16/02/2004

Libri

Le fiere dei libri sono occasioni di mediazione tra establishment culturale e gente, percorsi utili ad avvicinare gli addetti ai lavori ai lettori piuttosto che il contrario. Galassia Gutenberg, arrivata, nonostante una certa strafottenza delle autorità locali attratte da manifestazioni più glamour, alla quindicesima edizione inizia quella fase preoccupante della vita di una donna in cui dimostra molti più anni di quelli che ha. Quest’anno a Galassia, i cinque euro del biglietto non davano molti diritti. Non si trattava di un biglietto giornaliero, chiunque avesse voluto stare in fiera mattina e pomeriggio ma pranzare altrove, avrebbe dovuto pagare due volte il biglietto oppure inventarsi qualche stratagemma. Un’organizzatrice della manifestazione, interpellata sulla questione, ha detto, con aria e tono maleducati, “signorina, in tutte le fiere del libro fanno così”, so, per esperienza diretta, che nelle altre fiere non si inventano questi stratagemmi pur di avere incassi più pingui. Va detto che, dopo aver abbandonato la fiera per un meritato pranzo con il gruppo bloggers, sono rientrata usando il pass “ospiti” di uno di loro. Con cinque euro, inoltre, i malcapitati visitatori non potevano neanche sfogliare il programma della manifestazione, cinque euro non valgono neanche una cartina delle sale, meglio invece farli vagare per i padiglioni disseminati di hostess che a stento sapevano il nome del loro padiglione, e nei casi di migliore espansività rispondevano alle domande con un letterario “bhoo”. Perché il programma ha un costo, l’inchiostro, la carta, la tipografia, il lavoro intellettuale di chi ne progetta grafica e contenuti, mica lo si può dare gratis come nelle fiere “normali”, bisogna pagarlo. Va detto che il programma l’ho preso gratis da un punto informazioni sguarnito. Questi gli aspetti meno condivisibili dell’organizzazione, limiti inaccettabili se ci si vuole confrontare con Torino (fiera del libro a maggio), con l’irraggiungibile Mantova (festival della letteratura a settembre), con Roma (festival delle letterature di Massenzio a maggio e una miriade di altre iniziative secondo una politica culturale che privilegia iniziative gratuite), con Pordenone (festival letterario a settembre, due settimane dopo Mantova) che sembra crescere benissimo, con altre città di provincia che mandano avanti festival noir e magari offrono ai lettori vino e salame. Napoli, sede di Galassia Gutenberg, patria di una cultura speciale, e non lo scrivo per partigianeria ma perché è un dato storico, non ne vuole sapere di assumere il ruolo di capitale del Sud, preferisce dormire all’ombra di un sole che è già meno invernale e restare famosa per la pizza e le altre cose buone, per quel grande campione che faceva risuonare le sue gesta nello stesso luogo dove si trovano i padiglioni di Galassia, e la cultura la facciano pure gli altri, che qui abbiamo di meglio da non fare. Dal punto di vista contenutistico, l’edizione di quest’anno sembra avere scontato un taglio dei fondi, nel senso che c’erano pochissimi autori, impegnati in più iniziative, con il risultato di incrociare lo scrittore tal de’ tali tutta la giornata, incluse le pause caffè, e di sentirlo dire, in dibattiti diversi, le stesse cose. Una fiera senza un tema, in un caos che fa sembrare brillante il discusso tema della scorsa edizione di Torino (i colori), con incontri e iniziative assembrate con gli ingredienti a disposizione, su temi triti e ritriti, con il rischio che tra un’edizione e l’altra si smetta anche di cambiare i titoli degli incontri. Nel caos è emerso il bel ruolo giocato dalla casa editrice Minimum Fax, che quest’anno festeggia il suo primo decennale, con un reading di quattro autori della collana di narrativa italiana Nichel (Francesco Pacifico, Valeria Parrella, Leonardo Pica Ciamarra, Riccardo Racis). I quattro, nonostante un pubblico inferiore alle venti persone nei momenti di folla, hanno letto ampi brani di loro lavori già editi o in fase di pubblicazione, con entusiasmo e simpatia, mettendo da parte, per una volta, atteggiamenti studiati, più adatti ai centri culturali di Roma e molto meno efficaci dal punto di vista letterario. A parte i noti Pica Ciamarra, finalista al Premio Calvino e autore di un romanzo sulla decadenza di un barone universitario, e Parrella, autrice di una raccolta di racconti che è emersa su tutta la produzione Minimum Fax degli ultimi mesi, il reading di Galassia ha portato in pubblico due nuovi scrittori, diversissimi tra loro. Pacifico, ventiseienne dei Parioli, ha scritto “Il caso Vittorio”, una storia d’amore tra Claudia e Vittorio e tra Marta e Vittorio, raccontata in un decennio con grande lavoro di documentazione, anche attraverso l’amicizia tra Claudia, aspirante giornalista poco talentuosa e gran baciatrice nonché musa nuda di un pittore francese sovvenzionato dallo stato francese, e Marta, aspirante