28/12/2006

Come ho passato il Natale (parentesi autobio)

Premessa: questo post è stato scritto il 26 dicembre, prima di pranzo. Dada fa i capricci, lo state leggendo in differita. Aggiornamento n. 1: il calciatore del quale leggerete era anche sul volo di ritorno. Abbiamo parlato un po’ ed è simpatico, la seconda impressione è migliore della prima (non fatevi influenzare dal testo sottostante che però ho pubblicato senza modifiche). Questo calciatore sta passando un periodo difficile e gli facciamo tanti in bocca al lupo. Aggiornamento n. 2: il pacco con il limoncello è stato rifiutato all’imbarco bagagli. Sono stata tentata di modificare anche la parte del testo dove parlo bene dell’Alitalia!

 

Buona lettura.

 

Tornare nel luogo natio è qualcosa di imprescindibile: devo farlo, ogni tanto, senza esagerare. Questo Natale poi ha un significato particolare perché un anno fa circa successe una cosa brutta che riguarda tutta la mia famiglia (della quale preferirei non parlare, non in questa sede) e il messaggio che ne abbiamo tratto, al quale siamo arrivati ognuno con un proprio percorso, è cercare di rimanere uniti, esserlo come sempre e se possibile ancora di più.

 

Ecco, premesso quanto ci tenessi ad essere qui, da dove scrivo, nella camera di quando ero un’adolescente abbastanza triste e inquieta, nella città dove mi sentivo parzialmente rifiutata e dalla quale ho cercato, finalmente con successo, di scappare, il tono della parentesi autobio sarà ispirato al CAZZEGGIO TOTALE. Potete continuare a leggere, per i grandi temi ci saranno altre occasioni.

 

Ho passato il Natale ringraziando un impiegato Alitalia, altro che azienda fallimentare, che mi ha fatto fare il check-in veloce anche se avevo dimenticato la tessera millemiglia in uno dei domicili. Ho passato quel volo ad ascoltare una conversazione che sembrava caricaturale, invece era autentica, tra un calciatore di una squadra milanese (ignoro chi sia) e la sua ‘velina’. Lei bellissima, vestita con le griffe che spuntavano anche dalle mutande, si rifaceva il trucco incurante di aver bloccato l’aereo intero essendo seduto, uno dei due, al posto di qualcun altro. Lui, alto e ugualmente griffato, ha detto alcune frasi memorabili. Segue un sunto. ‘Non devi vestirti così, gli altri ti guardano.’ ‘Tutte si vestono così perché io non posso?’. ‘Sono geloso, ti guardano.’ In effetti la signorina in questione è veramente gnocchissima. Rivolto a me: ‘Scusi posso dare un’occhiata al giornale, devo leggere un articolo?’. Ha davvero letto un solo articolo, dalla pagina di sport. Io viaggiavo sola ma non del tutto. Avevo con me un bellissimo piumino lungo (GRAZIE!), una quantità discreta di raffreddore, bagagli e libri, in particolare quello di Joshua Ferris. Avete idea di quanto questo libro, un ESORDIO, sia scritto bene? Avete idea, per chi scrive, cosa significhi trovare uno nato nel ’75 che ha già capito un sacco di cose sul Romanzo oppure è talmente bravo da farci credere di saper scrivere romanzi? E’ una bella sensazione, leggi e percepisci la fatica di quelle pagine, la ricerca delle parole, la ribellione dei personaggi, che a un certo punto si sono imposti sull’autore. Leggi e sai che Mr Ferris avrà passato ore ed ore ed ore ad osservare i colleghi, lavorava in un’agenzia pubblicitaria che immaginiamo molto simile a quella dove è ambientato il libro, ma anche le persone in metro e lui stesso mentre cercava di non essere licenziato quando la bolla della cosiddetta neweconomy.com si sgonfiò. “E poi siamo arrivati alla fine” (Neri Pozza) parla anche di persone che vengono sbattute fuori dall’ufficio: ‘fare il volo alla spagnola’ dicono i personaggi. E di amore, morte, amicizia, lavoro. I grandi temi che ho rimandato ad altre occasioni li trovate tutti nel libro di Ferris.

 

In un’intervista l’autore fa risalire la passione per la scrittura ai tredici anni: lesse “Lolita” e passò i dieci anni successivi a studiare vocabolario e libri, a studiare da scrittore.

 

Mr Ferris, We have to meet.

 

Il volo di ritorno lo farò con Dave (Eggers), un altro genietto della letteratura americana, con una quantità discreta di bagagli, molti libri e il pacco nel quale mio padre ha imballato, con una perizia unica, un dono delicato.

 

Ho passato il cenone della vigilia a godermi un clima rilassato e divertente e a rifuggire le consuete calorie che spuntavano da tutte le parti. Il raffreddore era di quelli che avresti voglia solo di latte caldo e miele (ora sto meglio, grazie). C’erano anche cugini che non vedevo da quei giorni di un anno fa circa, abitiamo in luoghi diversi ma manteniamo un buon contatto virtuale.

 

Vederli mi ha fatto piacere, avevamo tante cose da dirci e, come spesso in questi casi, si finisce per chiacchierare di tutto e niente in particolare. Ho trovato riprovevole il tentativo di svelarmi, nonostante mi fossi messa le dita nelle orecchie, la seconda serie di “Lost” con la scusa che ‘sono cose della prima serie.’ Non è colpa mia se cugina e marito hanno iniziato a vedere “Lost” da metà della seconda serie e vorrebbero sapere da me cosa è successo prima. Li ho mandati da J.J. Abrams. Ancora più riprovevole, nella partita di taboo uomini contro donne, la palese violazione delle regole che ha determinato la vittoria degli uomini. Propongo di ricontare le schede (quali schede non lo so ma mi sembra un’ottima frase, a questo punto della narrazione).

