31/05/2007

Cosa dicono di noi (spunti sul femminismo moderato)

Eric Zemmour, autore di L’uomo maschio (Piemme), si è accorto che uomini e donne non se la passano tanto bene. I primi costretti ad un’estetica e a valori femminili che rischiano di reprimere i loro istinti più profondi, noi costrette a sembrare maschi (attenzione: sulla defemminilizzazione sono d’accordo tutti). La colpa, dice l’autore, è del femminismo anni ’70. A cosa ci è servito modificarci geneticamente per pensare, agire e lavorare come uomini? Ecco, conoscete la risposta. A cosa ci serve la libertà di ritardare la procreazione, mangiare da sole davanti la tv o non mangiare del tutto, aspirare a carriere che nella maggior parte dei casi ci restano precluse, mascherarci con borse da mille euro che se non ce le possiamo permettere ci sentiamo quasi in colpa? Zemmour: “Le donne si sono emancipate ma sono cadute sotto il dominio della pubblicità. Tutte le loro scelte, fino al loro corpo, sono costrette in norme rigorose. Hanno gettato il corsetto nelle pattumiere della Storia ma, sotto la pressione commerciale della moda, impongono ai loro corpi costrizioni ben peggiori di quell’oggetto d’antiquariato.” E’colpa del femminismo, e va bene, tuttavia la moda ha un senso che va oltre i cliché, le griffe (ci sono ottimi negozi low cost) e le regole-da-seguire. L’autore, in quanto maschio, ignora il potere benefico di farsi una doccia, guardarsi allo specchio senza farsi schifo, mettere un bel vestito e uscire di casa con il passo di chi, comunque vadano le cose, arriverà in tempo. L’autore, in quanto maschio, ignora, forse, che la vera discriminante del Ventunesimo secolo è l’aspetto fisico. Però quel suo invito a tirare fuori il corsetto è bellissimo.

Virginie Despentes, autrice tra l’altro del famoso Scopami (Einaudi), è una che dagli uomini, in passato, ha avuto un sacco di calci in faccia, e non parliamo per metafore. Saltiamo i particolari dei calci, che lei stessa ha già raccontato, e concentriamoci sul suo ritratto ironico, e verissimo, di come dovrebbe essere la donna moderna: “seducente ma non puttana, bene accasata ma non cancellata, che lavora ma senza riuscire troppo per non schiacciare il suo uomo, magra ma non maniaca della dieta, che rimane giovane ma senza farsi sfigurare dai chirurghi estetici, madre realizzata ma non totalmente assorbita da pannolini e compiti per la scuola, buona padrona di casa ma non casalinga tradizionale, colta ma meno di un uomo.” Vorrei averlo scritto io.

Marina Terragni, autrice di La scomparsa delle donne. Maschile, femminile e altre cose del genere (Rizzoli), sembrerebbe d’accordo con Zemmour. Le donne, troppo prese a cercare la cosiddetta parità, hanno rinunciato alla parte femminile. Che l’adozione di modelli maschili non ci porti molto lontano è evidente. Per la Terragni la vera parità si otterrà quando riusciremo a valorizzare le differenze rispetto all’altro sesso, piuttosto che modificarle geneticamente, nel rispetto dell’altro sesso. Un esempio: il lavoro. La meritocrazia professionale è sostituita, lo sappiamo bene, dall’apparenza e non in senso estetico. L’approccio maschile tende a valutare la qualità del lavoro da quanto tempo si passi in ufficio indipendentemente dalla necessità. Detto tra noi, ho sempre considerato un po’ inefficienti, o molto appassionati o vogliosi di ben figurare, quelli che timbrano il cartellino alle otto e ne escono venti ore dopo. Le donne, che hanno sempre qualcosa da fare dopo l’orario di lavoro, vorrebbero portare la loro concretezza anche in ufficio. Terragni: “Riunioni di un’inutilità e di una noia devastante, in cui la liturgia, l’omaggio al capo, contano più dell’operatività effettiva.” Sto facendo la ola.

A tutti gli scettici su questi discorsi femministi-ma-non-troppo risponde la giornalista Caterina Soffici: “Solo chiacchiere tra donne, le solite lamentele? … Se le donne rimandano sempre più in là il momento della maternità e sono costrette poi a ricorrere alle provette, il problema è sociale. Se le famiglie sono alla sfascio, il problema è sociale. Se il welfare nazionale non basta per accudire anziani e bambini, è un problema sociale.” Altra ola.

Ndr: succede che qui (http://grazia.blog.it) si scriva di questione femminile. Succede che qualche settimana fa abbia letto sul Giornale l’intervista a Eric Zemmour e sapevo che ne avrei scritto. Succede che, in contemporanea con il blog di Grazia, abbia letto sul Corriere della Sera un articolo su Virginie Despentes e sul Giornale il commento di Caterina Soffici al libro di Marina Terragni. Questi sono gli ingredienti del post. C’è una frase in rosso. E’ tratta, non testualmente, dal romanzo La cura dei sogni di Paolo Bianchi (Salani).

