10/10/2008
Booktrailer al Premio Chiara
Appuntamento al Premio Chiara Festival del Racconto
Sabato 11 ottobre Villa Recalcati Piazza Libertà 1, Varese alle ore 18.00
Booktrailer un esperimento tra Web e Film. Suspence, immagini evocative, voce narrante. Un nuovo modo per lanciare un libro.
Un booktrailer è un video ispirato a un libro con lo scopo di riprodurre l’atmosfera di quel libro e di promuoverne la lettura.
conducono Annarita Briganti e Jacopo De Michelis
Proiezione booktrailer
ospiti Paolo Bianchi, Giorgio Fontana, Mauro Gervasini, Domenico Moretti, Paolo Roversi
10/10/2008
Tempo di Nobel/2
Se molti critici (v. post precedente) hanno molti dubbi sul Nobel per la Letteratura a Jean-Marie Gustave Le Clézio, un poeta rivela di apprezzarlo da tempo non sospetto. Ecco il ritratto, come sempre ben scritto, che Giuseppe Conte fa nelle pagine del Giornale del romanziere da Nobel che veste come un marinaio, viaggia in continuazione, mantiene una forte componente umanistica e affida speranza e fiducia alla scrittura, all’invenzione di una storia. In questo non diverso da noi.
Da Il Giornale
Il nomade che insegue lo spirito del tempo
di Giuseppe Conte
Una sera, su un aereo in volo da Parigi a Nizza, notai seduto davanti a me un uomo molto alto e snello, biondo, vestito con un paio di jeans e un giaccone blu da marinaio. Mi chiesi subito, non so perché, se poteva essere Le Clèzio, lo scrittore nizzardo che da sempre ammiravo e che non avevo mai potuto incontrare. Sarei rimasto nel dubbio se, a un certo punto, lui non avesse aperto il passaporto, rendendomi agevole leggervi il suo nome. Era lui, l’autore leggendario del Verbale, di Deserto, del Sogno messicano, con quella sua aria così poco libresca, quel suo sguardo così distaccato e intenso, quel suo stile da viaggiatore instancabile. Non gli parlai, quella sera, mi limitai a seguirne le mosse all’aeroporto, mentre a passo veloce guadagnava l’uscita, portando con sé la sacca che conteneva non libri ma bottiglie.
Le Clèzio, cresciuto a Nizza, in uno di quei palazzi altissimi sul porto vecchio, ha compiuto una parabola esemplare fino ad arrivare, ieri, al premio Nobel che incorona un autore fedele alla letteratura che è stato sempre fuori dalle mode, ma dentro lo spirito del tempo, che ha cercato la sua strada nella grande tradizione europea, ma riuscendo ad aprirla verso gli orizzonti di altre culture e di altre civiltà. La famiglia, come denuncia il nome, è bretone, ma di bretoni emigrati nell’isola tropicale di Mauritius, e poi tornati sulla Costa Azzurra. Così Le Clèzio racconta che da ragazzo, quando con un taccuino e una penna se ne andava a scrivere sulla spiaggia di ciottoli sottostante la Promenade Des Anglais, pensava di fronte a tutto quel mare di essere in una terra selvaggia, non dissimile da quella dove erano emigrati i suoi avi.
La sua opera ha questo respiro: all’inizio, siamo negli anni ’60, Le Clèzio allora ventenne adotta i modi vicini allo sperimentalismo, ma introduce già in esso vie di fuga verso l’estasi, verso il superamento delle proprie premesse materialiste. La passione del viaggio e delle mitologie dei popoli lontani faranno il resto. Dopo una stagione di confronto crudo con la realtà metropolitana nella sua violenta insensatezza, passa sempre più tempo in America Centrale, si occupa del sapere dei Maya e dei loro libri sacri, allarga i suoi interessi all’Africa, mostra in maniera sempre più chiara come oggi un grande scrittore europeo non possa che reinterpretare la propria tradizione maestra nel contesto di un mondo multipolare, con tante voci e tante nuove istanze.
Così il capolavoro di Le Clèzio, Deserto, che Rizzoli pubblicò da noi tanti anni fa senza particolare successo. È un romanzo dal respiro epico e che non si nega un nocciolo poetico di scrittura. Io ne rimasi molto colpito, ed è da allora che sento Le Clèzio come un fratello maggiore. Deserto è un romanzo che potenzia paesaggi, personaggi, destini, tra il cuore sabbioso del Sahara e i profumi difficili di Marsiglia. L’Europa contemporanea vi appare sterile, falsa, in confronto alla verità potente di una realtà ancorata a una saggezza millenaria. Una figura femminile, nel suo percorso e nelle sue metamorfosi, campeggia con una indimenticabile evidenza.
