti così, gli altri ti guardano.’ ‘Tutte si vestono così perché io non posso?’. ‘Sono geloso, ti guardano.’ In effetti la signorina in questione è veramente gnocchissima. Rivolto a me: ‘Scusi posso dare un’occhiata al giornale, devo leggere un articolo?’. Ha davvero letto un solo articolo, dalla pagina di sport. Io viaggiavo sola ma non del tutto. Avevo con me un bellissimo piumino lungo (GRAZIE!), una quantità discreta di raffreddore, bagagli e libri, in particolare quello di Joshua Ferris. Avete idea di quanto questo libro, un ESORDIO, sia scritto bene? Avete idea, per chi scrive, cosa significhi trovare uno nato nel ’75 che ha già capito un sacco di cose sul Romanzo oppure è talmente bravo da farci credere di saper scrivere romanzi? E’ una bella sensazione, leggi e percepisci la fatica di quelle pagine, la ricerca delle parole, la ribellione dei personaggi, che a un certo punto si sono imposti sull’autore. Leggi e sai che Mr Ferris avrà passato ore ed ore ed ore ad osservare i colleghi, lavorava in un’agenzia pubblicitaria che immaginiamo molto simile a quella dove è ambientato il libro, ma anche le persone in metro e lui stesso mentre cercava di non essere licenziato quando la bolla della cosiddetta neweconomy.com si sgonfiò. “E poi siamo arrivati alla fine” (Neri Pozza) parla anche di persone che vengono sbattute fuori dall’ufficio: ‘fare il volo alla spagnola’ dicono i personaggi. E di amore, morte, amicizia, lavoro. I grandi temi che ho rimandato ad altre occasioni li trovate tutti nel libro di Ferris.
In un’intervista l’autore fa risalire la passione per la scrittura ai tredici anni: lesse “Lolita” e passò i dieci anni successivi a studiare vocabolario e libri, a studiare da scrittore.
Mr Ferris, We have to meet.
Il volo di ritorno lo farò con Dave (Eggers), un altro genietto della letteratura americana, con una quantità discreta di bagagli, molti libri e il pacco nel quale mio padre ha imballato, con una perizia unica, un dono delicato.
Ho passato il cenone della vigilia a godermi un clima rilassato e divertente e a rifuggire le consuete calorie che spuntavano da tutte le parti. Il raffreddore era di quelli che avresti voglia solo di latte caldo e miele (ora sto meglio, grazie). C’erano anche cugini che non vedevo da quei giorni di un anno fa circa, abitiamo in luoghi diversi ma manteniamo un buon contatto virtuale.
Vederli mi ha fatto piacere, avevamo tante cose da dirci e, come spesso in questi casi, si finisce per chiacchierare di tutto e niente in particolare. Ho trovato riprovevole il tentativo di svelarmi, nonostante mi fossi messa le dita nelle orecchie, la seconda serie di “Lost” con la scusa che ‘sono cose della prima serie.’ Non è colpa mia se cugina e marito hanno iniziato a vedere “Lost” da metà della seconda serie e vorrebbero sapere da me cosa è successo prima. Li ho mandati da J.J. Abrams. Ancora più riprovevole, nella partita di taboo uomini contro donne, la palese violazione delle regole che ha determinato la vittoria degli uomini. Propongo di ricontare le schede (quali schede non lo so ma mi sembra un’ottima frase, a questo punto della narrazione).
La consueta processione per la nascita del bambinello, causa partita di taboo, è stata svolta alle 00:42 con evidente fretta e un notevole peggioramento nella qualità canore dei partecipanti che sono riusciti a stonare canti di Natale ormai consolidati nel nostro dna. Vergogna!
Un certo ritardo si è registrato anche per il pranzo di Natale, e me ne assumo la responsabilità. Appena riuscita a connettermi ad internet sono caduta nello stato catatonico da addicted. Mi hanno portato a tavola che digitavo password nell’aria.
Come forma di evasione ho fatto qualche commento al blog di Grazia, ho controllato se sono usciti gli articoli inviati nei giorni scorsi (non sono usciti…) ho inviato sms di auguri a gente che non sentivo da anni, credo mi abbiano preso per pazza, ho telefonato a molte persone. Ero in quel mood di armonia con il mondo. Fuggevole stato d’animo che è già stato in parte superato dalla voglia di andare, di concludere i pranzi delle feste (tra poco ce n’è un altro), di tornare a ‘casa’.
Colonna sonora: the best of Wham!, il più bel cd che mi abbiano regalato.