29/12/2008

Cose da fare e da non fare nel 2009 e prossimi aggiornamenti

Per sapere le cose da fare e da non fare nel 2009 in ambito culturale leggete questo articolo. Non sono d’accordo su tutto ma mi piace il modo apparentemente leggero di raccontare con competenza e ironia un mondo che nonostante alcuni limiti mantiene un fascino che avvince. Fascino al quale non è immune neanche l’autore dell’articolo, appassionatissimo di letteratura, al quale sono grata perché è stato il primo a far scrivere degli eventi che organizzo. Ormai quasi un anno fa.

 

Prossimi aggiornamenti nei prossimi giorni. Buon 2009. Cercando di non sprecare il talento che ognuno di noi ha.

 

 

Da Il Giornale

 

Libri, festival, polemiche: tutto ciò che (purtroppo) troverete in Terza pagina

 

di Luigi Mascheroni

 

 

La Cultura ? È morta, com’è noto. Anche nelle pagine dei giornali, uccise - dicono - dalla noia e dai luoghi comuni. E allora, chiedendo perdono per un 2008 zeppo di banalità, e formulando il proposito per un 2009 pieno di idee originali, ecco un prontuario delle cose da fare e da evitare nelle pagine di Cultura dei giornali. Ovvero, un vademecum - a uso interno - dei grandi e piccoli temi di riflessione e dibattito dei quali l’Intellettuale non può assolutamente fare a meno, ma il lettore tranquillamente sì.

 

 

COSE DA FARE Argomenti di cui è bene ricordarsi, da affrontare con la dovuta ricchezza di particolari e soprattutto con una certa frequenza durante l’anno, in particolare nei weekend, quando - come è noto - il lettore ha più tempo da dedicare al proprio quotidiano preferito.

 

- Paginone sulle polemiche attorno al Papiro di Artemidoro, detto non a caso «Il rotolo della discordia». Ricordarsi, come appoggio, le due interviste bilanciate a un sostenitore della teoria dell’autenticità e a uno di quella del falso, scelti a caso. L’archeologo Salvatore Settis e lo storico Luciano Canfora, ad esempio. Corbis ha delle bellissime foto. Del papiro.

 

- Un’intervista a Federico Moccia. Perché? Non si sa, però vende e piace molto alle mamme, che sono quelle che leggono il giornale.

 

- La pubblicazione delle lettere inedite di Gabriele D’Annunzio. Negli anni scorsi ci sono state quelle all’amante Barbara Leoni, al legionario fiumano Giuseppe Sovera, al conterraneo Filippo De Titta, all’amico Annibale Tenneroni, alla Duse, all’editore Arnoldo Mondadori, alla dama Olga Brunner Levi, all’attrice Sarah Bernhardt, ai coniugi Treves, alla pittrice Tamara de Lempicka. Quest’anno si possono pubblicare quelle a Luisa Baccara, all’autista, al giardiniere, alla figlia di Iorio, a Iorio stesso, a Luigi Albertini, poi ce ne sono altre della Duse, e ancora al Duca degli Abruzzi, al presidente Franco Abruzzo, agli orsi del parco nazionale degli Abruzzi e (postume) ad Aldo Buzzi.

 

- Un pezzone sulla mummia Ötzi. Nel sommario si può mettere «l’Uomo del Similaun», per evitare fastidiose ripetizioni.

 

- Il dibattito/1: «La recensione esiste ancora?». Ampio pezzo sullo stato attuale di un genere che sta scomparendo. Intervista di appoggio a Massimo Onofri. Di spalla: «Quando c’erano Cecchi e Pampaloni...».

 

- Ufo, gli archivi segreti.

 

- Ma Carver era un minimalista? E i racconti, li ha scritti lui o il suo editor?

 

- La pensilina di Isozaki, con relativi pro e contro, a scelta. Corsivo velenoso di Franco Zeffirelli. Ricordarsi un boxino: «Fu l’ultima battaglia di Oriana...».

 

- Il processo ai Templari.

 

- Il dibattito/2: «Che fine hanno fatto i liberali?». Come appoggio un’intervista a Marcello Pera.

 

- Paginone fra letteratura e costume su Facebook e gli scrittori. Titoli possibili: «Ci vediamo su Facebook»; «Ci scriviamo su Facebook»; «L’altra faccia di Facebook»; «Su Facebook gli scrittori ci mettono la faccia» (variante: «hanno perso la faccia»); «Facebook val bene un account»; «I-pod, Youtube, Wikipedia, loro Facebook». Segnalare che Niccolò Ammaniti si è scollegato lasciando solo il fan club e che Aldo Nove scrive molte parolacce. Intervistina all’editore cybernauta Alberto Castelvecchi.

 

- La marchetta al nuovo romanzo di Carlo Rossella.

 

- Quella al nuovo documentario di Elisabetta Sgarbi.

 

- Una qualsiasi delle polemiche di Vittorio Sgarbi.

 

- Il dibattito/3: «La critica è morta?». Ampia pareropoli degli addetti ai lavori. Isolare l’intervento di Alfonso Berardinelli. Box: «Ormai quella vera è solo nei blog». Di spalla: «Quando c’erano Cecchi e Pampaloni...».

