31/08/2009

Appuntamento a Milano e a Mantova / Luis Sepúlveda

Martedì 8 settembre Luis Sepúlveda presenta “L’ombra di quel che eravamo” (Guanda) a Milano (Spazio Oberdan Via Veneto, 2 ore 18). Mercoledì 9 settembre lo scrittore cileno è atteso al Festivaletteratura di Mantova (Piazza Castello ore 21,15).

 

Così Sepúlveda sull’idea del nuovo libro (per i virgolettati fonte Repubblica): “È la storia di un gruppo di sconfitti, perdenti che però hanno saputo conservare l’allegria. Perché sanno per cosa hanno combattuto e perso. Ho raccontato un giorno nella vita di quattro uomini dal passato comune, che per trent’anni si sono persi di vista e che si ritrovano per un’ultima avventura. Mentre aspettano di realizzare il loro progetto, cominciano a ricordare aneddoti del passato. Scoprendo quanto si assomigliano (anche nell’essere diventati l’ombra di loro stessi, ndr). L’idea è nata due anni fa, a Santiago del Cile. Ci siamo ritrovati in casa di un amico per una grigliata e qualche bicchiere di vino buono. Dopo la cena ci siamo fumati un sigaro, abbiamo bevuto un po’ di rum ghiacciato. Ci siamo messi a raccontare storie di lotta, storie che non avevamo mai confessato. Senza toni epici, ma con amore e ironia. I nostri figli, i nipoti ci ascoltavano. A bocca aperta.”

 

Su scrittura e letteratura e sul perché non ci sia niente di strano nel pubblicare un romanzo a distanza di nove anni dal precedente, con una sicurezza nel proprio talento, comprensibile, che vorremmo tutti: “Amo il linguaggio preciso, certo, senza inutili decorazioni. Sono un artigiano che lavora sui suoi testi con pazienza e senza altre pretese che fare bene il proprio lavoro. Scrivo per piacere. Lo faccio per confermare con la scrittura tutti i miei grandi dubbi e le mie poche certezze. Per rallegrare gli amici. Non credo nella letteratura come terapia, ma è evidente che quando racconto storie come questa, la gente si sente bene. Perché io mi sono sentito bene scrivendola.”

 

Sul giornalismo (ben scritto): “Mi affascina lavorare con la realtà. Sono un giornalista. Il giornalismo ben scritto è letteratura. Una bella cronaca è un testo letterario. Naturalmente c’è una frontiera: la letteratura è essenzialmente finzione, il giornalismo lavora essenzialmente con la realtà. Bisogna rispettare questi confini (o no?, ndr).”
di annarita at 07:00:00 Commenta:

30/08/2009

Alan Drew nel Mucchio

Nel Mucchio di settembre c’è anche questa intervista, che ho realizzato con grande piacere, a Alan Drew, autore di “Nei giardini d’acqua” (Piemme). Buona lettura!

 

 

Alan Drew, americano, scrittore e insegnante di Scrittura Creativa, è molto interessato agli altri, al perché agiscono in un certo modo. Ha esordito con “Nei giardini d’acqua” (Piemme): lo scontro di civiltà in Turchia attraverso una famiglia mussulmana e una famiglia americana cristiana. Le cose si complicano quando l’adolescente Irem si innamora del figlio degli americani e vuole essere moderna come quelle dei telefilm… In America il secondo romanzo di Drew uscirà a dicembre per Random House: Istanbul, una storia di artisti anarchici. Lo abbiamo incontrato alla Fiera del Libro di Torino dove ha presentato il libro d’esordio. La risposta più bella è sul tradimento.

 

 

“Nei giardini d’acqua” è il suo primo romanzo. Vuole presentarlo ai lettori italiani?

