12/06/2007
Mario Calabresi
Ecco la recensione del bel libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo (Mondadori).
Buona lettura.
L’unico ricordo che ho degli anni Settanta è il ritrovamento del corpo del Presidente Moro. Era un pomeriggio di maggio, avevo sei anni, mia sorella quattro, mia madre era una giovane donna. Avevo fatto i compiti subito dopo pranzo, come sempre. Eravamo nella stanza dei miei, io seduta sul tappeto a giocare, mia madre e mia sorella su un letto che mi sembrava immenso. La televisione accesa ci faceva compagnia.
Sapemmo dell’omicidio del Presidente Moro dal TG1, lei non tentò di cambiare canale, rimase immobile davanti alle immagini che conoscete tutti. Reagì emotivamente. Poi forse telefonò a mio padre, era impaurita, forse gli chiese di rientrare prima dall’ufficio. Poi nella mia memoria gli anni Settanta svaniscono e da allora, complice quell’orrore, mi sono tenuta a distanza di sicurezza dalla politica.
A quel momento di quasi trent’anni fa mi hanno riportato le pagine di Mario Calabresi.
Per lui e la sua famiglia gli anni Settanta finirono prima del sequestro Moro, il 17 maggio 1972. Il commissario Luigi Calabresi, padre di due bambini con un terzo nella pancia della moglie Gemma, all’epoca venticinquenne, fu sparato alle spalle mentre andava a lavoro. Rispettato il cliché delle Brigate Rosse, per assassinare guardando in faccia la vittima ci vuole coraggio. Si scoprì che il commissario avrebbe dovuto essere ucciso il giorno prima quando, per caso, parcheggiò la Cinquecento in un posto diverso dal solito e i terroristi rimandarono l’esecuzione al 17 maggio. Una sera in più per giocare con i suoi figli, scrive il figlio. Non è poco ma è poco.
Il libro di Calabresi, giornalista di Repubblica, non è un memoir, sarebbe stato troppo doloroso per tutti, ma un reportage storico sul terrorismo da un punto di vista nuovo, quello delle vittime. Coloro che parteciparono al terrorismo o lo sostennero scrivono sui giornali, vanno in televisione, talvolta non riescono a celare un orgoglio non lenito dall’autocritica su quegli avvenimenti. Vengono eletti in Parlamento e, alla faccia del basso profilo, accettano cariche pubbliche. Una famosa ex terrorista, volutamente non farò il nome, ha interpretato se stessa in un film, peraltro mediocre. Coloro che materialmente o moralmente aderirono al terrorismo armato italiano scrivono tantissimi libri, si esprimono continuamente sullo Stato, sui politici, sullo schifo che erano allora gli uomini dello Stato facendo intendere, tra mille parole di paginate coltissime, che lo stesso Stato li avrebbe coinvolti nell’eliminazione dei nemici. Allusioni, a distanza di secoli.
Nell’autore non si avverte odio, se c’è è nascosto dalla bella scrittura.
Cresce a Milano, educato al basso profilo e a rifiutare il rancore dalla signora Gemma che, pur di non chiedere alcunché allo Stato e alla famiglia, va ad insegnare Religione a scuola e quando non ha soldi fa cenare i figli con latte e biscotti e un uovo sbattuto. Mario Calabresi fin dall’adolescenza è ossessionato dal capire. Il suo rifugio era la Biblioteca Sormani, un posto bellissimo, dove studiò i quotidiani che parlavano di suo padre, vide film di quegli anni, affrontò a viso aperto quegli avvenimenti, non senza pericoli. Come avreste reagito se aveste trovato una vignetta sul commissario Calabresi che insegnava al figlio a decapitare il nemico con una ghigliottina? Se aveste letto che “Calabresi avrebbe potuto ucciderlo chiunque”?
Per l’autore l’aver cercato di capire, unito al ruolo di sua madre, della loro ampia famiglia, di Tonino Milite, poeta e artista che farà da padre ai figli del commissario con una sensibilità fuori dal comune, è stata la salvezza. Così le vicende storiche assumono un altro senso se filtrate dai ricordi. Il processo non sono gli atti giudiziari ma le lacrime della signora Gemma dopo la prima sentenza, era preoccupata per i familiari dei condannati. La medaglia al valore del 2004, fortemente voluta dal Presidente Ciampi, non è un’occasione per recriminare sui ritardi dello Stato, che sono evidenti, ma uno dei momenti nei quali sua madre è sembrata veramente serena. La morte di Giuseppe Pinelli non è un omissis. “Da giornalista allora mi sarei indignato”, scrive Calabresi ma non può evitare di smantellare le bugie sul caso Pinelli. Un giornalista deve ricordare, nonostante una campagna stampa martellante che ha condizionato l’opinione pubblica, il ruolo del commissario in quella vicenda. E lo fa con forza: “tutti concordemente dissero che nel momento in cui Pinelli precipitò Calabresi non era nella stanza”.
Il libro è un flusso di ricordi, in tono lieve, mai di sfogo, che dimostra quanto sia stato meditato, tenuto dentro. L’autore mette a nudo se stesso, le persone che gli sono vicine, non si tira indietro. Un certo pudore, già violato con il ricordo dell’omicidio Moro, ci impedisce di svelare troppo.
Possiamo però dire cosa non troverete in queste pagine: lo Stato, se non nelle recenti iniziative dei Presidenti Ciampi e Napolitano. E la parola ‘perdono’. A chi chiede all’autore un parere sulla Grazia alle persone condannate, in modo notoriamente controverso, per l’uccisione di Calabresi Mario risponde che solo in un sistema medievale è la famiglia della vittima a decidere la sorte dei colpevoli. Tocca allo Stato assumersi, per una volta, le sue responsabilità. E’ l’unica parte politica del libro.
Se la famiglia Calabresi ha reagito senza odiare né fuggire, altri, pur a distanza di decenni, lottano per andare avanti. Nel libro ci sono alcune interviste ai familiari di vittime del terrorismo. Su tutte mi ha colpito la storia di Antonia, figlia del poliziotto napoletano Antonio Custra ucciso nel ’77 a ventidue anni in strada a Milano, prima che nascesse sua figlia. L’aiuto dello Stato ad Antonia, cresciuta senza padre e con una madre non ripresasi del tutto da quei fatti, è un posto di spazzina al Comune di Napoli. Meglio di niente, è stata la prima spazzina donna, ma un po’ poco no?