 

- Pio XII e gli ebrei.

 

- Gli stati generali dell’editoria: gli italiani leggono sempre meno. In un sommarietto: «Siamo il fanalino di coda dell’Europa», oppure: «Peggio di noi solo i greci». Val la pena sentire il parere di Gian Arturo Ferrari.

 

- La scoperta del romanzo perduto di Jack Kerouac (ma quanto cazzo scriveva?).

 

- La scrittura al femminile. Sentire Alberto Bevilacqua.

 

- L’ultimo libro di Alberto Bevilacqua.

 

- Il giallo è vero romanzo? Sentire Alberto Bevilacqua.

 

- Nell’imminenza dei rispettivi anniversari, osare l’originalissima provocazione: «Aboliamo la festa delle donne», piuttosto che «Aboliamo il 25 aprile».

 

- Harry Potter. Qualsiasi cosa va bene.

 

- La nuova Garzantina della Letteratura: chi c’è, chi non c’è. Mettere tante fotine. Pesanti polemiche sugli esclusi.

 

- Come è morto Saint-Exupéry?

 

- I diari perduti di Che Guevara.

 

- Le lettere ritrovate di Che Guevara.

 

- Le foto mai viste del cadavere di Che Guevara.

 

- Chi c’è dietro la morte di Che Guevara?

 

- Ecco chi ha ucciso Che Guevara.

 

- Chi Che c’è, chi non c’è, Guevara.

 

- Ricordarsi di concordare con gli altri quotidiani, tramite l’ufficio stampa Sperling, l’anticipazione del nuovo libro di Giampaolo Pansa. Comunque sarà un venerdì, quando escono anche l’Espresso e Panorama. Se si può, scegliere di anticipare un brano e lasciare l’intervista e la recensione agli altri, per semplicità. Box con dichiarazione di Giorgio Bocca: «È un traditore».

 

- Il Grinzane Cavour. Anzi i Grinzane Cavour, uno qualsiasi.

 

- Il fantasy è di destra? Ma che cazzo ce ne frega?

 

- Quando c’è uno spazietto, riprendere la polemica sull’Ara Pacis.

 

- Ai primi di ottobre, le indiscrezioni sul Nobel. Corsivo di una grande firma su «Un premio sempre meno autorevole». Pezzo di appoggio sui grandi scrittori del passato dimenticati dall’Accademia: Proust, Borges, Joyce...

 

- Piccoli editori crescono.

 

- Piccoli giallisti crescono.

 

- Piccole lolite crescono.

 

- Piccoli scrittori crescono.

 

- Grandi giornalisti invecchiano: festeggiare il compleanno di Eugenio Scalfari.

 

- Due paginate su «Il Giorno della Memoria». Fotino di Moni Ovadia.

 

- In occasione della nuova edizione del dizionario Treccani o Zingarelli: «Ecco come cambia la lingua italiana». Nei titoli mettere almeno un paio fra le seguenti parole, a scelta: Tom Tom, You tube, Second life, Smartphone, Webmail, Adsl, Babyparching, Photored... Intervistare il «noto linguista» Luigi Beccaria. Ma anche no.

 

- Il mitra che uccise Mussolini.

 

- Le ultime ore di Mussolini.

 

- Il carteggio Churchill-Mussolini.

 

- Il dibattito/4: «Il romanzo è morto?». Interviste parallele a Umberto Eco e Claudio Magris. O ad Alessandro Baricco e Raffaele La Capria. O a Giancarlo De Cataldo e Gianrico Carofiglio. In questo caso la risposta è «Sì».

 

- L’amante segreta del Duce.

 

- La lezione di Prezzolini. Attenzione: far preparare un disegno, ci sono pochissime foto belle.

 

- «Roberto Saviano santo subito». Oppure: «Ma cosa aspettano a fare il Meridiano di Saviano?». Oppure: «Ma cosa aspettano a fare due Meridiani di Saviano?». Oppure: « La Francia ci umilia: già pronta nella Pleiade l’opera omnia di Saviano. E l’Italia cosa aspetta?». Oppure: «Roberto Saviano, perché non gli hanno ancora dato il Nobel?». Oppure: «Il mondo si divide: ecco chi vuole Saviano Nobel per la Pace e chi lo vuole per la Letteratura » (nel caso, boxino: «E c’è chi lo candida a entrambi i premi»). Oppure (solo se si vuole creare il caso politico): «Ma quando cazzo se ne va, Saviano?».

 

- Il dibattito/5: «L’egemonia culturale della sinistra». Sentire Marcello Veneziani e Massimo Cacciari. Il giorno dopo manda un pezzo il ministro Bondi.

 

- I libri sotto l’albero (a Natale).

 

- I libri sotto l’ombrellone (a luglio).

 

- I libri aiutano a vivere meglio (tutto l’anno).

 

- Verso aprile-maggio ricordarsi di stroncare il secondo romanzo di Paolo Giordano. Pezzo di appoggio sulla sindrome del secondo libro: i casi Piperno, Saviano, Colombati...