Nei libri successivi, tra cui La stella errante o Onitsha si attenua lo spessore epico, ma vengono potenziati i temi del viaggio, della ricerca d’identità, del rapporto con la natura, dell’incontro con civiltà diverse. Le Clèzio non è mai ideologico, non è mai succube di esotismi facili, mai esibizionista come certi romanzieri contemporanei che amano far scandalo e rumore per raggiungere quel successo equivoco ed effimero che scandalo e rumore sono soliti procurare. Leggere un suo libro-intervista significa inoltrarsi nel cammino che uno scrittore fa per diventare un classico, confermarsi nell’idea che la letteratura può ancora avere un ruolo di conoscenza, che lo stile è ancora uno strumento della scrittura per indagare l’universo.
Non saprei a che famiglia di autori appartiene. Isolato ma protagonista di imprese editoriali (lunga la sua militanza per Gallimard), schivo ma sapientemente presente sui media francesi, letterato ma viaggiatore e nomade, lo scrittore nizzardo prosegue una tradizione eminentemente francese di fiducia nella parola, nell’espressione letteraria, nella costruzione di un mondo attraverso l’immaginazione. Il premio Nobel a lui vuol dire che la letteratura, quella vera, ha ancora qualcosa di alto da dire. In Italia, dove i suoi libri non sono mai stati accolti con l’interesse che meritano, qualcuno si stupirà. Ma io sono contento che i troppi tifosi di Philip Roth, per esempio, abbiano ancora da aspettare. Le Clèzio è un autore in cui resiste una forte componente umanistica. Lo scrivere si colora in lui di speranza e di fiducia.
Lo ricordo in una bella intervista televisiva, mentre calmo, una mano appoggiata sul volto, confessava che durante la stesura di un libro un pensiero lo conforta, quello di non poter morire sinché il libro non ha preso forma, sinché la storia non si è conclusa. È una confessione sincera, drammaticamente dolce, per dire che la letteratura è una risposta della vita contro la morte e che c’è in essa ancora una istanza, anche leggera, di eternità.
10/10/2008
Tempo di Nobel
Sapete cosa penso dei premi ma il Nobel per la Letteratura mantiene un certo fascino. Quest’anno è andato, e sì a sorpresa, al francese Jean-Marie Gustave Le Clézio. Strano che non lo conosciate... Quanto sarebbe stato banale premiare un Philip Roth o un altro scrittore americano di quelli che ci tengono svegli fino all’alba facendoci godere con la loro maestria!
Il commento del famoso critico
Per un assaggio della scrittura di Le Clézio sotto trovate il link ad un racconto inedito che pubblicò il Corriere della Sera qualche anno fa.
Un francese cosmopolita ci racconta il Nobel francese cosmopolita (fonte Il Foglio/dall’articolo di Valentina Fizzotti)
...Il vincitore del premio Nobel per la Letteratura, Jean-Marie Gustave Le Clézio, francese cosmopolita cresciuto a Nizza attualmente ad Albuquerque (Stati Uniti) dopo aver girato il mondo, raccontato dal francese cosmopolita Jean Pierre Darnis, ricercatore che vive in Italia da anni e lavora all’Istituto Affari Internazionali: “C’è molta coerenza fra la sua scrittura e la sua vita. Spesso le sue opere sono ambientate nei luoghi più disparati, che a visitato nel sorso dei suoi viaggi intorno al mondo. Per lui la scrittura è una prassi di viaggio e di vita. Lo affascinano molto le società primitive e lo sciamanesimo, il rapporto dell’uomo con la natura. È in qualche modo ‘atemporale’. Nel suo penultimo libro, ‘Ballaciner’, raccontava la storia di sua nonna, una montatrice cinematografica che abitava e lavorava nella Nizza degli anni Venti. Ritraendo le sue radici nizzarde, immaginava la nonna che faceva il bagno in spiagge ancora deserte e incontaminate, nella Nizza dei tempi passati. E' uno schietto, che non si nasconde dai media ma che di certo non li cerca. La sua scrittura è pura ma non noiosa, ma soprattutto è facile da leggere. Questo Nobel ha un che di epocale: sembra un riconoscimento dell’interculturalismo. Che non è certo terzomondismo di sinistra, ma un approccio interculturale al mondo. Anche se le sue storie sono ambientate in luoghi diversi, dalle città al deserto, i suoi eroi sono extra territoriali e c’è una continuità fra le azioni dei personaggi dei vari libri. Sa valorizzare anche i personaggi minori ricercando nelle culture un umanismo universale che ha superato il vecchio umanismo, quello colonialista occidentale. Le Clézio mi fa pensare al rapporto che il presidente francese Jaques Chirac aveva con il mondo: non considerava l’occidente superiore, ma credeva che tutte le culture meritassero eguale rispetto. Lui è il pendant culturale di questa visione francese degli anni Novanta. Il suo nome girava da un po’ di tempo, ma credo che questo sia stato riconosciuto dalla giuria di Stoccolma proprio ora che il liberalismo occidentale è fortemente criticato. Le Clézio non critica il sistema, se ne pone semplicemente al di fuori ”...