 

 

 

 

di annarita at 20:22:00 2 Commenti

29/05/2007

Quentin Tarantino vs cinema italiano

Al Festival di Cannes si divertono a sfilare su un tappeto rosso vestiti da sera anche di mattina, vanno alle feste degli stilisti dove si mangia finger food, molto sushi, servito da camerieri depilati e seminudi, vanno alle feste sugli yacht e le donne cercano di opporsi alla regola ‘a bordo senza scarpe’ perché, si sa, i tacchi fanno effetto. Per beneficenza vendono il contatto con le labbra di George Clooney a 350.000 dollari. Lui, quando ha baciato l’acquirente, bellissima, aveva l’aria un po’ infastidita. Sarà timido.
Tra una tartina e l’altra si esprimono sullo stato dell’arte propria e altrui. Quentin Tarantino, un Maestro, ha approfittato di Cannes per confessare che i registi italiani fanno schifo e il cinema italiano è un disastro: “Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali. Parlano solo di adolescenti, di coppie, di genitori in crisi, di vacanze per minorati (Ndr: forse si riferisce a Le chiavi di casa di Gianni Amelio o alla serie Vacanze di Natale, un po’ cafone, no?). Ho amato così tanto il cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta e alcuni film degli Ottanta. Nanni Moretti porta energia ma l’Italia non è più quel che era. Potrei fare liste di registi che mi piacciono provenienti da molti Paesi ma dall’Italia no.” (Fonte: TV Sorrisi e Canzoni)
Il Tg1, infastidito da questo giudizio perentorio e, siamo d’accordo, un po’ semplicistico, ha coinvolto nella polemica il famoso critico Tullio Kezich che consiglia a Tarantino i lavori di Ermanno Olmi e dei fratelli Taviani, dubita delle sue competenze in materia italica, “chissà quali film ha visto”, e sotto sotto vorrebbe invitarlo a farsi i fatti suoi. Maurizio Cabona, sulle pagine del Giornale, da’ la migliore interpretazione: Tarantino critica la serialità cinematografica italiana perché non è uguale alla serialità che piace a lui, una miscela non sempre avvincente di azione e horror in stile B movies degli anni Settanta.
Dicevamo del Tg1. Se avessi cambiato canale dopo l’intervista a Kezich non avrei avuto dubbi: tra l’autorevole critico in tshirt e maglione e il regista americano griffato e pazzoide avrei creduto al primo. Viva il cinema italiano, viva la cultura! Non ho cambiato canale. Il servizio seguente era di stretta attualità: Vincenzo Mollica intervista Leonardo Pieraccioni. Mollica, notoriamente incalzante, gli chiede di parlare del suo nuovo film e Pieraccioni risponde, non contribuendo a dirimere la controversia con Tarantino, anzi. La trama: una bellissima ragazza sposa un fruttivendolo, poi fa un calendario. Una curiosità: la bellissima ragazza proviene da quella incredibile fucina di talenti che è il Grande Fratello. Ecco. Prescindendo dalla orribile tuta firmata che Tarantino aveva sul tappeto rosso. Dalla necessità di promuovere il suo nuovo film in uscita da noi dopo il flop americano, che potrebbe aver agevolato certe dichiarazioni. Dal feticismo, i piedi nel nuovo film godono di molti primi piani e sembra che siano decisivi per l’assegnazione delle parti, le attrici devono fare i provini con Tarantino in infradito. Prescindendo da questi atteggiamenti divistici, e dalla simpatia di Pieraccioni che però a sua volte prescinde dalla qualità cinematografica, devo dire che qualche dubbio sullo stato dell’arte mi è tornato.

di annarita at 21:57:00 Commenta:

27/05/2007

Amos Oz (sul fanatismo)

Scrittore di successo, premiato con l’Ambrogino d’oro dal Comune di Milano e “Uomo dell’anno 2007” secondo l’associazione “Amici del Museo d’Arte di Tel Aviv”, forse influente ‘consigliere’ del primo ministro israeliano Olmert: “Il problema per Ebrei e palestinesi non è la mancanza di terra per tutti ma l’esistenza di troppi  fanatici, in Libano come in Israele. Il dramma del ventunesimo secolo è il fanatismo. Non soltanto in Medio Oriente ma in tutto il mondo. E’ un fenomeno universale. Oltre il fanatismo religioso ce ne sono tantissimi altri, in ogni campo. Ci sono l’estremismo di destra e quello di sinistra. Quello ambientalista. Ce n’è di tutti i generi e colori. Sono i fanatici la grande minaccia mondiale di questo secolo.”

Finalmente qualcuno che parla chiaro.

Fonte: Corriere della Sera.

di annarita at 20:23:00 Commenta:

24/05/2007

Avviso ai naviganti

Dopo questa paginata di materiale aggiornerò tra qualche giorno per una temporanea disintossicazione da Internet.
In archivio c’è di tutto: dalle recensioni d’antan alle confessioni autobio.
Il blog è nelle vostre mani.

di annarita at 21:29:00 Commenta:

24/05/2007

Dubbi / 2 (minipost per lettrici sul sacrificarsi)

Ipotizziamo che siate costrette ad accompagnare uno di loro sul tappeto rosso di Cannes: Matt Damon, George Clooney, Brad Pitt. So che sembra un’ipotesi narrativamente debole, perché gli attori più famosi del mondo dovrebbero avere problemi d’accompagnamento, ma passiamoci sopra. Non siamo qui, ora, per fare letteratura. Chi scegliereste tra questi bei nomi di Hollywood? Io non avrei dubbi, se proprio dovessi sacrificarmi.