 

- Islam buono/Islam cattivo.

 

- Etica/Estetica.

 

- Calviniani/Pasoliniani.

 

- La questione Celine: grandissimo scrittore ma antisemita, antisemita ma grandissimo scrittore... una cosa così.

 

- L’Italia dei festival. Da un po’ di tempo va di moda stroncare Mantova.

 

- Il nuovo libro di Andrea Camilleri.

 

- La stele di Axum.

 

- L’ultima identità di William Shakespeare: una donna, un cieco, un principe della casa reale, un alto prelato, un omosessuale, un commediografo molto riservato.

 

- Il genocidio degli armeni. Ampia intervista a Orhan Pamuk.

 

- Le lettere inedite di Norberto Bobbio.

 

- Il dibattito/5: «Il tramonto dell’intellettuale». Nel titolo si può anche mettere il punto di domanda, volendo...

 

 

COSE DA EVITARE Temi e argomenti che è meglio non affrontare e, nel caso si decida di farlo, solo con la dovuta prudenza e la distanza del caso, e comunque mai più di una volta l’anno, e soprattutto mai durante i giorni feriali, quando - come è noto - il lettore ha già poco tempo da dedicare al proprio quotidiano preferito, figurarsi alle pagine di Cultura.

 

- Pensarci due o tre volte prima di rischiare su uno sconosciuto, provando a scoprire nuovi autori, scommettendo su un libro «diverso». Meglio affidarsi alle classifiche di vendita, è più sicuro. Se così tanta gente legge Margaret Mazzantini, vorrà pur dire qualcosa. Purtroppo sì...

 

- Mai e poi mai privilegiare la letteratura rispetto alla storia. Anzi, concentrarsi su quella contemporanea, e soprattutto sul periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del Novecento, e sempre in chiave italiana, tenendo ben presente che per il lettore la Storia inizia con la marcia su Roma e finisce con l’attentato a Togliatti. Del resto, se le case editrici pubblicano soprattutto libri su Mussolini, Hitler e Stalin, non si vede perché i giornali non debbano fare pagine su fascismo, antifascismo, nazismo, lager, gulag e Shoah. E foibe.

 

- Evitare assolutamente la Poesia , che salverà anche il mondo, ma insomma, che palle.

 

- Limitare ai minima moralia (il lettore noti la «gustosa» citazione) la filosofia, che quando parlano Severino, Cacciari e Reale non si capisce mai un cazzo. Sì, Giorello sì, ma non è che si può sempre intervistarlo sul rapporto tra filosofia e fumetti.

 

- Meglio ignorare le scienze, argomento che ogni buon giornalista sa essere il peggiore dei tabù: «La gente non capisce e si annoia». Semmai puntare molto sui gialli e i best seller: «È quello che la gente vuole».

 

- Non dimenticare di informare con tempestività e dovizia di particolari su tutti i premi letterari (e, mi raccomando, i fotini dei vincitori). Alla gente non interessa nulla, ma agli addetti ai lavori sì.

 

- Lasciare l’obiettività ad altre categorie professionali. Il buon giornalista deve cercare la polemica a tutti i costi. Perché? Non si sa, forse per essere ripresi dagli altri quotidiani, o forse perché la verità è conflittualità. Come cercare la polemica? Ad esempio: attaccando lo scrittore-totem o il libro del momento non per ciò che dicono, ma per ciò che rappresentano e creare quindi il «caso»; stroncando per il gusto della provocazione, usando la battuta ad effetto invece che il discorso critico, senza paura di cadere nella stessa presunzione e superficialità del libro o dell’autore che si pretende di condannare; lanciandosi in spericolate appropriazioni culturali indebite: Vasco Rossi è di destra, Paperone è un anarco-capitalista, Bella ciao è la canzone dell’Italia clerico-conservatrice, le cose che fa il Secolo d’Italia, per dire...

 

- Mai e poi mai cedere ai sentimentalismi: ricordarsi che chi vince lo Strega è sempre uno stronzo, o l’ha data via, o gliel’ha scritto qualcun altro, il romanzo. E comunque è spocchioso e antipatico.

 

- Non preoccuparsi troppo dell’autorevolezza e delle gerarchie. Il lettore non ha tempo da perdere, e il buon giornalista ancor meno. Non siamo mica qui a insegnare il latino ai gatti. Alla «vecchia» critica letteraria è opportuno preferire una meno ingessata informazione culturale, e agli speciali i giovani intellettuali rampanti e arrabbiati. Cos’è questa storia dei professori e degli studiosi... Largo ai polemisti: tutti devono scrivere di tutto, e subito!

 

- Allontanare da sé l’inutile sospetto che la recensione sia da preferire all’intervista, più veloce e meno impegnativa. E comunque, dato che nessuno scrittore direbbe mai di aver scritto un libro mediocre, qualsiasi intervista racconterà di sicuro cose bellissime, o no?

 

- Non fare di testa propria: affidarsi senza paure all’esperienza e alla professionalità delle case editrici. Se un ufficio stampa vi dice che quello è «il libro del secolo», «l’autore del decennio», «il futuro premio Nobel», non c’è ragione per credere che non siano sinceri.

