Il Prof. Francesco Bruno insegna Psicopatologia Forense a Roma ed è noto al grande pubblico più che per un curriculum lungo quanto un lenzuolo per un’intensa attività televisiva nelle trasmissioni di Bruno Vespa.
Marco Minicangeli si è laureato con una tesi su Isaac Asimov e, come riporta una pagina web, per mantenersi agli studi universitari ha fatto molti lavori tra cui il becchino.
Entrambi hanno stomaci forti e non stupisce che abbiano scritto “Ammazzo tutti” (Stampa Alternativa), presentato a Roma.
Il libro analizza il fenomeno dei mass murders, omicidi di massa, intendendosi per tali omicidi ai danni di quattro o più persone, soglia abbassata a tre o più persone, nello stesso luogo e nello stesso tempo.
La prima parte del libro è teorica, elenca una serie di condizioni, indizi, atteggiamenti, patologie che sembrano comuni ai mass murderers.
Ordinare maniacalmente gli oggetti, culti nazisti, passione smodata per il culturismo, complessi persecutori, problemi sul lavoro o in famiglia, possesso di armi da fuoco, particolarmente diffuso in America.
I mass murderers agiscono al lavoro o in casa, meno delle scuole, anche se in una scuola americana due ragazzi giovanissimi uccisero dieci persone e ne ferirono molte altre, con uno strascico di quattro suicidi ad opera di testimoni di quella strage.
In Italia sono diffusi gli omicidi di massa in famiglia.
Il Prof. Bruno lo spiega con la matrice fortemente cattolica della nostra società dove, a differenza di quelle anglosassone che pone alla base l’individuo, domina il concetto di famiglia.
Famiglia che però si rivela incapace di adeguarsi ai cambiamenti della società, divenendo il bersaglio di chi, parimenti ai mass murderers americani che sparano nella folla, colpisce la famiglia per colpire il mondo.
La seconda parte del libro è costituita dalle schede dei mass murderers italiani, in ordine cronologico.
Le due menti della sanguinaria organizzazione “Ludwig”, che ha cercato di purificare il mondo, la ancor più sanguinaria banda della Uno Bianca, Pietro Maso e i suoi complessi di superiorità, Erika e Omar, icone del male.
Leggendo le schede si scopre che la famiglia Carretta è stata sterminata dal figlio che da anni urinava e defecava in salotto, sintomo di alterazione sottovalutato.
Pietro Maso voleva fare la bella vita e in carcere ha dichiarato che “se un ragazzo fa un cazzata bisogna dargli un’altra opportunità”, dimostrando di considerare una cazzata l’uso di tubi di ferro per far fuori i genitori.
Erika ha gridato alla madre che morente la perdonava “muori, muori”, ha annegato il fratellino nella vasca da bagno con la scusa di medicargli ferite che gli aveva già inferto e ha cercato di convincere Omar a far fuori anche il padre.
Leggendo le schede ci si chiede se alcuni di questi delitti si potessero evitare e, soprattutto, di chi sono le colpe.
Gli Autori, nella presentazione del libro, hanno dato le colpe alla famiglia al cellulare, a internet per i suicidi di massa, al terrorismo, citato in ogni dibattito, alla depressione, ma non alla televisione.
La televisione, con i suoi modelli di ricchezza facile, promiscuità affettive, fatti propri lavati sulle copertine dei giornali, comparse pagate per applaudire, trasmette frustrazione che, nei casi peggiori, può diventare mass murder.