Loredana Frescura, Elogio alla bruttezza (Fanucci), pp. 176, Euro 11
Marcella e Giorgia, quattordicenni, sono brutte ma non brutte stratotali (capirete cosa vuol dire). Marcella ha i brufoli e non si percepisce carina, Giorgia è soprannominata “Enterprise” perché ha un apparecchio per i denti alquanto vistoso.
Cosa vuol dire essere adolescenti non belle? Ce lo spiegano, grazie all’abilità di Loredana Frescura, queste ragazzine che rifiutano, attraverso la scrittura, i canoni estetici omologati sul modello velina. Tutto inizia a scuola: l’insegnante chiede loro un “saggio” su un argomento a piacere e Marcella convince Giorgia ad elogiare la bruttezza. Della serie (non testualmente e indirizzato ai compagni di classe): sappiamo che vi facciamo schifo ma usciamo allo scoperto e ve lo sbattiamo in faccia. Daranno prova di notevole intelligenza e innescheranno, con i meccanismi misteriosi e magici dei libri riusciti, una stagione densa di cambiamenti rovesciando come un calzino quell’adolescenza che a tutte ha fatto piangere per una certa canzone e per uno sguardo negato (senza parlare del corpo che in molte teenager, io ero così, assomiglia ad un prosciutto piuttosto che ad una velina). A complicare le cose, e a renderle più dolci, ci penseranno il fratello bello di Marcella, amato spudoratamente e senza speranze da Giorgia, e Roberto, amico bello del fratello bello, che si innamorerà di qualcuna, non diciamo chi, troppo insicura per vedersi carina. Sullo sfondo: la gelateria del centro di una piccola cittadina, il negozio elegante dove comprano le belle fuori (non sappiamo se belle dentro), le feste, dalle quali i brutti anatroccoli sono esclusi per la legge della giungla, e famiglie non allargate.
Una favola moderna, dove le scarpette della principessa sono da ginnastica e verde pisello e il principe azzurro sogna di fare l’attore ad Hollywood, non può che finire con qualcosa di simile al vissero tutti felici e contenti.
Il nuovo libro della Frescura, insegnante e autrice da oltre un decennio di storie per adolescenti, affronta un tema serio, il disagio di non riconoscersi nel proprio corpo, con leggerezza e bravura.
Morale: anche le ragazzine e, fa intendere l’autrice, le donne meno à la page hanno qualche speranza (di amare, essere amate, piacersi, piacere, realizzarsi a scuola e nel lavoro). Buonismo mitigato dalla seguente avvertenza: esistono i brutti stratotali ovvero “bruttezza fuori” non sempre è sinonimo di “bellezza dentro”. Non è il caso delle deliziose, nonostante i brufoli e l’apparecchio per i denti, Marcella e Giorgia.