 

- Non avere timore di abusare dell’anteprima per battere sul tempo i giornali concorrenti. L’anticipazione sarà anche un articolo perduto, ma intanto siete arrivati prima degli altri. E il lettore, che come è noto ogni mattina, allo stesso modo del buon giornalista, sfoglia tutti i quotidiani italiani che ha in mazzetta, può facilmente rendersi conto della tempestività e dell’autorevolezza del proprio giornale di riferimento.

 

- E soprattutto non dimenticare mai e poi mai che «trenta righe non si negano a nessuno», quindi ogni libro degli amici, o degli amici degli amici, è buono per una recensione: cosa vuoi che siano trenta righe al giorno? Soltanto 900 righe al mese, 10mila in un anno. Vecchio o nuovo che sia.

 

A proposito, auguri.

 

 

Fonte www.ilgiornale.it
di annarita at 20:55:00 4 Commenti

29/12/2008

Non sognatelo, siatelo

“Non sognatelo, siatelo” deve aver pensato l’inventore dell’iPhone.

 

 

Ndr: avrei voluto scrivere questo slogan di un memorabile film direttamente dal telefono ma non ci sono riuscita. Per ora.

 

di annarita at 16:29:00 Commenta:

27/12/2008

Voglio fare lo scrittore

Voglio fare lo scrittore. Consigli per aspiranti autori in dieci interviste a editor e agenti letterari di Davide Musso (ed. Terre di mezzo) ha sicuramente mercato. In Italia, nel mondo, ci sono più manoscritti che cassetti. L’ho appena iniziato. Le prime pagine sembrerebbero puntare contro i grandi gruppi editoriali che privilegiano volumi che si vendano presto e bene e magari diventino best seller. Mentre spetterebbe ai piccoli editori la difesa della ‘democrazia culturale’ e la sperimentazione. Vero ma è anche preoccupante che quasi tutti vogliano fare gli scrittori e pensino che la propria vita sia interessante, che basti conoscere un po’ di grammatica per produrre letteratura (e lo stile?), che i lettori abbiano il tempo e il desiderio di sorbirsi le cosiddette mentali di chiunque. Non credo che la distinzione grande/piccolo editore sia significativa per la qualità e i contenuti. Libri riusciti e meno riusciti si trovano in ogni casa editrice. Piuttosto, e Davide Musso che è un giornalista sarà d’accodo, dovremmo recensire e scegliere le pubblicazioni da recensire senza timori reverenziali, consigliare titoli che secondo noi valgano indipendentemente dal resto. Per pubblicare e scrivere di mestiere valgono due regole: avere qualcosa da dire possibilmente con talento e non pagare per farlo. Poi, certo, non sempre funziona così.
In questo contesto l’idea di Musso è buona, gli addetti ai lavori intervistati di rilievo e se per qualche motivo, nonostante la scarsa redditività della Cultura e il rischio che le porte non si aprano neanche a calci, si voglia fare lo scrittore bisognerebbe partire dal punto di vista di chi, in realtà più o meno grandi, con gli scrittori lavori.

di annarita at 22:17:00 Commenta:

26/12/2008

Brick lane

Ho una predilezione per i narratori anlgo-indiani. Brick lane di Monica Alì (ed. Il Saggiatore) negli scorsi anni è stato un caso letterario. Finalista al Booker Prize, dove selezionano benissimo i libri, e segnalazione dell’autrice tra i dieci migliori giovani scrittori britannici secondo la rivista Granta. Per capire la trama basta leggere la biografia ufficiale della Alì. Nata a Dacca (Bangladesh) da padre bengalese e madre inglese, la famiglia si è trasferita in Gran Bretagna nel 1971 e lei stessa vive e lavora a Londra. Brick lane è la periferia est della città. I bambini soprattutto di origine indiana giocano in strada con un pallone a forma di mappamondo, le spezie profumano l’aria, i giovani di seconda e terza generazione non sanno come comportarsi. Se andare al pub con una ragazza dalla pelle chiara rischiando punizioni, se e quanto bere, se e quanto pregare, come ottenere una promozione senza avere la pelle chiara, quale donna del proprio villaggio farsi letteralmente spedire per sposarsi. Cose così. Le donne indiane non sanno come comportarsi. Se indossare il sari o i pantaloni all’occidentale rischiando punizioni, come riuscire a lavorare e in molti casi proprio ad uscire di casa, quanto obbedire al proprio uomo al quale devono provvedere in tutto compreso tagliargli il calli che non deve essere un gran divertimento, come poter studiare inglese ma spesso gli uomini preferiscono tenerle isoalte anche dal punto di vista linguistico, se rispondere ad un estraneo che in strada rivolga loro la parola o ricambiare un sorriso, se scappare di fronte alle percosse o accettarle per tradizione. Cose così. Nel romanzo della Alì sono riflessioni che potrebbero appartenere alla protagonista, Nazneen. Data in sposa a Chanu, il doppio dei suoi anni molti calli e strampalate idee pseudoculturali, il bibliobus, destinate a non realizzarsi, arriva a Londra da un villaggio del Bangladesh. Ma presto scoprirà cosa voglia dire vivere all’occidentale e quanto sia più pericoloso di stare chiusa in casa a lavare il riso e seguire le regole della tradizione. Nel mondo di Brick lane si rischia addirittura di innamorarsi.

