30/10/2009
Torben Guldberg nel Mucchio di novembre
Nel Mucchio di novembre, appena sfornato, ci sono molti articoli interessanti tra i quali una delle rarissime interviste a Niccolò Ammaniti, autore il grande John Vignola, e questa conversazione letterario-filosofico-danese con Torben Guldberg, esordiente con un romanzo storico sull’amore. Ogni tanto bisogna alzare il livello, altro che alleggerimento dell’informazione. Buona lettura!
Intervista a Torben Guldberg, autore di Tesi sull’esistenza dell’amore (Longanesi)
Finalmente dalla letteratura nordica, invece di un giallo, arriva un romanzo storico sui sentimenti, che non vuol dire sentimentale. Il danese Torben Guldberg (classe ’75) esordisce, dimostrando coraggio oltre che talento, con racconti d’amore, uno per ogni secolo, dal Cinquecento al Duemila. Casomai vi chiedeste se l’amore esiste fate caso al titolo del libro di Guldberg. Appurato che esiste, può servire a raccontare il mondo?
Partiamo da qualche nota biografica. Fa l’attore.
Sono nato nel 1975 ad Amburgo, dove mio padre lavorava, e sono cresciuto in Danimarca da quando avevo pochi mesi, nella zona a nord di Copenaghen. Ho studiato recitazione a Aarhus, la seconda città del paese (famoso centro universitario, ndr). Ho debuttato a 23 anni nel musical I miserabili. Ora mi occupo di teatro per bambini e ragazzi. Quando ho finito la scuola di recitazione ho iniziato a scrivere. Per dieci anni mi sono diviso tra palcoscenico e scrittura vivendo di recitazione, senza ottenere guadagni dalla letteratura. Fino ad oggi. Abito ad Aarhus e giro molto per il teatro.
Com’è nata l’idea di un’indagine non su un serial killer ma sull’esistenza dell’amore? Non è facile scrivere di sentimenti con uno stile classico, lontano dal postmoderno della letteratura inglese e americana e dei numerosi imitatori.
Se avessi proposto il libro agli editori prima di scriverlo, sulla base dell’idea che c’è dietro e con un “narratore onnisciente”, l’avrebbero respinto. Fortunatamente neanche io sapevo che il libro sarebbe diventato così. Sono partito dall’immagine di un millenario che parla dell’amore perché mi è sembrato uno dei pochi argomenti che una persona della sua età avrebbe potuto trattare. Mentre scrivevo approfondivo gli aspetti storici e romanzeschi e mi sono accorto della vastità del progetto: non avevo in mente un libro ma due! Infatti sto preparando il prequel (dall’anno Mille al Quattrocento, ndr).
Entriamo nelle sue pagine. Alcuni racconti, e alcuni secoli, sono più riusciti di altri pur nell’ambito di un libro affascinante. Quale secolo si è divertito di più a scrivere? Ho adorato l’Ottocento del Mosaico di filosofia vissuta.
Non posso scegliere tra i capitoli del libro, sarebbe come decidere qual è il figlio preferito! Ma sono d’accordo: le varie parti hanno toni e stili diversi suscitando nei lettori altrettanti stati d’animo. Lo stesso è stato per me mentre scrivevo. La storia d’amore del Cinquecento, appassionata ed emozionante, è la migliore dal punto di vista emotivo con il suo sapore dolce-amaro. E mi è piaciuto scrivere del Settecento quando i primi esperimenti scientifici hanno conseguenze su un’intera città e sul rapporto tra i protagonisti (non diciamo come, ndr).
Il libro ha avuto un buon successo in Danimarca. Avrà incontrato il pubblico durante le presentazioni. Come sono i lettori danesi e come immagina quelli italiani?
In realtà non ho ancora girato molto. Fino ad ora (settembre 2009, ndr) ho fatto cinque presentazioni e la maggior parte del pubblico doveva ancora leggerlo. Ma i primi giudizi sono stati positivi. Tanti lettori danesi mi hanno detto che il romanzo potrebbe andare bene nei paesi mediterranei. Spero sia vero.
Per un caso, o forse no, lo penso anche io. Avendo intervistato molti scrittori nordeuropei, il suo libro, con l’impasto di realtà e magia, mi è sembrato il più “sudamericano” di quelli prodotti in un’area geografica che ormai contribuisce alle tendenze letterarie come e più delle grandi capitali culturali (Milano, New York ecc.). È d’accordo con questa definizione?