 

 

Il romanzo è ambientato nel 1999 prima di un grande terremoto che distrusse Istanbul. Racconta le avventure del piccolo Ismail e della sua famiglia. Mussulmani integralisti, per sfuggire alla guerra civile nel Sud Est della Turchia tra militari turchi e curdi separatisti sono costretti ad abbandonare il loro villaggio e a rifugiarsi ad Istanbul. Ma il terremoto li costringerà in una tendopoli gestita da un gruppo missionario americano. Ho cercato di capire il punto di vista di questa famiglia mussulmana nel confronto-scontro forzato con la cultura americana cristiana. Mi interessava soprattutto raccontare Irem, figlia adolescente di Sinan, insofferente alle restrizioni imposte alla donna dalle tradizioni, desiderosa di sperimentare la libertà rappresentata dal figlio dello straniero che dirige il campo.

 

 

Essere moderna e ribellarsi alla cultura d’origine è anche vedere in televisione, nonostante il divieto, il telefilm “Buffy l’ammazza vampiri”: adolescenti come Irem che si baciano o uccidono per sentirsi liberi.

 

 

Irem ad Istanbul scopre le tentazioni del mondo moderno. Ma si scontra con i precetti della religione mussulmana secondo la quale deve ‘solo’ essere una buona figlia e una buona moglie. Eppure vuole qualcos’altro. L’adolescente americano che conosce nel campo le appare come tutto quel che è possibile fare in Occidente. Questo amore giovanile darà luogo a uno scontro tra le famiglie d’origine, tra diversi modi di vivere.

 

 

Non sveliamo altro… I critici americani hanno interpretato il suo romanzo in chiave politica, come critica alla politica estera e all’era Bush. È così?

 

 

C’è una chiave politica nel libro. L’ho scritto dopo che ero stato in Turchia (Drew ha insegnato per tre anni letteratura inglese in un liceo privato di Istanbul dove era arrivato quattro giorni prima del terremoto del ‘99, ndr). L’avevo appena iniziato quando l’Amministrazione Bush cercava di convincere il Congresso a fare la guerra in Iraq. Guerra che si è rivelata terribile e sbagliata. Una parte del romanzo è sicuramente critica verso quella che era la nostra politica estera. L’attività dei gruppi missionari cristiani in Turchia rappresenta le cose buone e meravigliose che gli americani fanno nel mondo aiutando le persone ma, attraverso lo scontro tra precetti religiosi e il tentativo di imporre il proprio punto di vista, anche le ragioni per le quali alcuni sono arrabbiati con il mio popolo.

 

 

L’America, nonostante tutto, è un riferimento culturale e sociale.

 

 

L’America è un grande paese ma la politica è molto spezzettata. L’idea dell’America è meravigliosa però gran parte degli americani non sono informati su come il Governo democraticamente eletto agisce nel loro nome. Come nel caso delle leggi antiterrorismo che permettono di portare via dal loro paese i presunti terroristi, chiuderli in prigioni di massima sicurezza e torturarli. Se tutti gli americani lo sapessero ne sarebbero disgustati.

 

 

Ora un cambiamento c’è stato. Qual è la sua prima impressione della Presidenza Obama?

 

 

La mia prima impressione dopo l’elezione di Obama è stato un grande senso di orgoglio. In America fin da bambino cresci con l’idea che povero o ricco, sano o malato, potresti diventare Presidente degli Stati Uniti (il famoso sogno americano che tanto ci fa sognare e tanti libri e film ha ispirato, ndr). Gli americani sono aperti e liberi. Con Obama questa possibilità è diventata realtà. Non posso ancora dire se sarà un buon Presidente ma è già un simbolo positivo. La Presidenza Bush è stata orribile, ora al suo posto c’è una persona intelligente e preparata.

 

 

Tornando al romanzo, uno dei temi è appunto la scelta tra rispetto delle tradizioni familiari e libertà. Lei cosa farebbe?

