16/02/2007
16/02/2007
Grazia / 7 Perché scriviamo
Credo che tutto sia iniziato, come direbbe Freud, nell’infanzia. Avevo a disposizione molti libri, il primo me lo comprò Nonna e si chiamava Lilliput e i lillipuziani, ed ero abbastanza solitaria da riuscire a leggerli. Poi mi appassionai alla scrittura epistolare, le email allora erano pura fantasia. Scrissi lettere alle amiche di altre città e a persone famose. Per dire, invitavo Eros Ramazzotti alle mie feste di compleanno. Molti anni dopo chiesi un consiglio ad Andrea De Carlo che, incredibile ma vero, rispose, con una lettera molto più bella della mia!
A chi mi chiedeva “perché scrivi” rispondevo, in un tono melodrammatico che rinnego: “per non sentirmi sola”. In realtà non c’è attività più isolazionista di questa. Lo scrivente si cala nel mondo ma se ne ritrae quando ha materiale sufficiente per trasformare ciò che ha visto in parole e riempire, nel modo migliore, la pagina. Deve inventarsi mondi che solo lui vede.
A chi me lo chiede ora rispondo: non lo so però mi piace e mi diverte.16/02/2007
Grazia / 6 Da Childless a Childfree: il diritto di non riprodursi?
Esiste un movimento, nato negli Stati Uniti e in Canada e subito importato nei Paesi europei, che rivendica il diritto di non fare figli: i Childfree SCELGONO DI NON PROCREARE e vogliono che si sappia, che si festeggi la Giornata Mondiale dei Senza Figli per riconoscere il loro contributo alla società. “Child free and loving it!” non è la battuta di un film di Borat, anche se potrebbe diventarlo, ma lo slogan stampato sulla tshirt di una non madre consapevole.
Sarebbe una provocazione come tante in assenza dell’altra, e più pericolosa, faccia della sovrappopolazione mondiale, la cosiddetta crescita zero alla quale l’Italia contribuisce con un livello di fecondità mostruosamente basso: 1,33 figli per donna, dati del 2005, contro il 2,1 ritenuto necessario per mantenere l’equilibrio generazionale. Inoltre, da noi si inizia a procreare sempre più tardi e il primo figlio arriva, quando va bene, verso i trent’anni.
Il convegno Childfree: liberi da, liberi per, organizzato nelle scorse settimane dall’Università di Padova, ha cercato di capire se esiste un diritto a non procreare e se tale ‘diritto’ possa costituire una delle cause della crescita zero.
E’ emerso quel che già sappiamo. Sulla scelta di non figliare incidono la paura, la precarietà del lavoro e/o sentimentale, la minore religiosità e l’età: il desiderio di diventare madri e padri diminuirebbe nel tempo. Il rischio di rimandare troppo è quello di passare dai childfree, che volontariamente puntano su uno stile di vita meno impegnativo e concentrato sulla carriera, ai childless, che invece, per motivi diversi, figli non ne possono avere.
Un passaggio inverso rispetto alle teorie negazioniste secondo le quali un numero sempre maggiore di donne rinnegherebbe il cliché materno, profumato di torte fatte in casa, a favore di un nuovo modo di essere, meno tradizionale.
Procreare è una scelta personale, non obbligatoria. Eppure le integraliste, che credono di saperne più di te in quanto mamme, non mi sembrano tanto diverse da quelle che ostentano l’assenza di figli come fosse un vanto.
Sullo sfondo una legislazione complessa per coppie di fatto e fecondazione assistita ma soprattutto, e lo scrivo in un silenzio assordante, per l’ADOZIONE. Perché le Iene, cito una trasmissione a caso, invece di fare le inchiestine sui bagagli smarriti non vanno a vedere, con le telecamere nascoste, a cosa si devono sottoporre coloro che, per soddisfare un desiderio egoistico ma non solo, vorrebbero adottare?16/02/2007
Grazia / 5 L’ultima copia del Corriere della Sera?
Nel mondo dell’informazione si va a ondate. Ricorderete l’allarme aviaria, i cani che sbranano i padroni e le lenzuolate con le trascrizioni di ogni tipo di telefonata, per non parlare delle cicliche inchieste su Napoli, un brand che si vende sempre bene.