È vero, mi piace il “realismo magico”. Leggo Márquez e Borges oppure, tornado in Danimarca, Karen Blixen. Ma per il resto non so perché dovrei essere più sudamericano degli altri autori nordici.
Forse in un’altra vita era sudamericano.
Può essere! Mi fa venire in mente quando negli anni ’80 la nazionale danese di calcio partecipò per la prima volta ai Mondiali. Qualcuno aveva detto che i danesi giocavano il calcio più sudamericano del Nord.
Non sono mai stata in Danimarca. Com’è la scena culturale?
Posso parlare del teatro. Rispetto ai Paesi Bassi non c’è molto underground. Il teatro indipendente non è finanziato, i pochi fondi vanno a istituzioni quali il Royal Theatre di Copenhagen per la produzione di grandi progetti. Ma in ogni generazione, anche nella nostra e soprattutto in ambito creativo, ci sono molti sogni da realizzare. Qualcosa succede sempre.
A questo punto posso chiedere a Torben Guldberg, e non allo scrittore che rappresenta, se l’amore esiste e se ricorda il suo primo amore.
27/10/2009
Jonathan Lethem / Oltre l’illusione non c’è nulla?
In occasione dell’uscita americana del nuovo romanzo Chronic City, ambientato per una volta a Manhattan e non a Brooklyn, Antonio Monda (uno dei miei preferiti) ha dialogato con Jonathan Lethem nelle pagine di Repubblica. Ecco alcuni brani. Se sei uno scrittore e vivi a New York e Monda non ti intervista, non conti niente. Davvero. Quando Lethem scrive che “spesso sopravviviamo alla realtà cancellando e non vedendo. Siamo gli editor della nostra stessa vita” so cosa vuol dire e non è facile, come editing. Buona lettura (fonte Repubblica).
Antonio Monda (AM): Il libro, che è tra i più attesi della stagione letteraria, sembra risentire delle ambientazioni del Doppio sogno di Schnitzler nella rielaborazione di Kubrick, con personaggi fragili e disorientati che vagano alla ricerca di un qualcosa che possa dare un senso all’esistenza.
Jonathan Lethem (JL): È quello che provo ogni giorno e ho cercato di trasferire nei protagonisti.
AM: Come mai ha deciso di ambientare il romanzo a Manhattan?
JL: In passato ho scritto anche un libro ambientato in California ma evidentemente ciò non è apparso troppo strano. Si tratta comunque di una Manhattan vista da un brooklynita: un mito, un sogno al di là del ponte. Per alcuni versi è ancora la città della Febbre del sabato sera: l’approdo a cui si aspira.
AM: Ritiene che New York sia una città decadente?
JL: È una metropoli che è stata ferita dall’undici settembre e dalla crisi economica, ma la forza con cui ha reagito testimonia che è tutt’altro che decadente.
...
AM: In alcuni passaggi il libro sembra una commedia dell’assurdo: c’è anche una tigre che vaga nell’Upper East Side.
JL: Io ritengo che l’intera esistenza sia una commedia dell’assurdo. Ho pensato ad autori che amo come Thomas Berger, Calvino e Kafka. A volte la vita sembra ridursi a un fumetto, ma non c’è momento, il più assurdo, che non la renda degna di essere vissuta.
AM: Nella Manhattan che descrive è possibile acquistare una copia “war free edition” del New York Times.
JL: Spesso sopravviviamo alla realtà cancellando e non vedendo. Siamo gli editor della nostra stessa vita. Già adesso ognuno può farsi la propria versione del New York Times, così come ognuno è in grado di manipolare e aggiustare la propria vita. A questo aggiungo che l’avvento di internet, utilissima per molti aspetti, ha nei confronti del fruitore un potenziale di manipolazione molto superiore a quanto si possa credere.
...
AM: È tra gli scrittori che fanno uso abbondante di riferimenti alla cultura popolare: ritiene che ci sia una reale differenza qualitativa tra quello che gli americani chiamano highbrow e lowbrow, tra cultura alta e cultura bassa?
JL: Per me non esiste alcuna differenza. E non riesco a apprezzare la definizione pop, abusata ed equivocata. Preferisco cultura, o arte vernacolare.
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AM: Nel finale Perkus Tooth sostiene che “oltre l’illusione non c’è nulla”...