 

 

Essendo padre di due bambini è una domanda molto difficile. Mio padre era un uomo d’affari mentre io ho deciso di fare lo scrittore. Gli adolescenti cercano un’identità andando contro i genitori. Non so cosa farei se mi trovassi nella stessa situazione di Irem, in bilico tra definire se stessa e rispettare la famiglia d’origine. Nelle società molto tradizionaliste, mussulmane o cristiane, l’individualità non è importante quanto chi sei rispetto alla tua famiglia. Mentre nella cultura americana sei spinto a diventare un individuo, ad essere come sei.

 

 

Alla fine la libertà vince?

 

 

Lo spero. Il romanzo è anche sui limiti della libertà, e non dipende dai soldi. Quando insegnavo in Turchia avevo studenti molto ricchi, potevano fare e comprare qualsiasi cosa volessero. Ma non sembravano felici, non credevano in niente.

 

 

Però lei ha realizzato il suo sogno americano di essere uno scrittore indipendentemente dalle tradizioni familiari.

 

 

In realtà volevo fare il pittore. Quando ero al college dipingevo, ora con due bambini non ho più tempo! Oppure suonavo la chitarra e volevo diventare un cantante. Ho capito di voler scrivere quando avevo diciannove anni. Il primo libro è uscito quasi vent’anni dopo ma intanto ho insegnato, ho fatto altre cose (nato in California ha viaggiato moltissimo in Europa, Asia e Medio Oriente, ndr).

 

 

Un altro tema del romanzo è il tradimento della propria cultura ma anche dell’amicizia e della famiglia. Nella realtà qual è il tradimento più grave?

 

 

La violazione della fiducia. Tra amici, colleghi, Stati. Per me la cosa peggiore è scoprire che qualcuno mi abbia mentito, è grave ad ogni livello: personale, professionale o politico. Con Bush è stata violata la fiducia degli americani e del mondo negli americani. Alla Casa Bianca c’erano persone che non si preoccupavano della democrazia, degli altri, del resto del mondo. Mentivano per coprire i loro interessi.

 

 

Ha frequentato lo Iowa Writers’Workshop, una delle migliori scuole americane di Scrittura Creativa da dove proviene anche lo scrittore Joshua Ferris, già  intervistato in queste pagine. Ed è docente della stessa materia alla Villanova University (un posto bellissimo vicino Philadelphia, viene voglia di ricominciare a studiare). Si può insegnare a scrivere?

 

 

Ferris ha frequentato la scuola prima di me. I due anni di master in materie artistiche in Iowa sono stati un’esperienza fantastica. L’università ti paga per frequentare i corsi e studiare con prestigiosi esponenti della letteratura americana. Gli insegnanti cercano di aiutarti a scrivere al tuo meglio, leggono le tue storie e le criticano spesso davanti alla classe. All’inizio è scioccante, molti drink al bar, dopo è utilissimo. So che c’è un grande dibattito tra chi considera positivamente questo tipo di scuole e autori anche famosi che le ritengono una perdita di tempo. Nella scrittura, in particolare nella fiction, non ci sono regole. Ma per capire come dire quel che vuoi dire hai bisogno di tecniche e strumenti di narrazione. Nella vita le persone non hanno tempo e preparazione per analizzare un tuo scritto e trovare cosa funziona o meno. Un insegnante di Scrittura Creativa non ti obbliga a scrivere un libro in un certo modo ma dà un riscontro a ciò che fai.

 

 

La determinazione e la passione per la scrittura di Alan Drew, casomai aveste dubbi.

 

 

La prima volta che ho tentato l’ammissione allo Iowa Writers’Workshop avevo ventitré anni e fui respinto. Dieci anni dopo è andata diversamente. Scrivere è il più grande cambiamento della mia vita.
di annarita at 11:44:00 Commenta:

29/08/2009

Russell Shorto nel Mucchio

 

Nel Mucchio di settembre c’è anche questa intervista, che ho realizzato con grande piacere, a Russell Shorto, autore di “Le ossa di Cartesio” (Longanesi) e direttore dell’Istituto americano di Cultura di Amsterdam. Buona lettura!

