29/07/2007

I'm not a plastic bag

E’ così, siamo un paese di raccomandati eppure ogni tanto, quando non ci sono in gioco interessi grossi, possiamo ottenere ciò che vogliamo senza essere scavalcati.
Tutto ha inizio circa un mese fa. Su un settimanale che si chiama Grazia vedo la foto di un’attrice famosissima ma non noto i vestiti pseudo trasandati, il corpo o il viso, noto la borsa di tela beige con un’enorme scritta marrone I’m not a plastic bag. L’articolo anticipava che la borsa di culto, con pedigree da star e aspirazioni ecologiche, sarebbe stata venduta in esclusiva per l’Italia da 10 Corso Como a Milano.
Dopo è stato più facile che andare da Zara all’ora di punta.
Ho telefonato a 10 Corso Como per sapere come comprare la borsa, mi hanno detto di prenotarla.
Ho scritto un’email prenotandone due.
Ho avuto conferma della prenotazione.
Ho segnalato il colore, brown nel caso vi interessi.
Sono stata convocata via email per ritirare le borse.
Ho preso un taxi e sventolando l’email sono entrata da 10 Corso Como superando con metodi leciti una folla prevalentemente femminile accaldata e inferocita finché non avesse messo le mani su quella borsa. Ecco le non prenotate, in attesa da ore sotto il sole di luglio mentre un controllore dall’aspetto piuttosto minaccioso leggeva cognomi da una lista improvvisata su un foglietto stropicciato. Le stesse scene che si vedono nei tg quando gli extracomunitari devono rinnovare il permesso di soggiorno.
All’interno del negozio belle ragazze dai nomi esotici, a me ci ha pensato Natalia, gestivano le file dove, siamo in Italia, succedeva di tutto. Uno straniero è passato davanti perché doveva andare in aeroporto ma poi si è scoperto che abita a Brescia (forse doveva andare veramente in aeroporto). Un giapponese nascosto dietro occhiali scuri, sottovalutando le belle ragazze dai nomi esotici, ha cercato di comprare più della dose massima prevista, due borse per ciascuno, prima di essere beccato da Natalia. Mamme reclutate da giovani figlie in cerca di una boccata di glamour. Uomini reclutati dalle fidanzate, che poi li sgridavano se sceglievano il colore sbagliato. Avventurieri dai capelli lunghi che rivenderanno le borse su ebay dove sembra abbiano una buona quotazione. Falsari che invaderanno le strade con I’m not a plastic bag taroccate, un po’ come per le Crocs. Proposte indecenti “ti do quella grigia dammi quella marrone” che ho dovuto rifiutare energicamente, gli animi erano surriscaldati.
Indossare questa borsa significa, dice la stilista Anya Hindmarch, sostenere l’ecologia, contribuire concretamente a non inquinare perché we are what we do. Cosa c’è di meglio che seguire la moda e rispettare l’ambiente?
Eppure è sorprendente, ogni volta, vedere donne di età e provenienza diversa sfiorare la rissa non per un uomo come si usava un tempo ma per un oggetto. Se we are what we do chi siamo quando ci accapigliamo per una borsa? Quali aspirazioni abbiamo all’epoca di you tube e dell’amore 2.0?

Ndr: questo articolo è stato scritto ieri (ho le prove!), oggi c’è una paginata sul Corriere. Virtualmente l’ho bruciato se non fosse che ho aspettato a pubblicarlo sul blog. Comunque sono soddisfazioni.

di annarita at 07:00:00 2 Commenti