La nuova ondata di panico viene dall’America: è in gioco il futuro dell’editoria cartacea a favore della web-press. Il proprietario, presidente ed editore del New York Times, Arthur Sulzberger, ha dichiarato all’edizione online del quotidiano israeliano Haaretz: “Non so se tra cinque anni stamperemo il Nyt. E vuole sapere tutto? Non me ne preoccupo”, facendo intendere che il giornale da edicola potrebbe essere sostituito, e non integrato come avviene anche in Italia, dalla versione web. Se voleva un po’ di pubblicità per il Nyt c’è riuscito, il dibattito è arrivato anche da noi. L’editoria, quella di Gutenberg, è sotto assedio perché le nuove tecnologie hanno reso, per molti ma fortunatamente non per tutti, obsoleto il prodotto di carta. Sono anni che Bill Gates annuncia l’avvento dell’e-book a scapito dei libri ma voi leggete solo online? In spiaggia vi portate Guerra e Pace o il computer, che se ti spalmi la crema, mangi un panino o fai una nuotata poi lo devi buttare? Andate a letto con l’ultimo bestseller o vi spiaccicate sullo schermo per leggere una ventina di migliaia di battute prima di addormentarvi? Potrei continuare per ore su quanto sia scomodo leggere un e-book (in metropolitana all’ora di punta è perfetto, no?).
Se è più difficile che il prodotto libro sia sostituito da un file, diverso è il discorso per i giornali che rischiano di diventare, se non lo sono già, una specie in via di estinzione. E’ diffusa la convinzione che le vendite diminuiscano perché la gente non ha tempo di leggere, distratta dalle notizie che nel World Wide Web viaggiano troppo veloci per l’inchiostro. Sciocchezze. La soluzione alla presunta crisi del settore è fare buon giornalismo, alzare il c...o e andare in giro a cercare storie da raccontare, possibilmente senza lo scoop da telecamera nascosta (chi l’avrebbe detto che gli ospedali italiani sono in quelle condizioni e che produttori e registi ci provano con le aspiranti qualcosa, eh?). Si arriverà, come in America, ad unificare le redazioni: scrivere su carta o su web, in fondo, è lo stesso mestiere.16/02/2007
Grazia / 4 Dress to impress: sotto il vestito niente?
La carriera per molti è
Devono aver pensato questo alla Scuola di Direzione Aziendale Bocconi dove, nell’ambito del Career Development Service (CDS), è stato organizzato il workshop Dress to impress: vestirsi con successo. Cinzia Felicetti, giornalista e scrittrice glamour (l’ho intravista ad una cena), ha svelato ai bocconiani come fare buona impressione al potenziale datore di lavoro che, dicono gli esperti, è in grado di valutare i candidati in sette (SETTE) secondi, praticamente un genio.
“E’ come il packaging di un prodotto”, insegna
Ricapitolando, al colloquio bisogna mostrarsi, anche mentendo: preparati, flessibili (la sede è a Toronto? perfetto, stavo proprio pensando di trasferirmi lì), omertosi sulla vita privata (sposarmi, fare figli? ma che dice, io voglio lavorare, diventare una brava professionista), assertivi ma non troppo, accondiscendenti q.b. e vestiti in un certo modo.
Per non restare indietro rispetto ai competitors riportiamo le regole per superare la selezione. Ai contenuti pensateci voi.
1) Curate l’igiene personale: pelle, denti, unghie e capelli devono essere a posto;
2) Scegliete abiti di taglio classico possibilmente su misura (per gli uomini);
3) Una camicia bianca fa sempre la sua bella figura;
4) La cravatta abbinata bene slancia (il rischio è che il selezionatore sia un nano e detesti quelli slanciati…);
5) Investite negli accessori;
6) Non incurvate le spalle (ah no?);
7) Le perle stanno bene a tutte;
8) Preferite i colori scuri: nero, blu navy o grigio.
Quando andavo in giro a cercar lavoro, un’era fa, avevo il tailleur del colloquio che indossavo esclusivamente in quelle occasioni ed effettivamente corrispondeva a queste regole. Ora l’ho sostituito con il tailleur delle riunioni. Allo stile donna manager, quale tra l’altro non sono, preferisco l’easy chic e se la sveglia suona troppo presto punto direttamente sull’easy. Scollature, minigonne e tacchi a stiletto solo fuori ufficio, per le occasioni speciali…