04/02/2007

Le rose del deserto

Le rose del deserto con Giorgio Pasotti, Alessandro Haber e Michele Placido, regia di Mario Monicelli (Italia, 2006)

La guerra narrata da chi l’ha combattuta, senza rinunciare al consueto punto di vista farsesco e dolce-amaro: questo linguaggio e questo tono non drammatico non nascono con Le rose del deserto. Da sempre, quando ho potuto e quando ci sono riuscito, ho amato la commedia venata d’amarezza e tragicità. E’ la commedia all’italiana, non l’ho inventata io. Monicelli torna nelle sale con le avventure di una sezione sanitaria dell’esercito italiano che nell’estate del 1940 si accampa a Sorman, sperduta oasi nel deserto libico. All’inizio l’atmosfera è rilassata, sono tutti convinti che vinceranno e saranno a casa per Natale. Il maggiore comandante (un irresistibile Alessandro Haber) passa il tempo chino a scrivere lettere d’amore alla moglie lontana, nella penombra dell’illuminazione da campo. Ufficialmente sta stilando relazioni sull’andamento dei combattimenti. Con il bene che ti voglio è il modo esilarante, imitato dai commilitoni, di rivolgersi a chiunque osi disturbarlo: con il bene che ti voglio, non vedi che sto preparando la relazione? Il leader del gruppo sembra essere il giovane medico (Giorgio Pasotti) arruolatosi per viaggiare, vedere il mondo. Un frate italiano che vive sul posto (Michele Placido) convince il nostro esercito ad aiutare la popolazione locale. Il medico, con carezze troppo intime alla donna del ‘capo oasi’, creerà un caso diplomatico. Niente in confronto al procedere degli scontri e alle pene del maggiore comandante (che non sveliamo). Nonostante la retorica vittoriosa dei bollettini dal fronte la battaglia non sta per finire, a Sorman arrivano i soldati feriti e in fuga e anche i tedeschi, teoricamente alleati degli italiani. Da lì in poi la farsa passa sullo sfondo e la durezza di ogni guerra occupa la scena.

 

Tratto dal libro di Mario Tobino Il deserto della Libia (Mondadori) e in parte da Guerra in Albania (Sellerio) di Giancarlo Fusco il film ha poesia, classe, acceca con i colori acidi scelti dal regista per rendere il deserto un luogo squallido, niente dune, tanta sabbia e palme rinsecchite, lontano anni luce dall’immagine finto turistica che conosciamo. Da segnalare la ricercatezza del linguaggio dialettale dei coprotagonisti, attori alla prima esperienza bravissimi a riprodurre un’Italia che, prima della tv e di internet, parlava come mangiava.

 

A Roma abitavo a cento metri da Monicelli, tante volte sono andata sotto la sua casa decisa a citofonarlo, conoscerlo, bere un caffè con lui se avesse acconsentito, intervistarlo, chiedergli di scriverne la biografia. Non l’ho mai fatto. Ogni tanto lo incontravo, e gli sorridevo.

 

di annarita at 07:00:00 3 Commenti