08/04/2009
Nathaniel Rich nel Mucchio/2
Nel Mucchio in edicola c’è anche l’intervista a Nathaniel Rich, newyorkese, senior editor della prestigiosa The Paris Review e scrittore. Mi piace molto, consiglio di tenerlo d’occhio. Buona lettura.
Intervista a Nathaniel Rich, autore di “La voce del sindaco” (Neri Pozza)
Sono pochi i romanzi che non sembrano già letti. “La voce del sindaco” (Neri Pozza), esordio di Nathaniel Rich, è uno di questi.
In un giorno di fine febbraio mite e soleggiato abbiamo incontrato l’autore al Bellagio Study and Conference Center, posto stupendo sul Lago di Como. A Bellagio, nella parte alta del paese, poco dopo il Comune, senza nessun cartello che ne testimoni la presenza, c’è Villa Serbelloni dove intellettuali di tutto il mondo, neanche un italiano, risiedono per un paio di mesi lavorando lontano dai disturbi metropolitani, cullati dal suono dell’acqua.
Rich, ventisette anni, newyorkese, ottimi studi e molte esperienze internazionali, è in Italia da un po’. Prima di Bellagio è stato in Toscana ospite della ‘casa per scrittori’ di Beatrice Von Rezzori, moglie dello scomparso Gregor Von Rezzori e nota mecenate.
Senior editor per la prestigiosa rivista letteraria The Paris Review, sta completando sei mesi di aspettativa nei quali si è dedicato alla scrittura e alla traduzione (sta lavorando a una ristampa in inglese di Primo Levi). Nell’intervista non troverete domande su Obama, abbiamo dato, ma viaggi, amicizia, libri e l’importanza di raccontare storie.
Durante il college.
Durante il college, a giugno e luglio del 2001, ho lavorato come stagista alla Mondadori. Ero nello stesso ufficio con un editor di Strade Blu, Francesco Anselmo, che è diventato un grande amico. Era la prima volta che venivo a Milano, non avevo un posto dove stare o meglio sono stato per un po’ in un residence. Accanto a me abitavano sette otto modelle, che poteva essere una buona ragione per rimanere lì, ma era molto costoso. Il primo giorno di lavoro ne ho parlato con Francesco che mi offrì, pur non conoscendomi, di trasferirmi da lui. Ho vissuto due mesi nel suo appartamento a Sesto San Giovanni ed ero decisamente l’unico non milanese della zona. Una volta sono dovuto andare al Pronto Soccorso dopo un incidente a un dito e tutti erano così incuriositi dalla mia nazionalità che mi facevano domande invece di medicarmi.
Il tuo primo romanzo racconta con eccentrica poeticità, attraverso due storie parallele che non si incrociano, il fallimento del linguaggio, la difficoltà di comunicare nonostante parole, sforzi e strategie spesso fantasiose. Fallimento del linguaggio che potrebbe causare la difficoltà di amare. Quanto c’è di autobiografico? Hai detto di riconoscerti nella parte in cui uno dei protagonisti, Eugene, fa lo ‘scemo’ davanti alla ragazza che gli piace. Confermi?
Confermo! Circa l’esordio, ho studiato molti primi romanzi e ho capito che tutti, in un modo o nell’altro, rappresentano la sintesi dei libri letti fino a quel momento e delle proprie esperienze. A volte il primo romanzo viene molto autobiografico. Nel mio caso la storia non è autobiografica ma riflette idee, emozioni, pensieri e ossessioni su cui lavoro da anni. L’unico plot corrispondente alla realtà è il rapporto di amicizia tra Alvaro e Eugene all’inizio del romanzo. E’ la stessa situazione di me e Francesco a Sesto San Giovanni. Due persone che lavorano insieme e vivono nella stessa casa parlando lingue completamente diverse ma sentendo di comprendersi. Francesco conosceva un po’ di inglese e voleva migliorarlo, io un po’ di italiano, lui si rifiutava di parlare in italiano con me. La nostra conversazione era fatta di vocaboli ‘non-sense’ ma ci capivamo.
Una delle particolarità del tuo romanzo è l’ambientazione: da New York al Carso. So che hai iniziato a scriverlo a Trieste.
Al college studiavo Italiano ed ero andato a Trieste per fare ricerche su Italo Svevo. Mi stupivo di quanto Svevo fosse poco noto in America, lo adoro. Trieste mi affascinava. L’Est a portata di mano. Isolata geograficamente. Fuori dal tempo. E’ stata la prima volta che ho viaggiato da solo. Lì ho capito quale libro volevo scrivere e che avrei narrato il linguaggio e il fallimento del linguaggio. L’importanza tra persone che sono intime di conservare dei segreti, di non essere completamente ‘dentro l’altro’. E raccontare storie è il modo migliore per mantenere l’amore e l’intimità.
Vivi a Brooklyn, una zona di New York scelta da moltissimi scrittori. Perché abiti dove abiti?
Gli scrittori non guadagnano molto (anche in America…, ndr). Se fai lo scrittore non puoi vivere a Manhattan… A Brooklyn c’è un ambiente giovane e creativo, senso del vicinato, è molto diverso da altre parti di New York. Molti amici dei tempi della scuola abitano lì, mio fratello è a pochi isolati da me, ma fanno diversi mestieri. Non penso di appartenere ad una ‘comunità letteraria’.
Qual è il miglior libro del quale non abbiamo mai sentito parlare?
Il libro più divertente che abbia mai letto è “At Swim-Two-Birds” (in italiano “Una pinta d'inchiostro irlandese”, ndr) di Flann O’Brien. Il protagonista è uno scrittore che sta scrivendo un romanzo e i personaggi del suo romanzo vivono nella sua stessa casa ribellandosi all’autore. Qualcosa di simile accade nel mio libro. Un altro volume da leggere, più conosciuto, è “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov.
Chiedo sempre agli autori che intervisto qualche consiglio per quelli che vorrebbero lavorare nell’editoria.
Non conosco la situazione italiana che forse è diversa da quella statunitense. Ma posso suggerire di scrivere ogni giorno e di avere molta disciplina. Molti potrebbero essere grandi scrittori ma sprecano il loro talento perché non si impegnano nel lavoro. E di leggere tanto.
Siamo tutti qualcun altro quando siamo altrove. In Italia ti senti italiano?
08/04/2009
Un concorso di cortometraggi (nonostante i tempi qualcosa si muove)
Fandango (casa editrice, produzione cinematografica e radio) presenta “MERCOLEDÌ CAFFÈ CORTO”.
Dal 15 aprile ogni mercoledì sera, ore 21,30–23, al Caffè Fandango (Piazza di Pietra, 32/33 Roma) si terrà un concorso di cortometraggi al quale possono partecipare i filmati italiani realizzati dopo il 1° gennaio 2008, girati in qualsiasi formato e della durata massima di 15 minuti.
Il premio è invitante: Fandango Cinema mette a disposizione 4 settimane di proiezione del corto vincitore di ciascuna ‘gara’ prima delle proiezioni serali del Politecnico Fandango (sempre a Roma).
08/04/2009
Nella vita adoro illudermi
Parlavamo ieri del fatto che continuare a illudersi, e a sognare, potrebbe essere un modo per uscire dalla crisi morale e finanziaria.
Ecco cosa ne pensa Filippo Timi: “Nella vita adoro illudermi, credere nell’amore eterno e cose di questo tipo, sono i vari fuochi fatui che ci fanno andare avanti; l’importante è essere coscienti che è tutto un inganno.”