15/03/2004

MARGARET

Il palazzetto dello sport di Scandicci era pieno, si presentava il libro di uno dei miei autori preferiti, seduto alla mia destra c’era un grande editor, l’editor di quell’autore e di molti altri.

Ci conoscemmo in quell’occasione, e, agevolati dalla comune origine meridionale, conversammo di sport, e, ovviamente, di letteratura.

Mi disse, tra l’altro, che il miglior libro che aveva pubblicato quell’anno era quello di una certa signora, gli risposi che il precedente, “Il catino di zinco”, non mi aveva tanto convinto e anche il monologo, da lei scritto e interpretato, “Manola”, mi era sembrato niente di che.

L’editor insistette, leggilo, è bellissimo, sostenuto da una giornalista, seduta alla destra dell’editor, è bellissimo, confermò quella giornalista.

La prima cosa che feci, rientrata a casa, fu comprare quel libro, sulla copertina il disegno di una bambina che corre sul verde.

Era il novembre 2001, quel libro bellissimo si intitola “Non ti muovere”, arriveranno, dopo allora, il premio strega, le vendite, le interviste a Margaret Mazzantini, la più bella fatta da una casa al mare, in cui raccontava ad una giornalista che si, era molto contenta del premio strega, che si, molto contenta delle vendite del libro, che si, magari ne faremo un film, ma per allora doveva andare a friggere le patatine per i bambini.

Timoteo è un chirurgo di successo, ha una moglie bella, giornalista di successo, una figlia bella e ribelle, quanto lo può essere una quindicenne borghese, per cui il massimo della ribellione è fidanzarsi con uno che si tinge il pizzetto di biondo.

La prima scena, del libro, del film, di quello che ricordiamo, è una grande pioggia, sotto la quale c’è un motorino, un casco slacciato, una ragazza dai capelli lunghi.

Quella ragazza è figlia di Timoteo, viene portata nel suo reparto chirurgico e affidata a due suoi colleghi, due amici, perché Timoteo sceglie di non operare una persona che ama, dopo aver fallito, una volta.

Quella figlia è in sala operatoria, con i capelli insanguinati, tagliati per asportare l’ematoma al cervello, con il diario pieno di top secret e di disegni di rane, e Timoteo ripercorre quanto gli è accaduto, prima e durante la nascita di quella figlia.

Nel libro il gioco dei ricordi si realizza affidando la narrazione a Timoteo, nel film c’è un Castellitto grigio, che aspetta davanti ad una sala operatoria la cui porta è stata volutamente lasciata aperta, e un Castellitto giovane, molto annoiato dalla patina mondana della moglie, sullo sfondo di belle case in centro e di alloggi diroccati della periferia, di amiche della moglie che festeggiano compleanni a Sabaudia con vestiti colorati e di canzoni cheap degli anni ottanta, ascoltati in compagnia di una derelitta, con i denti e le unghie nere, Italia, si chiama, non a caso, la derelitta.

In ogni libro e in ogni film c’è una scena su tutte.

Nel libro, c’è una mamma, ancora bella e mondana, fatta ritornare da Londra, dove, scesa dal volo dell’andata, le hanno detto che uno della sua famiglia aveva avuto un incidente e l’hanno rimessa in volo, verso sua figlia.

Ha i capelli non lunghissimi come quando era giovane, ma lunghi, un caschetto ordinato.

La prima cosa che farò, mi taglierò i capelli, così quando ti ricresceranno li avremo corti tutte e due e ci faremo una foto con gli occhiali da sole, come due sceme, dice una mamma ad una figlia, che non si deve muovere dalla vita.

Nel film, una mamma e un padre stanno per diventare genitori, di quella figlia che non si deve muovere, lei sta preparando le cose da portarsi in ospedale, cerca un libro, poi prende il telefono e chiama alla ginecologa, ci siamo, le dice, lui la guarda stupito, non mi avevi detto che il tuo ginecologo non è Manlio, quante cose non ci diciamo, risponde quella mamma a quel padre.

La storia di Timoteo non è una bella storia, non nel senso di una storia buonista.

L’Autrice ha scelto di dare voce alla sporcizia, al lato che rifiutiamo, rappresentato dalla violenza di Timoteo, che le prime volte violenta Italia e le lascia i soldi nelle buste dei surgelati, dalla povertà e sporcizia fisica di Italia, un destino di emarginata, fin da quando da bambina era violentata, dal carrierismo della moglie, che non ha tempo di tagliare a Timoteo le unghie dei piedi, come, invece, fa Italia.

Questa è una storia di sentimenti, senza vergognarci di leggerne, scriverne, vederne, di sentimenti.

Voglio trovare il senso a questa vita, voglio trovare il senso a questa storia, canta Vasco Rossi, sulle chitarre elettriche, mentre Castellitto cammina con una busta di plastica in mano, nel cortile di un ospedale, e incrocia una comparsa, dai capelli ramati a caschetto, che frigge patatine ai suoi figli, e trova anche il tempo di scrivere best seller.

di annarita | 15/03/2004
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