Vedi a pagina 69 - di Mariarosa Mancuso (fonte Il Foglio)
Basta andare a pagina 69 per capire come si assegna un Nobel letterario
Due pagine non a caso di due libri scritti da Le clezio
Lo avevano annunciato, forte e chiaro. Gli scrittori americani – pfui! – sono provinciali, e poveretti scrivono in una lingua che forse si farà, ma è troppo presto per dirlo (questo pensa il segretario del Nobel, giudicate voi se è la persona giusta al posto giusto). Ciliegina sulla torta, hanno premiato la Francia, paese che da sempre – agli occhi degli intellettuali – tiene alta la bandiera dell’antiamericanismo. E anche la bandiera della vecchia Europa che ha decretato la morte del romanzo. E quella degli scrittori che non intendono sedurre i lettori, ma lanciare loro un guanto di sfida: vediamo se ce la fai ad arrivare in fondo. J. M. G. Le Clézio – lasciategli le iniziali puntate, se non volete far la figura dei novellini, se proprio vi costringono limitatevi a Jean-Marie, il Gustave fa desolatamente “ho letto Wikipedia un’ora fa” – appartiene alla banda di guastatori che fecero danni in nome e per conto del “nouveau roman”. Nel 1965 era pubblicato da Einaudi nella stessa collana di Samuel Beckett: punitiva copertina grigia, sinistra intestazione “la ricerca letteraria”.
L’occasione è troppo ghiotta per non applicare al neoproprietario di un milione e rotti euro (speriamo assoldi un contabile migliore di quello che truffò Dario Fo) il metodo suggerito da Marshall McLuhan ai lettori indecisi davanti agli scaffali. Basta leggere la pagina 69 di un libro, suggerisce il guru che fece una comparsata in “Io e Annie” di Woody Allen. Se la pagina vi piace, anche il resto del libro sarà di vostro gusto. Vale anche il contrario. Chiamiamolo carotaggio letterario, oppure campionatura. Il Nobel a LeClézio – nato a Nizza nel 1940 da genitori bretoni emigrati nel Settecento alle Mauritius, ha scritto una trentina di libri – offre l’occasione per sperimentare la tecnica. Primo libro e primo carotaggio: la pagina 69 di “Il verbale”. LeClézio lo pubblicò a 23 anni, vincendo il prix Rénaudot e sfiorando il Goncourt. “Su una tavoletta che prolungava lo sportello dei chioschi erano abbandonati rotoli di biglietti rosa, segnati a intervalli regolari da un traforo che aveva il compito di facilitarne lo strappo”. Non serve altro. Siamo perfettamente in zona “nouveau roman”: minuziose e sfinenti descrizioni, personaggi che si farebbero sparare piuttosto che pronunciare una battuta (l’uomo che stacca i biglietti, lo sappiamo poche righe dopo, dice un “grazie sì” solo quando è obbligato), molto spaesamento e molta alienazione.
Secondo carotaggio, l’ultimo titolo uscito in italiano: “Il continente invisibile”, da Instar Libri. A pagina 69, leggiamo: “Per i ni-vanuatu, la kava non è solo una bevanda. Come la coca per gli indios delle Ande, questa pianta ha in sé lo spirito del luogo, è la loro lingua, la memoria collettiva. Sicuramente per questa ragione fu proibita dai governi coloniali”. 45 anni dopo, lo sperimentatore letterario è diventato etnologo, e sta con gli indigeni contro i colonialisti. Il mistero del Nobel 2008 finalmente si svela: l’impegno civile e il terzomondismo sono molto apprezzati dai giurati svedesi, convinti che la letteratura sia la continuazione della correttezza politica con altri mezzi. La campionatura mostra un Le Clézio che parte algido alla Beckett, e arriva scrittore di viaggio alla Chatwin (passando per il melò di “Diego e Frida”, cognome Rivera e Khalo, certificato dalla pagina 69 che abbiamo letto per voi). Esattamente quel che sostiene – usando parole più forbite: “L’altrove esotico”, “un rapporto ancora spontaneo con il mondo” – la fedele Garzantina. La tecnica suggerita da Marshall McLuhan ha funzionato magnificamente. Il seguito alla prossima puntata.