 

 

 “Seduto nella sala di lettura della New York Public Library, mentre annaspavo su un volume di filosofia del Seicento, mi era capitato di scoprire che, a sedici anni dalla morte, avvenuta nel 1650, Cartesio aveva subito l’oltraggio della riesumazione, dopo di che qualcuno aveva sottratto parte dei suoi resti... Sembrava un esempio perfetto di informazione inutile eppure me ne innamorai...” Così Russell Shorto, scrittore e giornalista americano residente ad Amsterdam. Incontriamo Shorto a Milano per parlare del primo libro tradotto in italiano dedicato, non a caso e con passione, a “Le ossa di Cartesio” (Longanesi). L’autore, attento alle particolarità del mondo, pur vivendo da pochi anni in Europa, ha capito tutto delle differenze con l’America.

 

 

Ha iniziato ad indagare sulle ossa di Cartesio per caso. Da lì è nata una specie di ossessione?

 

 

Facendo ricerche per il precedente libro (“The Island at the Center of the World”, non tradotto in italiano, ndr) sulle origini olandesi di New York ho scoperto che fondatore e primo leader politico della città fu Adriaen van der Donck. Van der Donck era laureato in Legge a Leiden così mi sono avvicinato a questa antica istituzione e alla storia culturale olandese. A Leiden aveva insegnato, tra gli altri, Cartesio... Ho studiato Filosofia all’università, ero interessato a Cartesio, mi piaceva l’idea che teorie astratte fossero collegate alla nascita di New York. Una scoperta strana e meravigliosa. Sono andato all’Università di Leiden, ho letto molto su Cartesio ed è venuto fuori che sedici anni dopo la sua morte fu riesumato, trafugarono parti delle sue ossa, le spostarono, le venerarono come reliquie. Un’altra scoperta strana e meravigliosa. Non so se per me fosse un’ossessione ma continuavo l’indagine e il mio interesse aumentava.

 

 

Di una persona morta si dice che riposa in pace ma a Cartesio è successo di tutto, sembra la trama di un thriller. Qualche episodio riportato nel libro?

 

 

Cartesio morì a Stoccolma nel 1650. Aveva in tutta Europa un gran numero di discepoli, i Cartesiani, che aumentavano sempre più di numero. Come i Cristiani dell’antica Roma, i Cartesiani praticavano un culto, erano perseguitati, considerati una setta. Ma le autorità, in particolare Luigi XIV, erano interessate alle teorie di Cartesio (la più famosa: “Cogito ergo sum”, ndr). I Cartesiani per ottenere consensi utilizzarono il corpo del loro maestro. Andarono a prenderne i resti a Stoccolma per portarli a Parigi. Faceva da supervisore l’ambasciatore francese che a sua volta prese l’osso di un dito come reliquia religiosa. Nel trasferimento dello scheletro da Stoccolma a Parigi scomparve il teschio (ricordate “Cogito ergo sum”?). All’arrivo delle ossa a Parigi ci fu una parata come quelle medievali che accompagnavano i resti dei Santi. Durante la festa e il banchetto che seguirono i Cartesiani cercarono di promuovere le loro idee.

 

 

Il thriller sulle ossa di Cartesio continua nel libro ma torniamo al qui ed ora. Cosa penserebbe del mondo moderno un filosofo così innovatore? Il saggio storico, al pari del romanzo storico, è uno strumento per interpretare il presente.

 

 

Ho scritto questo libro perché quel che accadde allora, una nuova visione del mondo in conflitto con i precetti religiosi (ragione verso fede, ndr), è ancora attuale. Passano i secoli ma è la stessa storia! Cartesio era un pensatore meccanicistico. Da un certo punto di vista non sarebbe sorpreso da come i computer e la tecnologia ci hanno conquistato. Da un altro punto di vista aveva una mente molto medievale. Con le sue teorie si è spinto più in là che poteva considerando i tempi ma sarebbe al di fuori della sua comprensione il fatto che la gente possa vivere senza fede.