di annarita at 11:26:00 Commenta:

25/12/2008

Un Natale spirituale e autentico

Quest’anno il Natale mi ha preso così. Non c’è leccornia che tenga. Potendo sarei andata oltreoceano e avrei usato il fuso orario come scusa per far finta di niente. Ieri tornando a casa sono stata molte ore in aeroporto. Ringrazio Alitalia e AirOne. Con una strategia di annullamento voli preventiva, nei giorni precedenti la partenza me ne hanno cancellati due, e contestuale, mentre dai gate vicini decollavano aerei ogni cinque minuti a parte quando un’attrice abbastanza famosa o comunque una che va in televisione a raccontare le sue cose sbraitando come una gallina è riuscita a risolvere non so quale problema facendo aspettare venti minuti altre centoventi persone, hanno ottenuto un ritardo di due ore su una tratta di un’ora che per AirOne è un bel risultato. Nota di colore: sfiorata pericolosamente la rissa al gate di imbarco perché le persone addette non-rispondevano a domande quali ‘quanto ritardo c’è, a che ora si parte’ con lo stesso sgarbo che se si chiedesse l’età a una donna non più ventenne. E accenno di rissa nel tragitto gate aereo. Il mondo è pieno di gente che non vede l’ora di spaccare la faccia a qualcuno. Anche alla vigilia di Natale. Eppure una certa malinconia è un sentimento condiviso nei giorni di festa. Le porte bisognerebbe aprirle invece di sbatterle, da tutti i punti di vista.
Cari lettori, cari amici, tanti auguri per un Natale spirituale e autentico che non vuol dire minimalista. Non sono i lustrini e i caviali a impedire che l’amore sia nell’aria. Poi ricominceremo ad essere ingordi, da tutti i punti di vista.

di annarita at 10:59:00 Commenta:

24/12/2008

Mantenere un’amicizia senza dover fare nessuno sforzo

Non cercatemi in Facebook. Non ci sono, per ora. Ieri un carissimo amico era a Milano. Secondo voi siamo riusciti a vederci? Con molti amici non facciamo che dirci, scriverci ecc. ‘dobbiamo vederci!’ e quando ci vediamo si parla di Facebook, si aggiorna Facebook dal cellulare ecc. Se è vero che “l’amicizia richiede più tempo di quanto i poveri indaffarati uomini possano solitamente disporre” (Ralph Waldo Emerson, scrittore saggista filosofo statunitense) e che i social network permettano di mantenere un’amicizia senza dover fare nessuno sforzo (un laureato di Harvard al New Yorker) e che si lavori molto (io), preferisco continuare ad inseguire le persone nella realtà. Per ora.

 

Sul Giornale ho trovato questo articolo, nella versione online non c’è l’autore, che analizza le relazioni umane al tempo dei social network con un approccio saggistico e documentato. Consiglio di leggerlo e tenerlo per le generazioni future, quando ci chiederanno come eravamo.

 

 

Dal Giornale

 

I nuovi narcisi si specchiano nella Rete

 

 

Per secoli, ricchi e potenti hanno documentato la propria esistenza e il loro status mediante i ritratti, che possono essere considerati una sorta di «antropologia dipinta», secondo lo storico dell’arte Hans Belting. Particolarmente istruttivi sono gli autoritratti, in cui l’artista mostra sia come lui si vede veramente e sia come desidera essere visto; un autoritratto può quindi contemporaneamente evidenziare e oscurare, spiegare e distorcere, mostrare egoismo e modestia, autoincensamento e autoironia.

 

Oggi, gli autoritratti sono democratici e digitali, sono fatti di pixel e non di pittura. Nei siti di social networking come MySpace e Facebook, i nostri moderni autoritratti contengono musica, fotografie, riflessioni ed elenchi di hobby e amici. Sono interattivi, non chiedono solo di essere guardati, ma di reagire, sono creati per trovare amicizia, amore e quella ambigua cosa moderna che si chiama connessione. Come i pittori ritoccavano costantemente il loro lavoro, così questi autoritratti sono costantemente rivisti e modificati, anche se sono molto più effimeri di olio e tela. Ciò che emerge da queste gallerie virtuali è l’eterno desiderio umano per l’attenzione a sé.

 

Sebbene questi siti siano ancor nella loro fase iniziale, si sta già avvertendo il loro impatto culturale: nel linguaggio (si veda to friend, «amicare»), nella politica (per i candidati presidenziali è ormai di rigore la presenza su MySpace) e nelle università e college (dove non usare Facebook può essere un handicap sociale). Stiamo solo iniziando ad afferrare le possibili conseguenze del loro uso per l’amicizia e per i nostri concetti di privato, autenticità, comunità, identità. Come con ogni nuovo progresso tecnologico, dobbiamo riflettere su che tipo di comportamento sociale verrà incoraggiato dal social networking sul web.