Il testo «Nascere in una guerra» è stato scritto da Jean-Marie Gustave Le Clézio per il Festival internazionale Letterature di Roma del 2004 (fonte Corriere della Sera)
Fonte articoli/racconto:
09/10/2008
Booktrailer al Premio Chiara
Mi stupisco sempre per la veloce dissolvenza delle esperienze indimenticabili. Davvero sono stata a New York? Davvero ho visto il MOMA, corso a Central Park, comprato centinaia di vestiti stivali libri, frequentato Barnes & Noble sulla Fifth Avenue come fosse il megastore sotto casa, consumato una quantità notevole di espressi macchiati da Starbucks, partecipato al New Yorker Festival, preso un certo numero di taxi ecc.? Se non ci fossero i libri e gli impegni a distrarmi dai pensieri nostalgici! Sabato 11 ottobre, ore 18.00
Villa Recalcati Piazza Libertà 1, Varese
Booktrailer, un esperimento tra Web e Film. Un nuovo modo di lanciare un libro.
conducono Annarita Briganti e Jacopo De Michelis
ospiti Paolo Bianchi, Giorgio Fontana, Mauro Gervasini, Domenico Moretti, Paolo Roversi.
Il prossimo appuntamento con i booktrailer è sabato 11 ottobre a Varese nell’ambito del Premio Chiara con la conduzione del grande Jacopo De Michelis e della sottoscritta che per l’occasione metterà i tacchi. Se ne parla oggi su La Provincia di Varese. Ringrazio molto la giornalista Adriana Morlacchi che mi ha fatto una bella intervista. Siete tutti invitati!
08/10/2008
Conversazione tra Claudio Magris e Alessandro Baricco
Questo articolo del Corriere nasce da una conversazione tra gli scrittori Claudio Magris e Alessandro Baricco, una bella gara di fascino. Non è il classico testo da blog. Ci troverete l’elogio della profondità soprattutto nei sentimenti (era ora!), la non demonizzazione della superficialità, l’importanza della cultura e la speranza affidata, non a caso, al libro che terremo sul comodino. Magari in titanio ma sarà un libro. Un post per riflettere, più spesso che raramente. E’ così che mi sento.
Dal Corriere della sera
La civiltà dei barbari. C'è un cambiamento che non è solo culturale ma anche antropologico e genetico
conversazione tra Claudio Magris e Alessandro Baricco
di Claudio Magris
Durante la campagna elettorale del 2001 mi sono accorto che non capivo più il mondo. Un manifesto di Forza Italia mostrava Berlusconi in maglione, con la scritta «Presidente operaio»; un'idea che sarebbe potuta venire in mente a me e ai miei amici per una goliardata che lo mettesse in ridicolo. Sarebbe stato altrettanto comico proclamare Veltroni o Prodi «Presidenti operai». Ma se qualcosa che per me era una caricatura satirica funzionava invece quale efficace propaganda, voleva dire che erano cambiate le regole del mondo, i metri di giudizio, i meccanismi della risata; mi trovavo a un tavolo di poker credendo che l'asso fosse la carta più alta e scoprivo che invece valeva meno del due di picche, come quando il protagonista dell'Uomo senza qualità di Musil, leggendo su un giornale di un «geniale» cavallo da corsa, capisce che le sue categorie mentali sono saltate, non afferrano e non valutano più le cose.
Alessandro Baricco si addentra nel paesaggio di questa mutazione epocale con straordinaria acutezza; con quella profondità dissimulata in leggerezza che caratterizza il suo narrare. Forse Baricco è scrittore dell'Ottocento e del Duemila più che del Novecento, cui pure s'intitola un suo celebre libro. Si muove nel mondo saccheggiato dai barbari, come egli li chiama, con l'agilità di un'antilope in un territorio che non è proprio il suo, ma nel quale non si trova affatto a disagio. I barbari sono tali rispetto a quella che si considera — a noi che ci consideriamo — la civiltà, la quale si sente devastata nei suoi valori essenziali: la durata, l'autenticità, la profondità, la continuità, la ricerca del senso della vita e dell'arte, l'esigenza di assoluti, la verità, la grande forma epica, la logica consueta, ogni gerarchia d'importanza tra i fenomeni. In luogo di tutto questo trionfano la superficie, l'effimero, l'artificio, la spettacolarità, il successo quale unica misura del valore, l'uomo orizzontale che cerca l'esperienza in una girandola continuamente mutevole. Il vivere diventa un surfing, una navigazione veloce che salta da una cosa all'altra come da un tasto all'altro su Internet; l'esperienza è una traiettoria di sensazioni in cui Pulp Fiction e Disneyland valgono quanto Moby Dick e non lasciano il tempo di leggere Moby Dick.