 

 

Quindi secondo lei, e a pensarci bene è evidente, oggi si vive senza fede?

 

 

Se intende fede religiosa credo di sì.

 

 

Ma i conflitti internazionali derivano da scontri ideologici di natura religiosa.

 

 

Non voglio dire che tutti siano privi di fede. Molte persone seguono rigorosamente precetti religiosi e devono conciliare questa scelta e la relativa interpretazione del mondo con la realtà attuale. Ma molti altri, in Europa Occidentale Australia America, non hanno problemi a vivere indipendentemente da una visione teologica delle cose o ad adattarla ai tempi moderni.

 

 

La considerazione che la maggior parte delle persone non abbia fede è interessante. Lei ha abitato negli Stati Uniti, adesso vive in Europa. In base alla sua esperienza come è stata sostituita la fede?

 

 

Con la fede in qualcos’altro! Una corrente di pensiero sostituisce la fede con la ragione. Ma altri, pur non considerandosi religiosi, credono in una dimensione più spirituale. Nel libro, ad esempio, parlo di due Illuminismi descritti da Jonathan Israel (professore di Storia a Princeton, ndr): uno radicale, che rifiuta la visione del mondo del passato, e uno moderato, che considera la ragione uno strumento capace di interpretare solo una parte della realtà affidando ad altre forme d’espressione come l’arte gli aspetti dell’esistenza che la ragione stessa non può spiegare.

 

 

Cambiando totalmente argomento, mi è piaciuta molto la valorizzazione delle peculiarità caratteriali e intellettuali. Scrive: “la stravaganza è una cosa seria.” Quali eccentricità si concede?

 

 

Tutto nasce dall’incontro con Philippe Mennecier, direttore delle collezioni antropologiche al Musée de l’homme di Parigi. Mennecier non è un antropologo ma un linguista esperto di eschimese e russo e come attività collaterali alla direzione del museo scrive grammatiche inuit e traduce in francese romanzi russi contemporanei. L’eccentricità va presa sul serio. È la chiave di lettura del libro. Una delle mie stravaganze è aver dedicato parte della vita a fare ricerche sulle ossa di un filosofo e a scriverci un saggio! Mentre preparavo il libro e raccontavo il progetto al quale stavo lavorando tutti mi proponevano piuttosto il cervello di Einstein o il corpo di Mussolini ma ero interessato solo a questa storia, alle ossa di Cartesio.

 

 

Russell Shorto è nato in Pennsylvania e vive ad Amsterdam. Perché ha preferito la città olandese agli Stati Uniti? Forse Cartesio non è estraneo alla scelta…

 

 

È vero Quando lavoravo al saggio sulle origini olandesi di New York ho passato molto tempo in Olanda e ho conosciuto molte persone interessanti. Quando ho deciso di scrivere delle ossa di Cartesio ho pensato che sarebbe stato meglio avere una base in Europa. Mi sarebbe piaciuta Parigi ma avendo molti contatti in Olanda ho scelto Amsterdam. Poi un amico, nel Consiglio di Amministrazione dell’Istituto di Cultura americano John Adams con sede proprio ad Amsterdam, mi ha proposto di dirigerlo dandomi una ragione legale per abitare lì (stabilmente dal 2006, ndr).

 

 

Cos’è il John Adams Institute? com’è la scena culturale olandese rispetto a quella, inimitabile, newyorkese?

