Ieri su Repubblica Milano è uscita la recensione che aspettavo di scrivere da quattordici anni. Due di due mi aiutò a superare un momento complesso, a scegliere poi i percorsi più coraggiosi. Andrea De Carlo, tanto tempo fa, mi disse: “sei inquieta ma è un aspetto positivo, in un bivio non aver paura di prendere la strada più difficile”. Credo di averlo ascoltato e temo di non essere cambiata, sempre in bilico tra realtà e sogni, impegno e delusioni. Come non è cambiata la forza del romanzo: invariato nel testo, tiene dalla prima all’ultima pagina. Non è perfetto il primo incontro di Mario e Guido. Milano, alla vigilia del ’68, un giorno di novembre. La città “è vicina al suo peggiore grigio persecutorio”. Mario, mani in tasca e bavero del cappotto alzato, è in piedi dall’altra parte della strada, guarda i compagni che escono da un vecchio edificio, il liceo Berchet, appena ingabbiati da una barra di metallo che argina per una decina di metri il marciapiede. Sente di non appartenere alla scena. Ha quattordici anni: odia il suo aspetto, l’idea di essere lì in quel momento. Sale sul motorino, cade, urta Guido Laremi, lo porta a casa come risarcimento e il mondo, tumultuosamente, cambia. È un ricordo di Andrea De Carlo, le sue due metà che si fronteggiano dai lati opposti della strada davanti al liceo milanese che ha frequentato, a dare inizio al romanzo. Uscito nel 1989 per Mondadori, poi negli Oscar (la famosa copertina cuore rosso su sfondo giallo e nero), ripubblicato da Einaudi, tradotto ovunque. Qualche anno fa, con il passaggio di De Carlo da Mondadori a Bompiani, Due di due è stato ristampato nei Tascabili appunto Bompiani e ora arriva l’edizione del ventennale con una nuova introduzione dell’autore. La storia dei protagonisti e la Storia, da un’edizione all’altra, non si modificano. Mario e Guido dividono gli stessi banchi quando scoppia il ’68. I due, puri e disperati, rompono il vetro che li tiene fuori da tutto: le assemblee alla Statale con gli anarchici, le botte prese da fascisti e stalinisti, la rivolta contro i professori tiranni. Incontrano un po’ di ragazze, si innamorano anche, ma è presto. A dicembre del ’69 sfiorano la bomba di Piazza Fontana e ancora una volta cambia tutto. Guido abbandona la politica e il liceo, si butta in un percorso distruttivo con la rabbia del bambino cresciuto povero a Milano. Muore il patrigno di Mario. Gli lascia una somma per fare qualcosa di convincente. Siamo nella seconda parte del libro, che potrebbe essere stato scritto oggi per freschezza e triste immutabilità del nostro paese. I ruoli si invertono. Mario trova le colture biologiche e Martina, con cui crea una famiglia. Guido, dopo un fugace successo editoriale, prova in ogni modo a farsi del male e ci riesce. Finisce così, parla Mario: “Ho cercato il punto preciso in cui ci eravamo fermati e ho guardato in basso come avevamo fatto allora, ed era strano vedere una casa sola dove ce n’erano state due.”
Al Festivaletteratura di Mantova un attore ha raccontato che l’incontro con uno scrittore lo aveva reso diverso ma, alla fine, sembrava un ricordo come altri. Capisco lo scetticismo di fronte a dichiarazioni tipo: “il libro che mi ha salvato la vita.” Ma nel caso di Due di due è tutto vero, un giorno mi piacerebbe svelare questa storia. E per caso, o forse no, ho riletto il romanzo in un periodo dalla complessità diversa ma non molto rispetto a quando lo divorai sul divano della mia casa d’origine.
Andrea De Carlo Due di due (Bompiani, nuova edizione per il ventennale)