18/04/2008
Anticipazione Fiera del Libro/2 Aharon Appelfeld
La Fiera del Libro sarà inaugurata l’8 maggio dallo scrittore Aharon Appelfeld, ebreo israeliano e europeo secondo l’ordine delle radici con il quale ama definirsi, in libreria con il romanzo autobiografico Storia di una vita (Guanda), e che vita! Così lo presenta la giornalista Marina Gersony che lo ha intervistato per Il Giornale: “Appelfeld è considerato tra i massimi scrittori israeliani, di lui si parla anche come di un possibile Nobel; una persona che esprime forza, sensibilità d’animo e pacatezza, ma anche quel tipico umorismo yiddish che sdrammatizza e scioglie le tensioni sempre in agguato. Ma è soprattutto un uomo di notevole statura morale e intellettuale, essenziale nell’esposizione, nonostante la complessità degli argomenti. Un Grande del nostro secolo, con il quale è un onore parlare. Nato nel 1932 a Czernowitz, in Bucovina, quella parte di mondo destinata a spartizioni e a drammatiche lacerazioni territoriali, sopravvisse alla Shoah in cui perse la madre e i nonni. Fu deportato con il padre in un campo di sterminio nazista in Ucraina, dal quale riuscì a fuggire, bambino, abbandonato al destino e a se stesso. Per tre anni vagò nei boschi, in preda a gentaglia e a criminali che lui definisce «la mia seconda scuola», prima di approdare nel ’46 in Palestina, allora sotto mandato britannico. Veterano dell’esercito israeliano, è sposato e ha tre figli.” Dal Giornale Fonte Il Giornale www.ilgiornale.it
Ecco alcuni brani dell’intervista che andrebbe letta tutta http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=255590 Alla faccia delle polemiche sull’opportunità di invitare alla manifestazione gli scrittori israeliani!
Intervista ad Aharon Appelfeld: «Ma non chiamatemi scrittore della Shoah»
di Marina Gersony
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Non pensa che anche oggi si rischi una dispersione delle lingue a favore di un idioma sgangherato e globale?
«Tutte le epoche hanno le loro perdite e i loro errori. Il nostro tempo consente a chiunque di viaggiare e di parlare molte lingue. Con il rischio di perdere le proprie radici. Assistiamo alla nascita di una nuova lingua priva di intimità. Tutto è globalizzato. Il rischio c’è».
Informazioni sempre più veloci e automatismi del pensiero alterano la nostra capacità cognitivo/percettiva. Non pensa che la Memoria, intesa come passato, rischi di finire in un calderone del tutto e niente?
«Se la tecnologia assume il predominio, i sentimenti, i ricordi e l’esistenza stessa si riducono, tutto diventa più piccolo. La tecnologia offre molto ma non coglie il prisma della personalità umana. Come gestire tutto questo, è la grande domanda per il futuro».
Non sembra però pessimista...
«Un uomo che ha vissuto in un ghetto e in un Lager non può permettersi di esserlo. Finita la guerra, avevo 13 anni, pensavo di essere l’unico ebreo sopravvissuto. Non lo ero. Ce n’erano altri come me. Le cose cambiano continuamente. Penso che l’uomo di oggi ritornerà a vivere in modo più semplice nonostante il progresso, più vicino alla natura e alla collettività. Lo vedo soprattutto nei giovani. Quando sono arrivato in Israele era un Paese intriso di ideologia. Si voleva costruire l’Ebreo Nuovo, potente, forte e invincibile. Il passato ebraico doveva essere rimosso. I genitori non raccontavano niente ai loro figli, l’argomento Shoah era tabù. Oggi tutto è cambiato. I ragazzi vogliono sapere e capire, mi scrivono di continuo. Lo vedo come una grande speranza per il futuro. L’uomo senza memoria non è niente. L’arte e la cultura che non siano accompagnate dalla fede e dalla memoria dei padri non ci salverà».
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Lei non ama essere definito uno scrittore della Shoah.
«Non esiste un epiteto più irritante. Uno scrittore scrive di sensazioni, incontri, persone e ricordi. Certo, la mia infanzia si è svolta nella Shoah, dove ho sofferto e imparato, ma non posso scrivere di sei milioni di persone che sono state sterminate. La generalizzazione, il tema sono una conseguenza secondaria della sua scrittura, non il suo principio. Come faccio a scrivere di loro?».