 

Il responso dell’oracolo di Delfi era: conosci te stesso. Ora, nel mondo delle reti sociali on line, il consiglio dell’oracolo potrebbe essere: metti in mostra te stesso.

 

C’è un proverbio spagnolo che dice: «La vita senza un amico è una morte senza testimoni». Nel mondo del social networking on line questa affermazione potrebbe diventare: «La vita senza centinaia di amici on line è una morte virtuale». In questi siti l’amicizia è la raison d’être. Ma «l’amicizia» in questi spazi virtuali è completamente diversa dall’amicizia del mondo reale. L’amicizia su questi siti si concentra in gran parte sul collezionare, gestire e catalogare le persone che conosci. Per esempio, su MySpace tutto è progettato per incoraggiare gli utenti a mettere insieme più amici possibili, come se l’amicizia fosse filatelia. Se sei così sfortunato da avere un solo amico su MySpace, nella tua pagina leggerai: «Hai un amico», insieme ad una fila di spazi vuoti assai tristi, al posto delle faccine dei tuoi conoscenti.

 

Questo promuove una frenetica caccia all’amico. La frase più diffusa su MySpace è «grazie per avermi aggiunto!», il riconoscimento che un utente fa ad un altro dopo essere stato aggiunto alla lista di amici. Ci sono anche servizi che agiscono come sensali del social networking: per una certa somma scrivono sulla tua pagina elettronica messaggi di una persona attraente che fa finta di essere tua «amica». Anche la struttura dei siti incoraggia la burocratizzazione dell’amicizia. Ognuno ha la sua terminologia, ma «gestire» è fra le parole più frequentemente usate. C’è qualcosa di orwelliano nel linguaggio manageriale dei siti del social networking: «Cambia i miei migliori amici» o «Vedi tutti i miei amici» e, quando il nostro Stalin interiore ha bisogno di esprimersi con purghe virtuali, «Revisionare gli amici». Con pochi clic del mouse, si può far salire o retrocedere (o eliminare completamente) una relazione. A dire il vero, tutti fanno graduatorie dei propri amici, sebbene con modalità intuitive e non dichiarate. Un amico può essere un buon compagno per andare al cinema o a concerti; con un altro si può socializzare sul lavoro; un altro ancora può essere il tipo di persona per la quale molleresti tutto se avesse bisogno di aiuto. Ma i siti di social networking ci permettono di catalogare i nostri amici pubblicamente, e non solo possiamo rendere pubbliche le nostre preferenze sulle persone, ma possiamo anche curiosare tra i preferiti di altre persone. Possiamo imparare tutto riguardo agli amici dei nostri amici, spesso senza neppure averli mai incontrati di persona.

 

Sarebbe ingenuo dire che la gente non è in grado di distinguere fra gli amici del social network e quelli in carne ed ossa. La parola «amico» nel social networking è usata in modo diluito e leggero: certamente chi ha centinaia di amici su Myspace o Facebook non è così confuso da credere che quelli siano veri amici. L’impulso di collezionare più amici possibili su MySpace esprime un bisogno diverso dal desiderio di compagnia, non meno profondo e pressante: il bisogno di status. Diversamente dai ritratti di un tempo, i siti di social networking permettono di creare uno status, non soltanto di celebrarne il raggiungimento.

 

Ma la ricerca dello status ha sempre un compagno al suo fianco: l’ansietà. Diversamente da un ritratto che una volta finito viene incorniciato e appeso alla parete, il mantenimento dello status su MySpace o Facebook richiede un’attenzione costante. La costruzione di un profilo su questi siti acquista sovente i tratti di una campagna pubblicitaria accuratamente pianificata.

 

Un punto importante è capire cosa, alla fine, questa costante tensione al mantenimento di uno status virtuale significhi per la comunità e per l’amicizia. Negli anni Ottanta, in Le abitudini del cuore, il sociologo Robert Bellah e i suoi colleghi hanno documentato lo spostamento dalle compatte comunità tradizionali «a maglia stretta» alle comunità definite generalmente da «tempo libero e consumo». Forse oggi siamo già andati oltre i gruppi caratterizzati dallo stile di vita e siamo entrati in un mondo di «nicchie di personalità» o «nicchie di identità», discreti luoghi virtuali nei quali possiamo essere persone diverse (e talvolta contraddittorie) con gruppi di amici con le stesse tendenze, ma sempre diversi e mutevoli.

 

Sotto un certo aspetto, però, dovremmo forse elogiare i siti di social networking per aver facilitato l’amicizia, come la posta elettronica ha facilitato la corrispondenza fra le persone. Nel XIX secolo, Emerson osservò che «l’amicizia richiede più tempo di quanto i poveri indaffarati uomini possano solitamente disporre». La tecnologia ci ha dato la libertà di entrare nella rete dei nostri amici quando ci pare e piace: è un modo di «mantenere un’amicizia senza dovere fare nessuno sforzo», ha detto un neo-laureato di Harvard al The New Yorker. Questa facilità rende possibile rimanere in contatto con un più ampio cerchio di conoscenze anche al di fuori di Internet. Amici non più sentiti da anni, vecchi compagni di scuola, persone di cui hai perso i contatti, possono ora facilmente riconnettersi con te.