 

 

 

Il John Adams è un istituto indipendente. Invitiamo personaggi della cultura e della politica (Toni Morrison, David Leavitt, Madeleine Albright, Paul Auster) per raccontare agli europei gli aspetti positivi e negativi degli Stati Uniti. Amsterdam è una città piccola ma ha una vita culturale intensa. Non può essere confrontata con New York, a partire dalle dimensioni, ma ha una scena culturale ricca. Quando sono stato nominato direttore del John Adams ho ricevuto inviti dal Museo Van Gogh e da altre grandi istituzioni. La differenza tra America e Europa è che in America la cultura è un business mentre ad Amsterdam hai la sensazione di essere parte della cultura e in quanto tale ti senti rispettato. Ho iniziato a dirigere il centro alla fine della Presidenza Bush. Ora abbiamo Obama ma anche la crisi economica. Due nuovi aspetti del mondo da descrivere agli europei mentre gli stessi americani cercano di capirli.

 

 

Le manca da americano all’estero il paese di Obama, diventato ormai un simbolo del nuovo mondo?

 

 

La notte dell’elezione di Obama ero ad Amsterdam. Mi mancava l’America, avrei voluto essere lì.

di annarita at 12:29:00 Commenta:

28/08/2009

Repubblica Milano

La presentazione di Parolario 2009 è uscita ieri su Repubblica Milano. Sensazione stupenda.


Dal bell’Antonio al Maigret greco una barcata di scrittori a Parolario (Repubblica Milano 27 agosto 2009)


Iniziata con le polemiche del Premio Strega, la calda estate letteraria entra nel vivo dello scorcio di stagione dedicato ai festival. Aspettando il
Festivaletteratura di Mantova (dal 9 al 13 settembre), l’appuntamento intanto è a Como per la IX edizione di Parolario (dal 29 agosto al 13 settembre).
Nella centralissima, affascinante location di Piazza Cavour, affacciata sulle acque del lago che nel pomeriggio sembrano dorate e la sera si accendono di luci riflesse, apre sabato la manifestazione, e racconta il cosmo, l’astrofisica Margherita Hack (Così parlano le stelle con Eda Gjergo, Sperling & Kupfer, sabato 29 agosto ore 17,30).
In Transnistria, regione dell’ex URSS proclamatasi indipendente ma non riconosciuta da nessuno Stato, non è facile sopravvivere alla guerra tra bande: Nicolai Lilin, che in Italia ha trovato una patria e una lingua (Educazione siberiana, Einaudi) si racconta lunedì 31 agosto, ore 18,30. Una figlia famosa e una madre apprensiva, entrambe forti e belle, erano destinate a scontrarsi e riappacificarsi di continuo. Poi la morte improvvisa della madre. Un viaggio autobiografico nei ricordi, tra la società rurale di un tempo e le mille luci della televisione: il lessico familiare di Daria Bignardi (Non vi lascerò orfani, Mondadori, ospite giovedì 3 settembre ore 18,30). Alla periferia di Torino i sedici anni sono duri se vivi in una famiglia disastrata, sei vittima dei bulli e ti innamori della più bella: il romanzo di formazione di Christian Frascella (Mia sorella è una foca monaca, Fazi, giovedì 3 settembre ore 17, prima della Bignardi).
Per dimenticare una fidanzata che sta con un altro e la fatica di dover primeggiare, le Isole Faroe sono perfette: il norvegese Johan Harstad, che sarà la rivelazione di Parolario, dialoga con Paolo Giordano su fughe dal mondo e fascino dei "numeri due" (Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?, Iperborea, venerdì 4 settembre ore 19). Sei anni ostaggio delle Farc con Ingrid Betancourt: Clara Rojas rievoca quell’incubo (Prigioniera, in uscita il 3 settembre per Cairo, a Como lunedì 7 settembre ore 18,30). Un intellettuale dedica una guida, più romanzesca che turistica, alla città di sceicchi, shopping center, alberghi a sette stelle: la Dubai di Walter Siti (Il canto del diavolo, Rizzoli) martedì 8 settembre ore 17. Dall’America le storie a lieto fine di chi si è rialzato dopo un fallimento: Mario Calabresi (La fortuna non esiste, Mondadori) ne parla martedì 8 settembre, ore 21. Per narrare il proprio paese bisogna essere lontani: l’Iran poetico di Hamid Ziarati, torinese d’adozione (Il meccanico delle rose, Einaudi, giovedì 10 settembre ore 17). Un commissario, nei libri, non va mai in vacanza. Kostas Charìtos riesce a trovare misteri anche ad Istanbul e sempre di provenienza greca: il nuovo giallo di Petros Markaris, uno degli autori più attesi (La balia, Bompiani) a Parolario venerdì 11 settembre, ore 19. Il Premio Strega e la polemica estiva: Antonio Scurati vorrà parlare di tutto ma forse non di questo (Il bambino che sognava la fine del mondo, Bompiani) venerdì 11 settembre ore 18, prima di Markaris. Gran finale con due reading musicali: la Beatnix di Edmondo Berselli e Shel Shapiro (sabato 12 settembre ore 21) e Furto di luna con Andrea Vitali e i Sulutumana (da un racconto inedito di Vitali, domenica 13 settembre ore 21,30). Tra gli altri ospiti, il magistrato Pietro Grasso, l’astronauta Pietro Guidoni, lo storico Franco Cardini, il critico Goffredo Fofi.
Accanto alle presentazioni di libri, Parolario offre, come ogni anno, le bancarelle allestite dalle librerie cittadine (con le ultime novità, i titoli di catalogo e una sezione dedicata all’editoria locale), un ristorante (gestito da Mauro Elli del Cantuccio di Albavilla), e proiezioni di film che concludono le serate (ore 22,30) dopo gli incontri letterari. Quest’anno la rassegna cinematografica è dedicata all’America in strada nelle immagini di registi quali Coppola, Altman e Lynch. Tra le novità dell’edizione 2009, il coinvolgimento del Teatro Sociale (ospiterà la sezione "Il teatro raccontato" con Carlo Fontana, Carlo Boccadoro, Serena Senigallia e altri), il gemellaggio con la vicina Cantù, che allestirà mostre, incontri e laboratori, la partnership con il programma Fahreneit di Raitre.
Tutti gli appuntamenti di Parolario sono a ingresso gratuito.