26/10/2009
Repubblica Milano / Raul Montanari
Ieri su Repubblica Milano abbiamo raccontato il nuovo romanzo di Raul Montanari con il quale l’autore ha lanciato, ma è presto per dare giudizi, un nuovo genere: il “postnoir” ovvero l’evoluzione del vendutissimo (e stanco?) noir. Il dibattito è aperto. Continuo a preferire, per ogni libro, la magari démodé definizione di “libro”. Bello o brutto, poi, è un’altra storia. Buona lettura!
Raul Montanari Strane cose, domani (Baldini Castaldi Dalai)
Uno scrittore trova al parco Sempione un oggetto che, per la sua natura, andrebbe restituito subito al proprietario. Lo scrittore è Montanari e il nuovo libro, ispirato a una storia vera di ambientazione milanese (quasi una guida a una città amata e odiata), è pieno di strane cose. Montanari, in un giorno di pioggia, si imbatte in un diario dimenticato su una panchina del Sempione. Cerca e conosce l’autrice, la diciottenne Federica, scoprendo che il diario, con racconti di autolesionismo e una richiesta indiretta ma chiara di aiuto, è stato abbandonato di proposito. Come bisognerebbe comportarsi con una ragazza in difficoltà incontrata per caso? Quel che segue è un romanzo scritto praticamente dalla vita. Martedì 1° aprile 2008: Danio, psicologo quarantottenne, trova il diario. Resta seduto mezz’ora sulla panchina, nonostante il diluvio, proteggendo l’oggetto con un ombrello rosso (il colore del sangue). Nessuno viene a recuperarlo. Prende il diario e si mette sulle tracce della padrona, che anche nella finzione si chiama Federica. I due si vedono. Inizia un rapporto ambiguo, a partire dai trent’anni di differenza. Danio è in crisi. Si sta separando dalla moglie. Discute con l’inquieto figlio ventenne. È in balia delle amanti, che si danno il cambio nello studio-abitazione al confine con Chinatown, tra Via Aleardi e Via Procaccini. Federica si taglia, letteralmente, le braccia per coprire con il dolore fisico le violenze familiari. Se Danio fosse solo uno psicologo, pur disinvolto con le pazienti, la trama non reggerebbe. Invece, lo sappiamo dalle prime pagine, in passato ha ucciso senza essere scoperto (per legittima difesa?) ed è pronto a farlo ancora per salvare la giovane amica, da cui è sempre più attratto. Il thriller va avanti a colpi di scena, come un serial americano ma con meno morti ammazzati. Tocca allo psicologo ricostruire i fatti: chi è l’uomo che lo segue ovunque? ha a che fare con i segreti dell’esistenza da assassino? cosa succede nella famiglia di Federica? Le risposte arrivano tutte. Il finale è un po’ troppo assolutorio e non siamo sicuri che la giustizia-fai-da-te sia la soluzione migliore. Montanari ha definito il suo romanzo “postnoir”, evoluzione del vendutissimo e forse stanco noir: tolti commissari e serial killer, restano temi (la morte come ultimo conflitto), linguaggio diretto e suspense. È presto per dire se sia nato un genere.
24/10/2009
Repubblica Milano / Isabella Vaj l’articolo
Ieri su Repubblica Milano abbiamo raccontato Isabella Vaj: “cacciatrice di aquiloni” a Chinatown. Ecco l’articolo. Buona lettura!
Isabella Vaj Il cacciatore di storie (Piemme)
La vita, almeno quella professionale, può cambiare a un ricevimento di nozze. Qualche anno fa Isabella Vaj e Francesca Cristoffanini, all’epoca editor Piemme ora alla Rizzoli, erano allo stesso tavolo.
Vivere a Chinatown. Isabella Vaj, che “ogni vent’anni cambia idea su cosa fare”, è laureata in Lingue e Archeologia e ha studiato Arabo all’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente di Milano. Non usa il cellulare, se non quando è all’estero, e non ha la televisione “come una signora dell’Ottocento”. Viaggia molto, è appena tornata dalla Siria. Vive dal ‘75 nel mezzo della Chinatown milanese, in una casa di ringhiera del 1870 che fortissimamente volle perché al pianterreno c’erano i laboratori degli artigiani (il padre faceva questo mestiere). Da un decennio lo scenario è cambiato. I laboratori e i negozi sono stati venduti ai cinesi. La Vaj: “Milano mi sembra irriconoscibile. Non ho niente contro i cinesi, che però mostrano un atteggiamento di chiusura, non si integrano. È colpa del Comune, che ha permesso la decadenza di un quartiere storico. Nel mio cortile vedo piccioni nei camion della carne, casse di verdura a terra. Amo molto Milano. Dov’è finito il suo animo gentile?” Contro il disordine e la sporcizia della zona la Vaj si circonda di “risorse spirituali”. Il gatto non c’è più. Restano migliaia di libri, il terrazzo, le piante ovunque, la musica classica in sottofondo.
