14/11/2008
Il movimento studentesco in Nazione Indiana
Al liceo partecipai ad un’occupazione per motivi non così assurdi. Mi piacevano entrambi i rappresentanti d’istituto, uno di destra e uno di sinistra, entrambi a capo della rivolta (ricordate la Pantera?). Mi stufai presto. Dicevano le stesse cose, slogan meno interessanti di loro quando facevano solo gli studenti tra feste in discoteca (si usava così) e la friggitoria vicino scuola. La Pantera non cambiò il mondo e tutti tornammo in classe dopo un po’ di sana leggerezza adolescenziale. Come punizione la scuola vietò la gita annuale. Per dire che non è che si stesse molto meglio di adesso. Uno sveglio sedicenne che abita nel mio condominio, altra città altro liceo altra era, è rientrato contentissimo. “A scuola ci sono i picchetti, hanno fatto bene!” e su di corsa per le scale, forse nel letto. Non ho saputo cosa dirgli, cerchiamo di sembrare giovanissimi ma poi ci scopriamo inchiodati alla nostra generazione. Ora gli consiglierei di leggere l’intervento di Sergio Bologna pubblicato in Nazione Indiana http://www.nazioneindiana.com/ segnalato dallo scrittore Francesco Forlani che ringrazio. Qui il testo completo http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/#more-10870
E un estratto dal quale è chiaro come Bologna offra una visione dell’attuale movimento studentesco finalmente non omologata e finalmente dia soluzioni concrete (autoformatevi, migliorate il vostro potere contrattuale in un mercato del lavoro che vi tratta con spietatezza, non perdete tempo). Buona lettura.
...Ma ha ragione in un certo senso anche chi dice: “che cosa si poteva fare d’altro?” Nessuno infatti ha saputo o voluto in questi anni immaginare una società diversa che non fosse un’utopia. Alternative globali nessuna, solo strategie di sopravvivenza. Ed è sostanzialmente questo che vi propongo anch’io: costruendo percorsi comuni di autoformazione costruite anche delle reti, vi liberate pian piano dalla costrizione all’isolamento, dall’individualismo e soprattutto dall’illusione che “una buona preparazione universitaria”, corredata magari da qualche corso o master post laurea, possa mettervi al riparo dalla crisi, dalla sottoccupazione o dall’umiliazione di vedervi trattati dal datore di lavoro come un puro costo.
In un paese dove i salari d’ingresso, quelli dei primi assunti, sono i più bassi d’Europa, la preparazione conta assai poco. I precari, i lavoratori a tempo determinato, hanno delle remunerazione parametrate su quelle dei primi assunti. Dunque anche loro sono pagati peggio che altrove. E le vostre generazioni rischiano di andare avanti con lavoretti precari fino ai 40 anni. Pertanto è pura demagogia quella di coloro che parlano di democratizzazione degli accessi, che difendono di questa università il fatto che possono iscriversi anche i figli di famiglie povere. Il problema non è la massificazione della popolazione studentesca ma il fatto che il capitale umano di un laureato non vale una cicca sul mercato del lavoro! O i giovani riacquistano un minimo di forza contrattuale sul mercato del lavoro oppure l’università sarà solo un frigorifero di disoccupati, un osceno apparato di puro controllo sociale...