Nietzsche ha descritto con genialità unica l'avvento di questo nuovo uomo e della sua società nichilista, in cui tutto è interscambiabile con qualsiasi altra cosa, come la cartamoneta. Tutto ciò nasce già col romanticismo, che ha infranto ogni canone classico, anzi ogni canone; come ricorda Baricco, la prima esecuzione della Nona di Beethoven venne stroncata dai più seri critici musicali con termini analoghi a quelli con cui oggi si stroncano, accusandole di complicità con i gusti più bassi e volgari, tante performance artistiche o pseudoartistiche. Baricco cerca di descrivere — o, nei suoi romanzi, di raccontare — e soprattutto di capire il mondo, anziché deplorarlo, e sostiene giustamente, nel bellissimo finale de I barbari (Feltrinelli), che ogni identità e ogni valore si salvano non erigendo una muraglia contro la mutazione, bensì operando all'interno della mutazione che è comunque il prezzo, talora pesante, che si paga per un grande progresso, per la possibilità di accedere alla cultura data a masse prima iniquamente escluse e che non possono avere già acquisito una coerente signorilità.
«Se tutto va compreso — gli chiedo incontrandolo nella sua e un po' anche mia Revigliasco— non tutto va accettato. Tu stesso scrivi che occorre sapere cosa salvare del vecchio — che dunque non è tale — in questa totale trasformazione. Questo implica un giudizio, che non identifica dunque, come oggi si pretende, il valore col successo. Anche Il piccolo alpino vendeva un secolo fa tante più copie delle poesie di Saba, ma non per questo chi lo leggeva capiva meglio la vita. Se i giornali — come dici — non parlano di una tragedia in Africa finché non diventa gossip di veline o di sottosegretari, non è una buona ragione per non correggere questa informazione scalcagnata prima ancora che falsa. Del resto è quello che fanno tanti blog, in cui si trova spesso più «verità» che nei media tradizionali. I barbari ci aiutano quindi forse anche a combattere la barbarica identificazione del valore col successo».
Baricco — Certo, non tutto va accettato, hai ragione. Ma capire la mutazione, accettarla, è l'unico modo di conservare una possibilità di giudizio, di scelta. Se si riconosce alla nuova civiltà barbara uno statuto, appunto, di civiltà, allora diventa possibile discuterne i tratti più deboli, che sono molti. D'altronde io credo che la stessa barbarie abbia una certa coscienza dei suoi limiti, dei suoi passaggi rischiosi e potenzialmente autodistruttivi: in un certo senso sente il bisogno di vecchi maestri, ne ha una fame spasmodica: il fatto è che i vecchi maestri spesso non accettano di sedersi a un tavolo comune, e questo complica le cose.
Magris — Credo che non esista una contrapposizione fra i barbari e gli altri (noi?). Anche chi combatte molti aspetti «barbarici» non è pateticamente out, ma contribuisce alla trasformazione della realtà. Come nel Kim di Kipling, in cui tutti spingono la Ruota e ne sono schiacciati. Senza pathos della Fine né di un miracoloso e fatale Inizio. La civiltà asburgica, così esperta di invasioni barbariche, non le demonizzava né le enfatizzava; si limitava a dire: «È capitato che...».
Baricco — «È capitato che...», bellissimo. Quando ho pensato di scrivere I barbari avevo proprio uno stato d'animo di quel tipo… Sta capitando che… Non avevo in mente di raccontare un'apocalisse e nemmeno di annunciare qualche salvezza… volevo solo dire che stava succedendo qualcosa di geniale, e mi sembrava assurdo non prenderne atto. Forse ho letto troppi mitteleuropei da giovane e mi son trasformato in un von Trotta. Colpa tua, in un certo senso…
Magris — Tu indaghi splendidamente lo stretto rapporto che c'era tra profondità, rifuggita dai barbari, e fatica, sublimata e cupa moralità del lavoro e del dovere, che spesso conduce a sacrificio e a violenza. Ma la profondità non è necessariamente legata alla falsa etica del sacrificio. Immergersi e reimmergersi in un testo — in un amore, in un'amicizia, anziché toccarli di sfuggita come oggi i barbari — non vuol dire sfiancarsi a scavare come un forzato nella miniera, ma è come scendere ripetutamente in mare, scoprendo ogni volta nuove luci e colori, che arricchiscono quelle precedenti, o come fare all'amore tante volte con una persona amata, ogni volta più intensamente grazie alla libertà dell'accresciuta confidenza.