L’incontro con Hosseini. La Vaj traduce solo i libri che le piacciono, in particolare autori iraniani. Di Hosseini capì subito il talento affabulatorio: “Narra con il tono dei racconti orali tipici della tradizione afghana. Mi sono allontanata dalla letterarietà dell’italiano per riprodurre la sua voce mantenendo in farsi le espressioni che lui stesso, pur scrivendo in inglese, aveva lasciato nella lingua d’origine.” Traduttrice e scrittore, ormai famosissimo, si sono incontrati a Roma nel 2007 in occasione dell’uscita del film dal Cacciatore di aquiloni. Il ricordo della Vaj: “Ci hanno presentato e gli ho detto: sono la sua controfigura italiana. All’inizio non aveva capito! Poi mi ha scritto questa dedica: Alla controfigura italiana, che ha prestato la sua voce alla mia.” Top secret il terzo romanzo di Hosseini, che intanto ha smesso di fare il medico.
23/10/2009
Repubblica Milano / Isabella Vaj
Oggi su Repubblica Milano, domani qui, raccontiamo una “cacciatrice di aquiloni” a Chinatown ovvero Isabella Vaj, traduttrice di Khaled Hosseini e autrice di Il cacciatore di storie (Piemme). Dall’articolo: “...Non è il dietro le quinte di Hosseini scritto da chi lo traduce ma una guida ai luoghi e alle tradizioni dell’Afghanistan, ancora in cerca dell’equilibrio tra usi e costumi millenari e futuro democratico (le elezioni del 20 agosto scorso non hanno dato risultati definitivi). Ogni capitolo termina con brevi, deliziosi, racconti autobiografici su persone (le pagine più belle sono dedicate ai genitori della Vaj), viaggi e momenti cari”. Continua.21/10/2009
Ogni volta che fuori piove
Ogni volta che fuori piove (e piove tanto) mi consolo pensando a Woody Allen. Adora la pioggia! Se la sceneggiatura, che scrive lui stesso, prevede che i protagonisti del film si incontrino sotto l’acqua state certi che avranno una relazione sentimentale, faranno l’amore, forse si innamoreranno. Quest’estate Woody girava a Londra e si lamentava del bel tempo! Anche la musica aiuta. Ho comprato da iTunes Haven’t Met You Yet e Hold On, i nuovi inediti di Michael Bublé, più bravo con i suoi pezzi che con i classici nonostante quel che gli stanno facendo credere i discografici. Everything è una delle canzoni più belle che abbia mai sentito. Quest’estate, che sembra lontanissima, non potevo iniziare a correre, ovunque fossi, senza ascoltare Everything live dal Madison Square Garden di New York (giugno 2009. Bublé, che è una splendida canaglia, per tutto il concerto ha cambiato le parole dei brani mettendo sempre dentro New York. Esempio: invece di “mi piaci quando sei nel mio letto”, “mi piace New York quando è nel mio letto” ). Ma anche Everything registrata in studio, cristallina quasi trasparente, val bene una tazza di cioccolata, un plaid magari rosso e l’iPhone vicino casomai ci fosse qualche contatto meno virtuale. Bublé nelle interviste milanesi ha dichiarato che: “le vie del centro sono irresistibilmente belle” (confermo), “come ha spiegato Tony Bennett, se rubi da uno solo è furto, se rubi da tanti è ricerca” (confermo con piccolissimi dubbi), “non sono un bellimbusto che canta canzoni da ascensore” (confermo senza dubbi, però ha un aspetto affatto sgradevole).19/10/2009
Repubblica Milano / Il professore e la cantante
Ieri su Repubblica Milano abbiamo raccontato una storia vera di eros, scienza, e, scusate la parola démodé, amore tra Alessandro Volta e una giovane cantante d’opera. Sullo sfondo i salotti lombardi del Settecento, quando il progresso scientifico era una scusa per sperimentare senza troppe regole le relazioni umane. Un modo di divertirsi tra cultura, mondanità e conversazioni dotte, con le persone (e i baci elettrici) al centro della scena, come non s’usa più nei tempi modernamente alienati. Buona lettura!
Paolo Mazzarello “Il professore e la cantante” (Bollati Boringhieri)