29/08/2008
Letteratura d'inchiesta e narcotizzazione
Ecco qualche brano dell’intervista che Il Giornale www.ilgiornale.it ha fatto a Walter Siti. Confesso di non averlo ancora letto, non riesco a coprire TUTTA la produzione italiana e internazionale. L’ho ascoltato invece presentare il libro di un altro e mi aveva convinto. Le dichiarazioni che riporto confermano che bisogna scoprire, per chi non lo conoscesse, il Siti narratore. Buona lettura!
Da Il Giornale - “Letteratura d’inchiesta? Ormai ci ha narcotizzato”
di Francesca Amé
Un castoro. Per Walter Siti, critico e narratore italiano tra i più significativi degli ultimi anni, lo scrittore non è altro che questo. «Quando la diga costruita sul fiume non regge più, ogni castoro si danna finché non trova una soluzione e non tappa tutti i buchi - spiega -. Faccio così anch’io: quando sento che qualcosa del mio profondo è a rischio, mi invento parole che prima non pensavo di avere. La creatività è in fondo questione di sopravvivenza».
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Walter Siti, perché in libreria si vendono solo docu-romanzi e al cinema si guardano solo docu-film?
«Premesso che esistono corsi e ricorsi storici e che dopo un eccesso di formalismo, che ha caratterizzato gli anni Novanta, era prevedibile un ritorno alla ricerca di contenuto, direi che negli ultimi anni si è rimessa in moto la storia. Dall’11 settembre al profilarsi di una nuova Guerra fredda, si sono moltiplicati i fatti che stimolano la narrazione. Mi preoccupa però che sul piano espressivo si confonda questo fenomeno con una sorta di neo-neorealismo».
Che cosa intende?
«Se è vero che c’è maggiore curiosità e necessità da parte del pubblico di comprendere l’attualità, molta della letteratura odierna mi pare investita dal cliché neo-realista che si muove per stereotipi. Come per un capolavoro quale Paisà abbiamo avuto tanti Poveri ma belli, mi sembra che oggi si assista al proliferare di una “scuola di mafia” in letteratura per cui, dopo il successo di Gomorra, i romanzieri intendono occuparsi solo di mafia, camorra e così via. Come se realismo volesse dire parlare della magagne della società...».
Si tratta, almeno nelle intenzioni, di letteratura civile.
«E invece, paradossalmente, si trasforma in qualcosa di rassicurante, funzione non certo propria di una letteratura che vorrebbe inquietare le coscienze».
Trova rassicuranti le descrizioni di Saviano o le scene di Gomorra girate da Garrone?
«Per certi versi sì, perché non mi colgono in contropiede, perché non sono completamente inaspettate. Se sto a Vicenza e leggo Gomorra, mi sento sicuro a sapere che nulla di ciò che è descritto accade sotto casa mia. Il vero realismo è quello che ti fa vedere ciò che non hai mai notato, ciò che nemmeno sospetti. Rimanendo a Gomorra, realistica non è l’uccisione spietata dei boss, ma l’innocenza della vecchia donnina che, nel film di Garrone, dona una cassetta di pesche ai camorristi e non sa che loro le getteranno via perché sono avvelenate».
C’è chi dice che il romanzo contemporaneo non può che avere una vocazione realista.
«Non so se sia questa l’unica strada. Rispetto alla poesia, che è il linguaggio degli dei, il romanzo si è qualificato da sempre come genere mediocre, un po’ da signorine. Ma io amo quel suo avere un piede nell’attualità e un piede nell’assoluto: trovo che sia uno straordinario strumento di conoscenza. Non a caso la scienza e il romanzo moderno nascono in contemporanea come due modi diversi e complementari di comprendere il reale. La prima si basa sul principio di non contraddizione, il secondo, come dimostra il Don Chisciotte, sull’obbligatorietà della contraddizione. Questo perché il romanzo ingloba tutto».
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Che cosa rimane di Pasolini, oggi, nelle borgate romane?
«Poco. È diventato un’icona pop ed è letto pochissimo. Eppure fu lui ad anticipare il concetto di omologazione tra cultura alta e cultura bassa, a intuire quel pastone che oggi si è realizzato tra ideali borghesi e del sottoproletariato».
Il testo completo dell’intervista è qui