Baricco — La profondità, quello è un bel tema. Sai, scrivendo I barbari, ho dedicato molto tempo a capire e a descrivere la formidabile reinvenzione della superficialità che questa mutazione sta realizzando. E trovo fantastico ciò che siamo riusciti a fare, riscattando una categoria che ufficialmente era l'identificazione stessa del male, e restituendola alla gente come uno dei luoghi riservati al Senso. Ma mi rendo anche conto che questo non significa affatto demonizzare, automaticamente, la profondità. Tu giustamente parli di amicizia, di amore, e se tu guardi i giovani di oggi, quasi tutti tipici barbari, tu troverai lo stesso desiderio di profondità che potevamo avere noi. O se pensi alla loro domanda religiosa, ci trovi un'ansia di verticalità che non riesci bene a coniugare con la loro cultura del surfing. Alla fine sai cosa penso? Che la mutazione abbia smontato la dicotomia di superficiale e profondo: non sono più due categorie antitetiche: sono le due mosse di un unico movimento. Sono i due nomi di una stessa cosa. Non so, non so spiegarlo meglio, è una cosa che intuisco ma devo ancora pensare: ma credimi, il punto è quello. Ti dirò di più: la superficialità, nelle opere d'arte barbare, non è già più distinguibile come tale, non più di quanto tu possa distinguere cosa è ornamento in un quadro di Klimt, o pura aritmetica in una suite di Bach.
Magris — Pur più allergico di te — anche per ragioni d'età — ai barbari, vorrei difenderli da una loro immagine totalitaria. In Google vedo anche una — pur immensa — reticella simile a quelle con cui i bambini pescano in mare granchi e conchiglie. Non ho bisogno di Google per sapere qualcosa su Goethe, «linkatissimo», perché lo trovo altrettanto facilmente altrove, come in passato. Invece è Google che mi ha dato qualche notizia su un personaggio minimo di cui mi sto interessando, una nera africana del Cinquecento fatta schiava, divenuta dama di corte in Spagna, rapita dai Caraibi e poi loro regina. I blog correggono l'unilateralità barbarica dei media, che parlano solo di ciò di cui si parla e si sa. Non credo che Faulkner possa sparire, meglio allora se sparisse Google; credo che Google possa semmai aiutare a far riscoprire la sua grandezza a molti ignoranti. I barbari che hanno invaso l'impero romano ne sono stati gli eredi, hanno letto e diffuso i Vangeli...
Baricco — I barbari che hanno invaso l'impero romano erano spesso popolazioni già parzialmente romanizzate guidate da condottieri che venivano dalle file degli ufficiali dell'esercito imperiale...
Magris — La profondità, tu scrivi, è spesso fondamentalista, ha condotto, in nome di valori forti, a guerra e a distruzione. Non credo però che la folla barbarica, innocente, pacifista dei consumatori di videogame sia adatta a scongiurare la violenza; la vedo semmai disarmata e ingenua e dunque facile preda di persuasioni collettive che portano alla guerra. Nella tua straordinaria Postilla a Omero, Iliade tu dici — e concordo pienamente — che la guerra non si sconfigge con l'astratto pacifismo, ma con la creazione di un'altra bellezza, slegata da quella pur altissima ma sempre atroce del passato, come nell'Iliade. Non vedo però nei consumatori di Matrix questi costruttori di pace...
Baricco — Apparentemente è così. Ma ogni tanto mi chiedo, ad esempio, se una delle ragioni per cui, dopo le due Torri, non siamo precipitati in una vera e propria guerra di religione su vasta scala, non sia proprio la barbarie diffusa delle masse occidentali e cristiane: il loro nuovo sospetto per tutto ciò che si dà in forma mitica impedisce di aderire in modo viscerale ai possibili slogan guerrafondai che in passato, e per secoli, hanno fatto così larga breccia tra la gente.
Magris — I barbari di cui parliamo sono occidentali, anche se integrano elementi di altre culture. Oggi la cosiddetta globalizzazione mescola su scala planetaria altre culture, tradizioni, livelli sociali, quasi epoche diverse, e introduce pure valori di profondità e di fatica, Assoluti, fondamentalismi. Una nuova folla di esclusi si affaccia al mercato della civiltà; rispetto ad essi, i nostri barbari sembreranno presto aristocratici di un altro ancien régime. Certo, passerà del tempo prima che i clandestini d'ogni lingua e cultura levino veramente la voce, ma...