 

Ma di che tipo di connessioni si parla? Nel suo eccezionale libro Friendship: An Exposé, Joseph Epstein elogia il telefono e l’email come tecnologie che hanno notevolmente facilitato l’amicizia. Scrive: «Proust una volta ha detto che non apprezzava molto l’analogia che vede il libro simile ad un amico. Pensava che il libro fosse meglio di un amico, perché puoi chiuderlo (ed esserne esclusi) quando vuoi, mentre non puoi fare lo stesso con un amico. Con le email e gli identificatori di chiamata - dice Epstein - puoi fare allo stesso modo». Ma i siti del social networking (che secondo Epstein «parlano alla più grande solitudine del mondo») scoraggiano «l’essere messi alla porta» dalla gente. Al contrario, incoraggiano gli utenti a controllare la posta elettronica frequentemente, a «stuzzicare» gli amici e a lasciare commenti on line. Incoraggiano un’interazione quantitativa più che qualitativa. Ulteriori considerazioni si possono aggiungere circa le implicazioni del social networking sulle tendenze al narcisismo e all’esibizionismo. Dato il tempo che già dedichiamo a divertirci con la tecnologia, chiediamoci almeno se il tempo che passiamo nei siti di social networking è speso bene.

 

Investire così tante energie per presentarci nel modo migliore on line, non ci farà perdere opportunità per renderci realmente migliori? Rispetto all’incontro di persona, il contatto virtuale sembrerebbe ormai preferito. Oggi, molte delle interazioni culturali, sociali e politiche avvengono eminentemente attraverso convenienti surrogati tecnologici.

 

Perché andare in banca, se si può usare lo sportello bancomat? Perché cercare negli scaffali di una libreria, se Amazon seleziona i libri per te? Allo stesso modo i siti del social networking sono molto spesso convenienti surrogati di amicizie e comunità reali. Questi network virtuali espandono fortemente le nostre opportunità di incontrare altri, ma potrebbero diminuire la capacità di instaurare rapporti reali. Come ha ammesso una giovane lettrice su Times: «Io scambio costantemente contatti umani reali per più affidabili smiles su Myspace, winks su Match.com e pokes su Facebook». Che lei trovi queste relazioni on line più affidabili ci dice di un desiderio di evitare la vulnerabilità e l’incertezza che comporta la vera amicizia. La vera intimità richiede un rischio, il rischio della disapprovazione, del malessere, del sentirsi giudicati. I siti del social networking possono sicuramente rendere i rapporti più affidabili, ma resta da vedere se questi rapporti sono anche soddisfacenti dal punto di vista umano.

 

 

 

Fonte www.ilgiornale.it
di annarita at 07:00:00 2 Commenti

23/12/2008

Scrivere per me è un atto di esplorazione

Vikram Chandra è uno degli scrittori che preferisco, lo adoro: «Scrivere per me è un atto di esplorazione, il tentativo di capire o almeno di incontrare aspetti del mondo e delle persone».

 

Retroscena: ho proposto ad un giornale di intervistarlo sui fatti di Mumbai, che non si capisce perché non si chiami più Bombay o meglio si capisce, ma come accade talvolta nel mondo creativo non se n’è fatto niente. L’idea doveva essere buona se oggi il Corriere pubblica questo articolo. “Giochi sacri” è uno dei libri che preferisco, lo adoro e lo regalerò per Natale. Così, nel caso foste ancora alla ricerca di idee adatte ai tempi di crisi che poi la crisi economica c’è da anni ma non si poteva dire. Buona lettura!

 

 

Dal Corriere della sera

 

 

Vikram Chandra: difendo Bollywood, giusto raccontare l'odio

 

 

I registi indiani hanno trasformato le macerie degli hotel in un set. Lo scrittore rivendica il diritto alla narrazione

 

 

«Alla fine, che altro possiamo fare con la violenza e l'orrore del mondo se non raccontarli attraverso storie?». Vikram Chandra va oltre l'ondata di sdegno contro Bollywood che sta trasformando le macerie di Mumbai in un set e rivendica il diritto alla narrazione del massacro. «La presenza di un regista al Taj subito dopo l'attacco è stata giudicata offensiva da molti indiani perché sembra indicare che tutta questa sofferenza può essere istantaneamente trasformata in intrattenimento» commenta l'autore di Giochi sacri, caso letterario internazionale dello scorso anno.

 

Chandra, figlio di una nota sceneggiatrice di Bollywood, ha vissuto il terrore in diretta: quando le bombe sono esplose si trovava a poche centinaia di metri dall'hotel bersaglio dei terroristi. 

