Philip Roth un paio di anni fa ha scelto di tornare ad abitare a New York dopo un lungo isolamento agreste. Anche di questo si parla in una delle sue rare interviste (fonte Corriere della Sera). Quasi una lezione di scrittura creativa. La dimostrazione casomai ce ne fosse bisogno che
Che cosa lo aveva spinto a ritirarsi in campagna?
“Esser diventato famoso, avere perso l’anonimato. In Connecticut ho vissuto con delle donne, ma in certi periodi anche in totale solitudine. La solitudine si fa sentire soprattutto dalle 5 alle 7 di sera, l’ora del lupo, quando smetti di lavorare e bevi qualcosa insieme alla persona con cui vivi. Io mi preparavo lo stesos un drink (all’epoca bevevo ancora), mettevo della musica, mi cucinavo la cena e dopo facevo qualche telefonata agli amici. Poi leggevo due o tre ore prima di andare a letto. In questo modo si può lavorare parecchio. E io ho lavorato parecchio.” E la vitalità?
“E’ finita nel lavoro.”
Non c’è il rischio che in questo modo la vita sulla pagina diventi più interessante della vita vera?
“No, perché nella vita vera una persona ha dei rapporti personali. Mentre io non penso mai alle vite sulla pagina come a vite con le quali interagisco. La pagina, per me, è un problema da risolvere. La vita, per quanto possa essere problematica, no.”
Allora, dove risiede il piacere dello scrivere fiction?
“Nel risolvere il problema. Ogni paragrafo è un problema, e il libro intero è il problema più grande di tutti.”