di annarita at 07:00:00 Commenta:

27/08/2009

Repubblica Milano preview

Oggi su Repubblica Milano raccontiamo la IX edizione di Parolario. La manifestazione culturale si terrà a Como, nella splendida Piazza Cavour affacciata sul lago dorato, dal 29 agosto al 13 settembre 2009. Domani, qui, l’articolo. Chi è l’autore, ancora poco noto, che sarà la rivelazione di Parolario? Un indizio: è norvegese. Intanto www.parolario.it

di annarita at 07:00:00 Commenta:

26/08/2009

You or Someone Like You

A Hollywood dedicarsi ai libri è una scelta talmente rivoluzionaria e bizzarra da poterci scrivere sopra il “romanzo di successo che non ti aspetti”, facendo ben sperare chi teme che la presa della narrativa sulla società si sia allentata: il volume americano dell’estate, dicono, è “You or Someone Like You”, titolo stupendo, di Chandler Burr.
La protagonista, una colta signora di Beverly Hills, apre un circolo di lettura a cui partecipano i più noti produttori e registi. Morale: la letteratura non solo salva la vita, la protagonista dovrà affrontare una crisi matrimoniale e altri ostacoli, ma permette anche di decifrare il mondo in trasformazione, incluso quello del cinema. Preludendo alla futura versione per il grande schermo, ovviamente hollywoodiana, il romanzo ha finalmente un happy end: “Il lieto fine è dovuto al potere che attribuisco alla letteratura. Al contrario di coloro che vogliono dividerci in razze, preferenze sessuali (io mi considero un postgay, non un gay), ossessioni (perché ‘gli altri’ non ci possono capire), dobbiamo invece ricordarci – e cito Byron a proposito – che, ad esempio, tutti possiamo immaginare cosa voglia dire affogare. È qualcosa di viscerale che tutti condividiamo.” Così Burr (fonte L’Espresso).