Ndr al telegiornale ho visto la passerella per il nuovo film dei bei nomi, ci sto pensando da allora.

 

di annarita at 21:26:00 Commenta:

24/05/2007

Dubbi / 1 (minipost sull'acqua calda)

Il Presidente Montezemolo, all’assemblea di Confindustria, ha notato: “La politica è in crisi.”. Ma dai?
di annarita at 21:21:00 Commenta:

24/05/2007

Sophie Kinsella

Sophie Kinsella, I love shopping per il baby, Mondadori, Euro 18, pp. 354

Per la gioia delle fans di tutto il mondo, il romanzo è primo nella classifica del New York Times e in Italia vende più di Saviano, la goffa ma irresistibile Becky Bloomwood, sposata con l’affascinante manager delle pubbliche relazioni Luke Brandon, è tornata ed è in dolce attesa. Chi ha letto le precedenti puntate della fortunata serie I love shopping sa che una delle tante doti di Becky è il fiuto, fondamentale per tirarla fuori dai pasticci che la attirano quanto le scarpe griffate e dare sfogo alla frizzante scrittura dell’autrice. Siamo dalle parti della chick-lit, è vero, ma di una letteratura per ragazze che svela un certo talento. La trama: Becky, alla prima gravidanza, è personal shopper in un negozio di vestiti che rischia di chiudere, Luke è alle prese con l’affare più importante della sua carriera. Nel tempo libero cercano la casa dei loro sogni, dovrà avere anche la macchina per fare il sushi e una stanza per le scarpe, e collaudano su pista passeggini ultramoderni. La cattiva di turno si chiama Venetia Carter, ostetrica di Becky e, si scoprirà, fiamma di Luke ai tempi dell’università, pronta ad ogni colpo basso, anche a scrivere sms in latino, pur di riconquistare l’uomo che tanti anni prima le spezzò il cuore. Luke sceglierà la moglie incinta o l’ipotetica amante? risolverà i problemi di lavoro grazie all’intuito di Becky che sembra superficiale ma non lo è? troveranno la casa e il passeggino dei sogni? nascerà una femmina o un maschio? I lettori più attenti saprebbero rispondere a quest’ultima domanda anche senza sfogliare il romanzo. Sullo sfondo di una gravidanza glamour e movimentata ambientata nella Londra del business e dei grandi magazzini che lanciano mode troverete gli attori non protagonisti che hanno contribuito al successo della saga. Se Becky ha in dote un gran fiuto, l’autrice ha la capacità di far parlare ogni personaggio con un proprio linguaggio guarnendo la narrazione con dialoghi e spunti come fosse una torta. Suze, migliore amica di Becky, è un’aristocratica inglese con tanto di castello. Madre di tre bimbi, due dei quali gemelli, durante la gravidanza accompagna la protagonista nello shopping per il/la nascituro/nascitura contenendo, per quanto possibile, la deriva ‘shopalcolica’ di Becky di fronte a tutine, biberon e improbabili vestiti griffati per neonati. Jess, sorella o forse no della protagonista (si legga I love shopping con mia sorella), scoprirà, con qualche difficoltà, quanto sia bello innamorarsi. La commessa del negozio dove Becky lavora ha l’abitudine di non svelarle dove compra l’ombretto per non farsi ‘copiare’ e di dormire nei camerini dopo le notti brave. La mamma della partoriente e un’amica della mamma la portano via dal corso di yoga preparto convincendola, casomai ce ne fosse bisogno, che l’atto in sé, mettere al mondo una creatura, non possa essere indolore. Cose così.
Attenzione: siamo dalle parti della chick-lit e non di Umberto Eco. Non racconti su fame nel mondo, guerre, ideologia, utopie. Si parla di tshirt disegnate da uno stilista americano amico di Becky, che avranno molto successo, sentimenti, maternità, amicizia. Il gusto è quello di un gelato quando fa molto caldo. Soddisfazione immediata e alta digeribilità. Non vuol dire che non si debba leggere dei grandi temi (ah, se ne leggiamo!). I libri della Kinsella, meglio se in lingua originale, sono una distrazione. Dimentichiamo, per qualche ora, il conflitto Islam Occidente e laici cattolici, le miserie della politica e le difficoltà del lavoro e adottiamo, per qualche ora, lo sguardo glamour e divertito di Becky, entriamo in un mondo talmente edulcorato, e a tratti ingenuo, da essere moderno e realistico ma non reale.
I lettori della Kinsella, ispiratasi alla sua terza gravidanza per I love shopping per il baby, sanno che il lieto fine è incluso nel prezzo.
Consigliato alle anime romantiche, tutte in attesa… del seguito.

Ndr: per maggiori informazioni sull’autrice: www.sophiekinsella.com.

 

 

di annarita at 20:58:00 Commenta: