19/06/2003

Tengo pudore

Le cose che avrei da dire sono cose che terrò per me. Quindi le parole che verranno oggi non sono proprio mie, non nel senso morboso di scoprire me, sono parole di una annaritabriganti che ha un blog, che è me solo in parte, e non oggi, quando una parte di me è in un'altra città. RACCONTO SENZA TITOLO. Entrerà al Caffè Greco in Via Condotti, mangerà paste e biscotti e panna e noccioline se potrà, verrà fuori gonfia. Quella ragazza sono io, venti anni, cento chili. Facile come presentazione, venti anni cento chili, non suona male. Venti anni cento chili, mica è da tutte. Sono gonfia, certo, mangio quello che capita, e lo faccio capitare spesso, mangio quello che mi fa male, tanto cento chili è il mio peso forma, non corro pericoli. Oggi ho scelto il Caffè Greco per la mia ora di autogratificazione, come la chiama la psicologa che cerca di farmi diventare come voi, magra. Ieri ero da Rosati in Piazza del Popolo, domani andrò nel nuovo caffè che è all’angolo tra Piazza Barberini e Via del Tritone, lo inaugureranno, ci sarà un rinfresco, gonfiarsi di dolce e salato è ancora più saporito. Dopodomani potrei tornare qui, o chissà, guarderò le vetrine, come voi che vi interrogate ore sul colore dei prossimi pantaloni, e sceglierò. A volte, quando voglio che l’autogratificazione sia austera, prendo la metro, scendo all’ultima fermata della linea B. Ci sono tre bar, bar numero uno bar numero due bar numero tre, scelgo a caso. Nel bar numero uno lavora il barista rosso, l’unico che mi rivolge la parola, a volte. Mangerò un cornetto algida, un magnum, e, se sarò fortunata, il piatto di pasta pomodorini e funghi avanzato dalla pausa pranzo degli impiegati della zona. La pasta fredda sarà buonissima, unita alla panna del cornetto e al cioccolato del magnum, i funghi saranno buonissimi. Siederò al tavolino alle spalle del giornalaio, tra Viale Europa e Via dell’Arte, sosterò il tempo di godere, allo scadere dell’ora mi incamminerò verso la metro, gonfia. Vedrò scorrere tutte le fermate, cambierò cercando di infilarmi nella linea A, poi casa, dove siederò a tavola. Faccio questo tutti i pomeriggi. A casa lo sanno, infatti mi hanno spedito dalla dottoressa. La dottoressa lo sa, e cerca di essere tranquillizzante con la sua aria terribilmente magra e alla moda, nell’elegante studio dove riceve giovani ciccione bulimiche a 500 euro l’ora. Fa le marchette con la pazzia e sorride elegante ai pazzi. Da fuori sembro questo. Una pazza sformata, vecchia pazza sformata, se hai venti anni e cinquanta chili di troppo sembri vecchia. Per adesso non parlo ancora da sola. Nei pomeriggi passati a gonfiarmi mastico, senza parlare, senza alzare la testa da ripiani unti, senza voltarmi verso chi mi osserva con compassione. Ma un giorno di questi ve ne canto quattro, che avete da guardarmi, cosa volete, chiedete, avvicinatevi, chiedete perché sono grassa e vecchia a venti anni, chiedetemi perché odio la dottoressa marchettara, perché odio voi e la vostra esistenza perfetta, perché odio me stessa, vecchia pazza e sformata. Sono sempre stata così, non pazza, grassa voglio dire. Da bambina i parenti non facevano che lodare il mio appetito, lei si che mangia tutto, e giù ad ingozzarmi di vongole, torte, fritture, mozzarella, un sacco di mozzarella. Aspettavo le feste degli altri bambini per mangiare. All’epoca era molto di moda la nutella, una festa come si deve non poteva prescindere da tanti panini dolci con la nutella. Io arrivavo, una piccola palla vestita d’organza, davo il regalino, correvo al tavolo, facevo volare via i tovaglioli che coprivano le pietanze, che volavano via sporchi di olio e cioccolato, e iniziavo la mia festa. I panini dolci alla nutella li preferivo bagnati di cola, quattro panini un bicchiere, fino a non distinguere i sapori, finché gli altri bambini non mi scostavano, con la forza e la derisione. Ero una bambina grassa ma furba, mollavo i dolci ma andavo in cerca di cose salate, rimasugli di patatine lisce e rigate, pezzi di tramezzini con la maionese, grana, qualsiasi cosa, pur di non ballare, di non parlare. Quelle feste iniziavano alle quattro del pomeriggio. La baby sitter arrivava alle sette, ma raccontavamo che non si era mai allontanata, alle sette e trenta sedevo a tavola, dove magari trovavo crostini con mozzarella e pomodoro cotti in una teglia in forno, dopo aver riempito bene bene la teglia di olio. Le sere dopo quelle feste dormivo felice, forse per merito della nutella, anche se mi svegliavo con la pancia dolorante e una faccia orribile, gonfia. Senza stare ad annoiarvi con la solita storia dell’infanzia tormentata, della famiglia distratta, che tanto lo sappiamo, è così, siamo una generazione di bambini lasciati a marcire davanti al televisore, schermo acceso e bocca piena, lo dice anche la dottoressa. di annarita | 19/06/2003
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