Baricco — È vero. Quando parliamo di Umanesimo o di Romanticismo parliamo di mutazioni che riguardavano un mondo piccolissimo (l'Europa, e nemmeno tutta), mentre oggi qualsiasi mutazione si deve confrontare con il mondo tutto, perché con il mondo tutto si trova a dialogare. Sarà un'avventura affascinante. Ci sono intere parti di mondo con cui facciamo affari che nemmeno sono mai passate dall'Illuminismo: non sarà che l'uomo che stiamo diventando riuscirà a dialogare meglio con loro che con i suoi vecchi sacerdoti del sapere?
Magris — C'è un'altra mutazione in atto — non solo culturale, bensì antropologica, genetica, biologica — che potrà generare un'umanità radicalmente diversa dalla nostra, padrona della propria corporeità, capace di orientare a piacere il proprio patrimonio genetico e di connettere i propri neuroni a circuiti elettronici artificiali, portatrice di una sessualità che non ha nulla a che fare con quella che, più o meno, è ancora la nostra. Certo, passerà comunque molto tempo prima che ciò possa avvenire. Ma se quest'uomo o il suo clone sarà veramente «altro» rispetto a noi, non avrà senso chiedersi se sarà orizzontale o profondo, come non avrebbe senso chiederselo per i nostri avi scimmieschi o magari roditori...
07/10/2008
Mucchio/Nino G. D'Attis
Nel Mucchio fresco di stampa c’è anche la recensione del nuovo libro di Nino G. D’Attis.
Nino G. D’Attis Mostri per le masse (Marsilio)
“Questo libro è il mio bambino cattivo”, dichiara l’autore nelle pagine finali del secondo romanzo uscito a due anni di distanza da Montezuma airbag your pardon. L’esordio dal titolo bizzarro raccontava l’alienazione di uno dei tanti che nonostante le difficoltà economiche sognano una ‘vita GQ’ con vestiti firmati e gnocche disponibili come nei reality show e sono pronti a tutto per un po’ di roba (leggi ‘merci’) e qualche scopata senza impegno. In Mostri per le masse protagonista non è un individuo per quanto rappresentativo ma la società moderna.
Roma 2005 più numerosi flashback. E’ il tempo dell’agonia di Giovanni Paolo II che si confonde con l’agonia della città. L’ispettore Graziano Vignola, appena trasferito nella Capitale non per meriti ma per allontanarlo dalla sede precedente e scopriremo perché, deve indagare sull’assassinio di una studentessa universitaria seguito da quello di una giovane donna. I delitti porterebbero all’ambiente delle sette. Nella ricerca della verità (l’ispettore è davvero interessato a trovarla? Non è con essa che si governa il mondo) incontriamo un nano maleodorante informato dei fatti. La droga nella versione squallida, tossica. Le coinquiline della studentessa uccisa, superficiali al punto che una di loro accetterà di uscire con Vignola per poi darsela a gambe. Una puttana che professionalmente detesta fare conversazione e si concede a chi offre di più quindi non al protagonista che invece la vorrebbe in esclusiva. E un conduttore radiofonico fissato con argomenti satanici. Sarà lui a suggerire la via per trovare i colpevoli. Queste vie, lo sappiamo dalla letteratura e dal cinema, sono sempre pericolose.
Scritto con minimalismo ipnotico, basato su documenti autentici, le fonti sono citate nel testo, e sulla cronaca (dalla Banda della Uno bianca alla Bestie di Satana), il romanzo ruota attorno al tema della Legge deviata. I mostri servono ai poteri forti per distrarre le masse dai loro crimini. Chi dovrebbe difenderci sembra più colpevole dei colpevoli. Non uno scenario confortante e il rischio di complottismo c’è ma non può essere un caso che negli ultimi anni giornalisti, scrittori e registi si siano dedicati a reinterpretare
06/10/2008
Festivaletteratura sul Mucchio
Nel Mucchio di ottobre fresco di stampa trovate anche l’articolo sul Festivaletteratura di Mantova. Buona lettura mentre io cerco di smaltire il fuso orario.
I numeri. 57.000 biglietti e 23.000 presenze agli eventi gratuiti (più 10% sull’edizione 2007). La democrazia festivaliera fa aumentare le vendite? la moltitudine umana è la stessa che si sposta da una manifestazione all’altra svelando insospettabili risorse economico-spazio-temporali? Ai lettori queste cose non interessano.
Le novità. Non darsi per scontati dopo dodici anni è difficile. Sono piaciuti il Vocabolario europeo, gli ospiti hanno contribuito con una parola della lingua d’origine, e i comizi. Scrittori del passato per voce di contemporanei in pubbliche orazioni. Blanqui/Moresco sull’eternità, Eckhart/Riondino sul distacco, Voltaire/Longo sulle istituzioni.