di annarita at 07:00:00 Commenta:

25/08/2009

No More Sex in the City

Hephzibah Anderson, giornalista e scrittrice inglese, a 30 anni decide di non fare sesso per dodici mesi dopo deludenti esperienze sentimentali, con le quali purtroppo ci siamo misurate tutte. “Chastened : No More Sex in the City” (Chatto & Windus) è dedicato al suo anno di castità. Non solo un diario ma il racconto di cosa significhi “fare l’amore” oggi. Nei sentimenti, come in guerra, non ci sono regole ma l’idea di aspettare un po’ prima di dire “sì” rende le cose più belle.

 

D Donna, allegato di Repubblica, ha intervistato la Anderson. Ne è venuto fuori un dialogo scoppiettante. Ecco un estratto.

 

D Donna (DD): Com’è iniziato tutto?

 

Hephzibah Anderson (HA): Dopo l’ennesimo cuore infranto mi sono guardata dentro e ho scoperto che il sesso, di fatto, mi portava a fare scelte sbagliate. Mi sono resa conto che per me andare a letto con qualcuno significava innamorarmi, la potenza delle emozioni mi faceva perdere il raziocinio. Levare il sesso dall’equazione poteva essere la soluzione alla mia disastrosa vita sentimentale? Ho deciso di provare.

 

DD: Cosa ha scoperto?

 

HA: Il romanticismo, la seduzione, la sensualità, l’immenso potere del corteggiamento. Rendono l’intera esperienza ben più ricca dell’idea del sesso che ci viene propagandata dalla moderna cultura popolare. Ho capito che l’amore vero, quello che dura, è spesso un’emozione che cresce in te, piano piano, nel tempo. Se il sesso è escluso dall’inizio, puoi avere per esempio conversazioni che durano una notte e ti regalano un’intimità ben più potente.

 

DD: Pensa che Sex & the City abbia fatto più male che bene?

 

HA: Funziona per alcune. Il danno è che ha creato una pressione a conformarsi al messaggio che puoi fare quello che ti pare e che qualsiasi cosa va bene. Ma in realtà questo impedisce di riflettere su quel che il vero sesso di qualità significa. Ho amiche che prima di decidere se accettare un invito a cena dovevano scopare con un uomo per sapere se ne valeva la pena. Io non sono mai stata così, ma era normale che alla terza sera si facesse sesso. Molte donne all’inizio hanno preso il mio progetto come un ritorno allo stereotipo madonna/puttana. La questione non è tanto avere rispetto per te stessa, ma rispetto per la bellezza del sesso che ti porta in posti dove non esistono parole per raccontarlo.

 

DD: È questa la lezione più importante?

 

HA: Oggi le nostre società sono dominate da una visione maschile del sesso. Come donne abbiamo raggiunto molto, compresa l’illusione che sia una conquista l’avere il diritto a comportamenti che sono una caricatura del peggio del peggio di uomini da poco. Bisogna avere la forza di dire che quello è sesso scadente. Non si tratta di volere l’anello di fidanzamento (anche se..., ndr) ma è una sconfitta che così tante di noi oggi non hanno il coraggio o non si sentono in diritto di dire ‘no grazie’.

 

DD: Ha trovato il vero amore?

 

HA: Non ancora ma sono molto più felice. La settimana scorsa ho persino ricevuto una vera lettera d’amore. Meraviglioso! Certo questo non garantisce che non finirai con il cuore a pezzi, ma ti aiuta a distinguere gli uomini che valgono.

 

DD: E la durata perfetta per l’attesa?

 

HA: Con le mie amiche ci siamo orientate su non meno di tre mesi...
di annarita at 07:00:00 Commenta: