18/07/2003

Scuole di scrittura

Nel Piccolo stupidario letterario ad uso delle persone intelligenti affinché sappiano, in ogni occasione, ciò che non devono dire, di Giulio Mozzi per l’Indice, alla voce Scuole di scrittura creativa trovo le seguenti considerazioni da non considerare, riportate con il copiaincolla: 1. Non si può insegnare a scrivere, il talento uno ce l’ha o non ce l’ha. 2. Quelli che le frequentano poi scrivono libri tutti uguali, come i minimalisti americani. 3. Che cosa non si fa per campare. Punto numero 1. Teoricamente è vero, non si può insegnare a scrivere né si può trasmettere quella cosa indefinita, talvolta passeggera, assegnata da combinazioni genetiche misteriose e random, che è il talento. Tuttavia, coloro che hanno talento e voglia di allenarlo e di rispettarlo, coloro che sono indiscutibilmente scrittori, possono trasmettere, attraverso un percorso&opportunità assolutamente non lineare e non garantito, strumenti per allenare e rispettare l’eventuale talento che coloro che sono indiscutibilmente aspiranti da una vita potrebbero avere da qualche parte, come giacimenti di petrolio da sbloccare. Punto numero 2. Ben venga se quelli che frequentano scuole di scrittura riuscissero a scriverli, sti libri, anche libri paragonabili per omologazione ai minimalisti americani, i quali, ci piaccia o ci faccia schifo, hanno rivoluzionato la letteratura post bellica. Pur ripieni di strumenti di storie di sensazioni, come calzoni fritti trasbordanti di ricotta, sti libri restano nei cassetti o neanche, se non si è abbastanza disciplinati, volenterosi, sicuri della propria ricotta. Qualcuno esce dalle scuole et voilà pubblica, la critica acclama, questo qualcuno racconta di come era duro studiare e pagarsi gli studi, di quanto si sentiva solo nella città dove studiava e lavorava per studiare, però non abbiamo serie storiche, solo noi aspiranti che continuiamo senza soluzione di continuità a girare tra scuole e insegnanti, a ricevere offerte vantaggiosissime di insegnamenti, soli totmila euro, a riempirci di ricotta fino a non poterne più, perché troppa ricotta fa male. Punto numero 3. Molliamo il mito dello scrittore maledetto che vive come un randagio crogiolandosi nella povertà e tossicità, la gran parte degli artisti sembrano persone tranquille che, invece di timbrare il cartellino come noi, possono permettersi di svegliarsi, farsi una doccia e un cappuccino, e scrivere. Possono mettere virgole a caso, frasi assurde, storie così, pagine bianche, e dichiarare che sperimentano. Possono raccontare quello che gli pare, perché fanno ufficialmente arte. L’arte ha un prezzo, quindi le scuole, magari troppo, ma devono costare. Io stessa non sono immune dalla voglia di riempirmi di strumenti, sono ossessionata dalla ricotta. Allieva della grande Antonella Cilento. Allieva dell’Holden scrivere di sé, con un tutor carinissimo, alto chiaro di capelli e di occhi sensuale, ma un po’ stronzo, di quelli che dicono seguirò i vostri lavori letterari, riparliamone, scriviamoci, poi lo fai, gli scrivi, vengo a Torino alla Fiera del Libro, gli chiedi ci sarai, non risponde. Allieva del cantiere Holden nel Teatro dell’Archivolto, la mattina lezioni di scrittori, che poi li rincontri due settimane dopo e neanche ti riconoscono, il pomeriggio correzione dei nostri testi con tutor. Capito in un gruppo aggressivo, mi massacrano, il tutor non tutoreggia, un’esperienza mediocre e molto costosa, dal punto di vista letterario, non è una valutazione di quelle persone. A breve allieva di una settimana di scuola estiva con la Omero. Io stessa sono ingorda di ricotta, voglio riempirmene, sbloccatemi le storie sconclusionate che urgono. Poi, come insegna Baricco, che, come pensa anche Mozzi, non è bravo solo in televisione, il talento è un’altra storia, meno sconclusionata dei calzoni alla ricotta di annarita | 18/07/2003
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