suora di clausura nonché scout e donna irreprensibile che, forse, riuscirà a risolvere, a suo favore, il caso Vittorio. L’autore esordisce nel reading premettendo “leggerò una lettera d’amore”, segue lettura della cosa più lontana da una lettera d’amore che abbia mai sentito, in cui Vittorio cerca di convincere Marta a sposarlo partendo da uno scandalo finanziario americano. C’è da scommettere che ogni donna, chiesta in sposa in questo modo, non risponderebbe “no”, confusa dai riferimenti ai bilanci truccati. Raccis, ancora più giovane di Pacifico credo, esordisce nella letteratura con “Il caso Plazzi”, un noir come fa tanto moda adesso. Carlo Lucarelli, uno che delle mode se ne frega, ne ha scritto una prefazione entusiasta e ha accettato di presentare l’autore nel consueto tour promozionale. La storia del caso Plazzi è incomprensibile sia dalla quarta di copertina che, soprattutto, dal reading, in cui Raccis ha letto brani bonsai del libro senza aggiunta di indizi (“non si è capito niente”, dico, “perché è un noir, non si deve capire niente”, ribatte alle mie spalle l’editore, Raccis ride nella sua follia di futuro fisico). I dieci anni di Minimum saranno festeggiati alla Fiera di Torino e in libreria, con un’antologia di autori giovani, corposa nelle sue quattrocento pagine e nei nomi, c’è anche Emanuele Trevi, altro modello rispetto alla sperimentazione, gradevole ma in alcuni racconti inconsistente, di “Gli intemperanti” di Meridiano Zero. Nel caos è apparso, dal profondo Nord in cui vive e ambienta i suoi romanzi, Tullio Avoledo. Avoledo è riuscito a rendere interessante l’ennesimo dibattito sul noir, con il notevole contributo di Sandrone Dazieri, capo no global dei gialli Mondadori, con un passato di case occupate e un presente di canne (si fa per dire), finché non passerà, se passerà, la legge che le renderà illegali, orecchino di brillante azzurro e panama a completare il tutto. Di Avoledo mi affascina, per motivi personali, il passato di bancario, legale in una banca della provincia veneta, e l’ossessione, ai limiti della paranoia ma fruttuosa nella sua letteratura, per le cose che accadono nei condomini. Racconta di vivere in un condominio in cui il vicino del piano di sopra sta progettando la macchina del tempo e altri distinti vicini si dilettano nel tempo libero con riti esoterici. Il noir tra finzione e realtà. A corredo di questi eventi letterari, un incontro simbolo della evoluzione della letteratura, il cambiamento della scrittura nell’epoca dei blog con annesso raduno di bloggers. I bloggers, autori, comunicatori, rompicoglioni, finti alternativi profondamente snob, finti giovani quarantenni, non sono categorizzabili. Come ha detto Luca Sofri, individuare corporazioni non farebbe altro che diminuire il dialogo tra scrittori, giornalisti, bloggers, lettori. E mentre lo diceva un blogger, strelnik, saliva sul palco con il viso paonazzo, e urlava contro Tiziano Scarpa, puntandogli contro il dito indice, “che ne sapete voi, che non vi alzate per andare a lavorare” e Scarpa rispondeva “dio mio, dio mio, hai fatto un discorso di pura demagogia”. Giulio Mozzi, che racchiude in sé le tre anime che sembrano così incompatibili, scrittore, editore e blogger tra i più apprezzati, ha fatto un intervento come al solito impeccabile, raccontando che da anni lui voleva fare un blog, da quando nei primi libri scriveva nella quarta di copertina indirizzo e numero di telefono, alla ricerca, come tutti, di riscontri e scambi (per il dettaglio di quel che pensa la nuova casa di Mozzi è www.giuliomozzi.com). Giovanni de Mauro, direttore di Internazionale, guarda ai blog come fonte giornalistica, da verificare, nei casi di giornalismo corretto. Tiziano Scarpa scrive in una cosa che tecnicamente è un blog ma sostanzialmente è un media letterario (www.nazioneindiana.com), parla dei blog con una certa diffidenza ma è adorato dai bloggers. Personalità Confusa e La Pizia, la tavolo dei relatori, sono stati molto onesti nel raccontare il loro scrivere in rete, sostenuti da un’ala della sala dove si assiepavano i bloggers. In fondo, ciò che è contato del convegno è stato il dopo. Le interviste di Personalità Confusa alla Rai, con lui sorridente in una posa laterale alla Gruber, la ricerca di una pizzeria che ci accogliesse nonostante la concomitanza di ora tarda, quantità e sabato sera, la Pizia, Simone e gli altri che vanno a mangiare salsicce perché tutte le pizzerie intorno a Galassia ci rifiutano, un altro gruppo che resiste e trova accoglienza in un posto un po’ più distante, il taxi collettivo per alcuni di noi, praticamente un giro per la città, i discorsi del giorno dopo ancora ossessivamente focalizzati su Sofri, Mozzi, Scarpa, il godersi reciprocamente le nostre facce sapendo che da ieri sera siamo di nuovo indirizzi internet, persone http. di annarita | 16/02/2004
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