Sottosopra. Appuntamento alle 5,30 al Campo Canoa, Mincio lake. Concerto jazz. Narrazioni surreali del giornalista Stefano Scansani. Si parte con l’elenco delle malattie diffuse nella Mantova dei secoli scorsi. E’ un’altra novità il percorso all’alba tra castelli, chiese e cantine. Primo appuntamento: quattrocento persone. Secondo appuntamento: il doppio. Nei sotterranei di Palazzo Ducale si stava come nel centro di Pechino ma che esperienza sensoriale!
L’ospite d’onore. In giro c’è una concezione alimentare dei libri. Escono, vendono un po’, sostano brevemente sugli scaffali, approdano ai magazzini della libreria e dell’editore e talvolta al macero. A Mantova i libri non scadono. Jonathan Safran Foer ha pubblicato l’ultimo romanzo due anni fa, ne sta scrivendo un altro ma non vuole parlarne e ha appena completato un saggio sull’allevamento degli animali. Quando da piccolo ha scoperto da dove proveniva la carne non poteva crederci: “Quale bambino non riflette sul fatto che si mangi il pollo e non il proprio cane?” Una delle voci migliori della letteratura non ha deluso le aspettative. E a chi gli chiede per la centesima volta cosa voglia dire essere sposato con Nicole Krauss, altra presenza del festival, risponde così: “Un ginecologo il venerdì sera torna a casa e trova la moglie in biancheria sexy. Rifiuta, è esausto dopo il lavoro. La verità è che parliamo di scrittura meno della maggior parte delle coppie. Scriviamo fuori casa e ci siamo conosciuti quando entrambi avevamo completato il secondo libro.”
Il mio nome è Bond. Sebastian Faulks ha realizzato in accordo con la famiglia Fleming il seguito di James Bond. Anni Sessanta, droga, Medio Oriente, belle donne e auto di lusso, c’è tutto. Tornerà a romanzi impegnati ma aveva bisogno di leggerezza. Ci vuole talento a saper usare stili diversi.
Giallo ghiaccio. C’è poco da fare gli snob. I gialli vendono e possono essere meglio dei cliché sul genere. Gli autori dell’Europa del Nord stanno innovando un format dominato dal legalismo-thrilleresco degli americani. Più critica sociale e ironia, meno sangue e serial killer. A Mantova il bestsellerista Scott Turow, impegnato nel seguito di Presunto innocente e protagonista di una insolita serata autobiografica sul conflittuale rapporto con il padre, si è alternato a Jo Nesbo, Leif G. W. Persson (v. intervista) e Maj Sjowall. Capostipite con il marito, lo scomparso Per Wahlöö, del noir scandinavo ha incontrato i lettori nella sede più bella, Palazzo d’Arco. Sullo sfondo un giardino ‘segreto’ di menta, peperoncino, capperi, ribes, lunaria ornamentale. Il commissario Martin Beck non è un supereroe e il distretto di polizia di Stoccolma non ha patine hollywoodiane. Sjowall e Wahlöö hanno narrato in dieci libri, in ristampa da Sellerio, castighi, delitti e l’evoluzione della società svedese dal socialismo al capitalismo.
Il maestro/1. Paolo Villaggio ha fama di antibuonista eppure, complice il barattolo di mostarda che aveva mangiato, è sembrato più malinconico che altro. Uno dei racconti. Ermanno Olmi gli consegnò il Leone d’Oro alla Carriera. Quest’anno Venezia ha dato lo stesso premio ad Olmi. Villaggio in una lettera si è offerto di ricambiare. Olmi non ha risposto preferendo la visibilità di Celentano. Chi trova un amico…
Il maestro/2. Gli elenchi di Alberto Arbasino e gli strali contro i giovani che non hanno stile con i jeans a vita bassa e i rotolini di ciccia e i bei tempi quando Inge li fotografava al Lido e si davano balli e si stava tutti insieme sono irresistibili anche dal vivo.
Poche ma buone. La giornalista e scrittrice Najwa Barakat, nata a Beirut residente a Parigi, ha presentato YA SALAM! (Epoché), storia tra tragedia e commedia di un ex miliziano affetto da pulsioni sessuali che dopo la guerra deve inventarsi una nuova esistenza puntando su un’impresa di derattizzazione con l’aiuto della zitella Salam, di un ex cecchino e un ex torturatore. I festival che fanno aprire la mente, uscire dagli schemi, non sono inutili.
Appuntamento a Mantova dal 9 al 13 settembre 2009 per la XIII edizione di Festivaletteratura.
Festivaletteratura di Mantova XII edizione (3-7 settembre 2008)