 

Era appena arrivato a Mumbai da Berkeley, in California, dove vive con la moglie — Melanie Abrams, scrittrice ebrea americana — con il desiderio di far conoscere la loro seconda casa alla figlioletta di sette mesi. «Meno male che è troppo piccola per capire che cosa sia successo», è stata a caldo la sua unica consolazione. Ma la strada da seguire, per lui, non è quella della rimozione. «A un certo punto dovremo pur raccontare storie su questo come si è fatto per le bombe sui treni nel 2006, per l'11 settembre, per la spartizione India-Pakistan e ancora prima per l'Olocausto». Non è certo la prima volta che fa discutere la messa in scena di un dramma. Pubblico o privato che sia. Lo scrittore Philippe Forrest, per dire, si è chiesto più volte con che diritto potesse trasformare in letteratura un'esperienza dolorosa come la perdita della figlia, considerato che in pagina la sofferenza finisce per acquisire una dimensione estetica. Mera sopravvivenza, si è risposto. Un modo per sublimare la morte. Esperienza simile a quella di David Grossman che dopo la perdita del figlio Uri, nell'ultima guerra del Libano, disse: «Io scrivo e non muoio. Non capisco come questo accada».

 

La scrittura è stata un «antidolorifico» anche per Natalia Ginzburg, che perse il marito Leone, torturato a morte in un carcere nazifascista. Alla funzione terapeutica della letteratura, Chandra aggiunge quella etico-politica. «I terroristi hanno una loro propria narrativa, una storia su quello che sono le virtù e i valori della vita, su dove e cosa sia il Cielo. Mettendo in scena questa violenza cercano di sovrapporre il loro racconto ai nostri. Perciò non possiamo stare zitti ». Non che Chandra intenda mettere il massacro al centro del suo nuovo romanzo. «Avevo appena cominciato a scriverlo, ora non so che piega prenderà». E mentre racconta come nascono i suoi libri, non c'è il tono apocalittico di certi scrittori post 11 settembre che vaticinavano il crollo della creatività: «Qualcosa attira la mia attenzione, e poi continua a tornarmi in mente finché diventa un'ossessione — rievoca —. Per esempio con Giochi sacri mi si è presentata l'immagine di un boss mafioso asserragliato in un rifugio anti-nucleare, che parla al citofono con un poliziotto. Non riuscivo a liberarmi da questa scena, così ho cominciato a scrivere per scoprire chi fosse il gangster e perché si trovasse nel bunker». Ma questa immagine da dove nasceva? «Sicuramente dalla paura nell'aria negli anni 90, il terrorismo, gli scontri tra gang, gli uomini armati davanti a uffici e case. La guerra con il Pakistan sembrava dietro l'angolo e l'incubo nucleare incombeva. Si ha bisogno di questa ossessione per farsi trascinare in anni di lavoro». In tutto otto per Giochi sacri, noir ed epopea sociale della Mumbai odierna che presenta inquietanti analogie con gli attacchi del novembre scorso: criminali che arrivano dal mare, un estremista indù che vuole colpire Mumbai per incolpare i terroristi musulmani e far salire la tensione col Pakistan, un poliziotto che svela il piano e si sente rispondere che è «troppo scenografico» per essere vero. Poi, il mese scorso, l'incredibile accade davvero. Terroristi che vogliono tenere la scena, prolungando l'azione quanto più possibile, e, tra le vittime, un poliziotto che stava indagando proprio su estremisti indù accusati di un recente attentato. «Mumbai è New York e Hollywood insieme, per questo è finita più volte nel mirino. Ma l'ultimo attacco è stato scritto in modo molto diverso. Una sorta di teatro grottesco allestito per le televisioni. Ho avuto uno strano senso di déjà vu » riflette Chandra. Immaginazione e realtà si rincorrono. Non si tratta di prevedere il futuro, ma di saper dar voce alla profondità del presente: «Si scrive a un livello conscio — spiega Chandra — ma quando il lavoro procede bene lavorano anche altre parti di te». Antenne radar che captano brandelli di realtà al di là della tua volontà. «Scrivere per me è un atto di esplorazione, il tentativo di capire o almeno di incontrare aspetti del mondo e delle persone».

 

Chissà quale ossessione andrà ad alimentare la strage di Mumbai, da lui intesa non come l'«11 settembre indiano» ma come «ultimo atto di una guerra decennale con il Pakistan». Altre voci autorevoli hanno rifiutato il parallelismo: da Amitav Ghosh («l'11 settembre è metafora di una risposta al terrorismo che ha avuto conseguenze disastrose nel mondo») ad Arundhaty Roy («abbiamo rinunciato ai diritti sulla nostra tragedia, come attori di una replica in stile Bollywood di un vecchio film hollywoodiano, invece dobbiamo guardarci allo specchio, le cause sono soprattutto indiane»). Nonostante il sentimento prevalente oggi tra la gente sia la rabbia «contro una classe politica corrotta che, ancora una volta, non ha saputo proteggere i suoi cittadini», Chandra ha parole di speranza: «È un momento affascinante nella politica indiana, non credo ci sia una delusione nei confronti della democrazia ma il riconoscimento di come l'abbiamo ridotta. Ho sentito molta gente chiedersi: ora che cosa possiamo fare? ». Forse l'inizio di una nuova ossessione.

 

 

 

Fonte www.corriere.it
di annarita at 07:00:00 Commenta: