10/10/2008

Booktrailer al Premio Chiara

Appuntamento al Premio Chiara Festival del Racconto 2008 a Varese

 

 

 

Sabato 11 ottobre Villa Recalcati Piazza Libertà 1, Varese alle ore 18.00

 

Booktrailer un esperimento tra Web e Film. Suspence, immagini evocative, voce narrante. Un nuovo modo per lanciare un libro.

 

Un booktrailer è un video ispirato a un libro con lo scopo di riprodurre l’atmosfera di quel libro e di promuoverne la lettura.

 

conducono Annarita Briganti e Jacopo De Michelis

 

Proiezione booktrailer

 

ospiti Paolo Bianchi, Giorgio Fontana, Mauro Gervasini, Domenico Moretti, Paolo Roversi

 

 

di annarita at 21:22:00 Commenta:

10/10/2008

Tempo di Nobel/2

Se molti critici (v. post precedente) hanno molti dubbi sul Nobel per la Letteratura a Jean-Marie Gustave Le Clézio, un poeta rivela di apprezzarlo da tempo non sospetto. Ecco il ritratto, come sempre ben scritto, che Giuseppe Conte fa nelle pagine del Giornale del romanziere da Nobel che veste come un marinaio, viaggia in continuazione, mantiene una forte componente umanistica e affida speranza e fiducia alla scrittura, all’invenzione di una storia. In questo non diverso da noi.

 

 

Da Il Giornale

 

Il nomade che insegue lo spirito del tempo

 

di Giuseppe Conte

 

 

Una sera, su un aereo in volo da Parigi a Nizza, notai seduto davanti a me un uomo molto alto e snello, biondo, vestito con un paio di jeans e un giaccone blu da marinaio. Mi chiesi subito, non so perché, se poteva essere Le Clèzio, lo scrittore nizzardo che da sempre ammiravo e che non avevo mai potuto incontrare. Sarei rimasto nel dubbio se, a un certo punto, lui non avesse aperto il passaporto, rendendomi agevole leggervi il suo nome. Era lui, l’autore leggendario del Verbale, di Deserto, del Sogno messicano, con quella sua aria così poco libresca, quel suo sguardo così distaccato e intenso, quel suo stile da viaggiatore instancabile. Non gli parlai, quella sera, mi limitai a seguirne le mosse all’aeroporto, mentre a passo veloce guadagnava l’uscita, portando con sé la sacca che conteneva non libri ma bottiglie.

 

Le Clèzio, cresciuto a Nizza, in uno di quei palazzi altissimi sul porto vecchio, ha compiuto una parabola esemplare fino ad arrivare, ieri, al premio Nobel che incorona un autore fedele alla letteratura che è stato sempre fuori dalle mode, ma dentro lo spirito del tempo, che ha cercato la sua strada nella grande tradizione europea, ma riuscendo ad aprirla verso gli orizzonti di altre culture e di altre civiltà. La famiglia, come denuncia il nome, è bretone, ma di bretoni emigrati nell’isola tropicale di Mauritius, e poi tornati sulla Costa Azzurra. Così Le Clèzio racconta che da ragazzo, quando con un taccuino e una penna se ne andava a scrivere sulla spiaggia di ciottoli sottostante la Promenade Des Anglais, pensava di fronte a tutto quel mare di essere in una terra selvaggia, non dissimile da quella dove erano emigrati i suoi avi.

 

La sua opera ha questo respiro: all’inizio, siamo negli anni ’60, Le Clèzio allora ventenne adotta i modi vicini allo sperimentalismo, ma introduce già in esso vie di fuga verso l’estasi, verso il superamento delle proprie premesse materialiste. La passione del viaggio e delle mitologie dei popoli lontani faranno il resto. Dopo una stagione di confronto crudo con la realtà metropolitana nella sua violenta insensatezza, passa sempre più tempo in America Centrale, si occupa del sapere dei Maya e dei loro libri sacri, allarga i suoi interessi all’Africa, mostra in maniera sempre più chiara come oggi un grande scrittore europeo non possa che reinterpretare la propria tradizione maestra nel contesto di un mondo multipolare, con tante voci e tante nuove istanze.

 

Così il capolavoro di Le Clèzio, Deserto, che Rizzoli pubblicò da noi tanti anni fa senza particolare successo. È un romanzo dal respiro epico e che non si nega un nocciolo poetico di scrittura. Io ne rimasi molto colpito, ed è da allora che sento Le Clèzio come un fratello maggiore. Deserto è un romanzo che potenzia paesaggi, personaggi, destini, tra il cuore sabbioso del Sahara e i profumi difficili di Marsiglia. L’Europa contemporanea vi appare sterile, falsa, in confronto alla verità potente di una realtà ancorata a una saggezza millenaria. Una figura femminile, nel suo percorso e nelle sue metamorfosi, campeggia con una indimenticabile evidenza.

 

Nei libri successivi, tra cui La stella errante o Onitsha si attenua lo spessore epico, ma vengono potenziati i temi del viaggio, della ricerca d’identità, del rapporto con la natura, dell’incontro con civiltà diverse. Le Clèzio non è mai ideologico, non è mai succube di esotismi facili, mai esibizionista come certi romanzieri contemporanei che amano far scandalo e rumore per raggiungere quel successo equivoco ed effimero che scandalo e rumore sono soliti procurare. Leggere un suo libro-intervista significa inoltrarsi nel cammino che uno scrittore fa per diventare un classico, confermarsi nell’idea che la letteratura può ancora avere un ruolo di conoscenza, che lo stile è ancora uno strumento della scrittura per indagare l’universo.

 

Non saprei a che famiglia di autori appartiene. Isolato ma protagonista di imprese editoriali (lunga la sua militanza per Gallimard), schivo ma sapientemente presente sui media francesi, letterato ma viaggiatore e nomade, lo scrittore nizzardo prosegue una tradizione eminentemente francese di fiducia nella parola, nell’espressione letteraria, nella costruzione di un mondo attraverso l’immaginazione. Il premio Nobel a lui vuol dire che la letteratura, quella vera, ha ancora qualcosa di alto da dire. In Italia, dove i suoi libri non sono mai stati accolti con l’interesse che meritano, qualcuno si stupirà. Ma io sono contento che i troppi tifosi di Philip Roth, per esempio, abbiano ancora da aspettare. Le Clèzio è un autore in cui resiste una forte componente umanistica. Lo scrivere si colora in lui di speranza e di fiducia.

 

Lo ricordo in una bella intervista televisiva, mentre calmo, una mano appoggiata sul volto, confessava che durante la stesura di un libro un pensiero lo conforta, quello di non poter morire sinché il libro non ha preso forma, sinché la storia non si è conclusa. È una confessione sincera, drammaticamente dolce, per dire che la letteratura è una risposta della vita contro la morte e che c’è in essa ancora una istanza, anche leggera, di eternità.

 

 

Fonte articolo www.ilgiornale.it
di annarita at 07:01:00 Commenta:

10/10/2008

Tempo di Nobel

Sapete cosa penso dei premi ma il Nobel per la Letteratura mantiene un certo fascino. Quest’anno è andato, e sì a sorpresa, al francese Jean-Marie Gustave Le Clézio. Strano che non lo conosciate... Quanto sarebbe stato banale premiare un Philip Roth o un altro scrittore americano di quelli che ci tengono svegli fino all’alba facendoci godere con la loro maestria!

 

Il commento del famoso critico Pietro Citati, ha definito Le Clézio un mediocre, sembra eccessivo. Chiunque pubblichi anche un solo libro, il romanziere da Nobel ne ha scritti una trentina, merita rispetto indipendentemente da risultati e gusti letterari. Mi è invece piaciuto, e non mi stupisce, lo stile con il quale Il Foglio abbia trattato la notizia. Qui trovate una descrizione del vincitore ad opera del ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali Jean Pierre Darnis, italiano d’adozione, e l’articolo di Mariarosa Mancuso che con la consueta ironia non si allontana molto dalla visione di Citati ma ci fa sorridere.

 

Per un assaggio della scrittura di Le Clézio sotto trovate il link ad un racconto inedito che pubblicò il Corriere della Sera qualche anno fa.

 

 

Un francese cosmopolita ci racconta il Nobel francese cosmopolita (fonte Il Foglio/dall’articolo di Valentina Fizzotti)

 

 

...Il vincitore del premio Nobel per la Letteratura, Jean-Marie Gustave Le Clézio, francese cosmopolita cresciuto a Nizza attualmente ad Albuquerque (Stati Uniti) dopo aver girato il mondo, raccontato dal francese cosmopolita Jean Pierre Darnis, ricercatore che vive in Italia da anni e lavora all’Istituto Affari Internazionali: “C’è molta coerenza fra la sua scrittura e la sua vita. Spesso le sue opere sono ambientate nei luoghi più disparati, che a visitato nel sorso dei suoi viaggi intorno al mondo. Per lui la scrittura è una prassi di viaggio e di vita. Lo affascinano molto le società primitive e lo sciamanesimo, il rapporto dell’uomo con la natura. È in qualche modo ‘atemporale’. Nel suo penultimo libro, ‘Ballaciner’, raccontava la storia di sua nonna, una montatrice cinematografica che abitava e lavorava nella Nizza degli anni Venti. Ritraendo le sue radici nizzarde, immaginava la nonna che faceva il bagno in spiagge ancora deserte e incontaminate, nella Nizza dei tempi passati. E' uno schietto, che non si nasconde dai media ma che di certo non li cerca. La sua scrittura è pura ma non noiosa, ma soprattutto è facile da leggere. Questo Nobel ha un che di epocale: sembra un riconoscimento dell’interculturalismo. Che non è certo terzomondismo di sinistra, ma un approccio interculturale al mondo. Anche se le sue storie sono ambientate in luoghi diversi, dalle città al deserto, i suoi eroi sono extra territoriali e c’è una continuità fra le azioni dei personaggi dei vari libri. Sa valorizzare anche i personaggi minori ricercando nelle culture un umanismo universale che ha superato il vecchio umanismo, quello colonialista occidentale. Le Clézio mi fa pensare al rapporto che il presidente francese Jaques Chirac aveva con il mondo: non considerava l’occidente superiore, ma credeva che tutte le culture meritassero eguale rispetto. Lui è il pendant culturale di questa visione francese degli anni Novanta. Il suo nome girava da un po’ di tempo, ma credo che questo sia stato riconosciuto dalla giuria di Stoccolma proprio ora che il liberalismo occidentale è fortemente criticato. Le Clézio non critica il sistema, se ne pone semplicemente al di fuori ”...

 

 

Vedi a pagina 69 - di Mariarosa Mancuso (fonte Il Foglio)

 

Basta andare a pagina 69 per capire come si assegna un Nobel letterario

 

Due pagine non a caso di due libri scritti da Le clezio

 

Lo avevano annunciato, forte e chiaro. Gli scrittori americani – pfui! – sono provinciali, e poveretti scrivono in una lingua che forse si farà, ma è troppo presto per dirlo (questo pensa il segretario del Nobel, giudicate voi se è la persona giusta al posto giusto). Ciliegina sulla torta, hanno premiato la Francia, paese che da sempre – agli occhi degli intellettuali – tiene alta la bandiera dell’antiamericanismo. E anche la bandiera della vecchia Europa che ha decretato la morte del romanzo. E quella degli scrittori che non intendono sedurre i lettori, ma lanciare loro un guanto di sfida: vediamo se ce la fai ad arrivare in fondo. J. M. G. Le Clézio – lasciategli le iniziali puntate, se non volete far la figura dei novellini, se proprio vi costringono limitatevi a Jean-Marie, il Gustave fa desolatamente “ho letto Wikipedia un’ora fa” – appartiene alla banda di guastatori che fecero danni in nome e per conto del “nouveau roman”. Nel 1965 era pubblicato da Einaudi nella stessa collana di Samuel Beckett: punitiva copertina grigia, sinistra intestazione “la ricerca letteraria”.

 

L’occasione è troppo ghiotta per non applicare al neoproprietario di un milione e rotti euro (speriamo assoldi un contabile migliore di quello che truffò Dario Fo) il metodo suggerito da Marshall McLuhan ai lettori indecisi davanti agli scaffali. Basta leggere la pagina 69 di un libro, suggerisce il guru che fece una comparsata in “Io e Annie” di Woody Allen. Se la pagina vi piace, anche il resto del libro sarà di vostro gusto. Vale anche il contrario. Chiamiamolo carotaggio letterario, oppure campionatura. Il Nobel a LeClézio – nato a Nizza nel 1940 da genitori bretoni emigrati nel Settecento alle Mauritius, ha scritto una trentina di libri – offre l’occasione per sperimentare la tecnica. Primo libro e primo carotaggio: la pagina 69 di “Il verbale”. LeClézio lo pubblicò a 23 anni, vincendo il prix Rénaudot e sfiorando il Goncourt. “Su una tavoletta che prolungava lo sportello dei chioschi erano abbandonati rotoli di biglietti rosa, segnati a intervalli regolari da un traforo che aveva il compito di facilitarne lo strappo”. Non serve altro. Siamo perfettamente in zona “nouveau roman”: minuziose e sfinenti descrizioni, personaggi che si farebbero sparare piuttosto che pronunciare una battuta (l’uomo che stacca i biglietti, lo sappiamo poche righe dopo, dice un “grazie sì” solo quando è obbligato), molto spaesamento e molta alienazione.

 

Secondo carotaggio, l’ultimo titolo uscito in italiano: “Il continente invisibile”, da Instar Libri. A pagina 69, leggiamo: “Per i ni-vanuatu, la kava non è solo una bevanda. Come la coca per gli indios delle Ande, questa pianta ha in sé lo spirito del luogo, è la loro lingua, la memoria collettiva. Sicuramente per questa ragione fu proibita dai governi coloniali”. 45 anni dopo, lo sperimentatore letterario è diventato etnologo, e sta con gli indigeni contro i colonialisti. Il mistero del Nobel 2008 finalmente si svela: l’impegno civile e il terzomondismo sono molto apprezzati dai giurati svedesi, convinti che la letteratura sia la continuazione della correttezza politica con altri mezzi. La campionatura mostra un Le Clézio che parte algido alla Beckett, e arriva scrittore di viaggio alla Chatwin (passando per il melò di “Diego e Frida”, cognome Rivera e Khalo, certificato dalla pagina 69 che abbiamo letto per voi). Esattamente quel che sostiene – usando parole più forbite: “L’altrove esotico”, “un rapporto ancora spontaneo con il mondo” – la fedele Garzantina. La tecnica suggerita da Marshall McLuhan ha funzionato magnificamente. Il seguito alla prossima puntata.

 

 

 

Il testo «Nascere in una guerra» è stato scritto da Jean-Marie Gustave Le Clézio per il Festival internazionale Letterature di Roma del 2004 (fonte Corriere della Sera)

 

 

http://www.corriere.it/cultura/08_ottobre_09/inedito_le_clezio_3864aba6-95f6-11dd-86ba-00144f02aabc.shtml

 

 

 

Fonte articoli/racconto:

 

www.ilfoglio.it

 

www.corriere.it

 

di annarita at 07:00:00 2 Commenti