 

La consueta processione per la nascita del bambinello, causa partita di taboo, è stata svolta alle 00:42 con evidente fretta e un notevole peggioramento nella qualità canore dei partecipanti che sono riusciti a stonare canti di Natale ormai consolidati nel nostro dna. Vergogna!

 

Un certo ritardo si è registrato anche per il pranzo di Natale, e me ne assumo la responsabilità. Appena riuscita a connettermi ad internet sono caduta nello stato catatonico da addicted. Mi hanno portato a tavola che digitavo password nell’aria.

 

Come forma di evasione ho fatto qualche commento al blog di Grazia, ho controllato se sono usciti gli articoli inviati nei giorni scorsi (non sono usciti…) ho inviato sms di auguri a gente che non sentivo da anni, credo mi abbiano preso per pazza, ho telefonato a molte persone. Ero in quel mood di armonia con il mondo. Fuggevole stato d’animo che è già stato in parte superato dalla voglia di andare, di concludere i pranzi delle feste (tra poco ce n’è un altro), di tornare a ‘casa’.

 

Colonna sonora: the best of Wham!, il più bel cd che mi abbiano regalato.

 

N.d.A.: Baricco ha pubblicato la versione cartacea dei “Barbari” con una nota introduttiva che dice più o meno ‘questi sono articoli scritti per Repubblica, li ho raccolti qui senza modificarli, anche se ho trovato qualche imperfezione, perché volevo che restassero così come sono.’ Ecco, estendo queste parole alla parentesi autobio, la chiudo e vado a tavola.
di annarita at 07:00:00 2 Commenti

22/12/2006

Libri per le vacanze

Libri letti, in lettura e da leggere con leggerezza: 

AA.VV., Periferie. Viaggio ai margini delle città, AA.VV., Laterza, Euro 9, pp. 117 (illustrato): letto

AA.VV., I nuovi sentimenti, AA.VV, Marsilio, Euro 5,90, pp. 160 (a cura di Romolo Bulgaro e Marco Franzoso): in lettura 

Joshua Ferris, E poi siamo arrivati alla fine, Neri Pozza, Euro 17, pp. 398: in lettura 

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Mondadori d’annata: da leggere 

Dave Eggers, L' opera struggente di un formidabile genio, Mondadori, Euro 8,40, pp. 369 e Conoscerete la nostra velocità, Mondadori, Euro 8,40, pp. 399: da leggere (forse ho esagerato con Eggers, ho appena letto una sua raccolta di racconti e ho deciso di lanciarmi nel suo fighettissimo e intellettualoide mondo) 

Lauren Weisberger, Al diavolo piace dolce, Piemme, Euro 5,90, pp. 459: da leggere, e poi non dite che non sono molto COLTA 

Richard Powers, Il tempo di una canzone, Mondadori, Euro 23, pp. 835 (OTTOCENTOTRENTACINQUE pagine, e poi non dite che non sono molto colta): da leggere, dicono sia bellissimo 

Ian McEwan, Espiazione, Einaudi, Euro 12, pp. 388: da leggere, dicono sia bellissimo 

Fiorella Franchini e Mario Pagano, I fuochi di Atrani, Kairòs, Euro 10: scritto e pubblicato da amici, assolutamente DA LEGGERE 

Tommaso Labranca, Il piccolo isolazionista. Prolegomeni ad una metafisica della periferia, Castelvecchi, Euro 13, pp. 249: ho conosciuto l’autore e mi è piaciuto molto, da leggere, nonostante il sottotitolo!

Louis Calaferte, Settentrione, Neri Pozza, Euro 18, pp. 365: un classico, da leggere, dicono sia bellissimo

Claire DeLannoy, Lettera a un giovane scrittore, Ponte alle Grazie, Euro 11, pp. 74 (densissime!): da leggere.

Libri che leggerei se li avessi, elenco del tutto incompleto:
 

Roberto Saviano, Gomorra. Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Euro 12,40, pp. 331: da leggere, nonostante il sottotitolo pretenzioso. So già che da concittadina di Saviano non sarò d’accordo su molte cose ma non si può ignorare il suo libro (o si può?). 

Marisha Pessl, Teoria e pratica di ogni cosa, Bompiani, Euro 21, pp. 693: da leggere, adoro gli americani, soprattutto se esordienti, mi è venuta una specie di ossessione per loro. Le prime pagine, lette al volo in libreria, sembrano un po’ pesanti ma diamole una chance di farci vedere quanto è brava.

Tanti auguri.

di annarita at 07:00:00 Commenta:

18/12/2006

Marsilio X: iLit ovvero letteratura per iPod

Marsilio X si conferma la collana di narrativa giovane e sperimentale dell’omonima casa editrice.

I  primi titoli pubblicati puntano a scoprire e valorizzare talenti “nuovi” non nel senso di “necessariamente giovani” ma nel senso di autori che possano ampliare i confini del panorama letterario italiano senza limiti d’età, c’è spazio per esordienti quarantenni, di contenuto o di genere.

Il catalogo è variegato e innovativo: Marco Bacci, Supervita, fantafiction con partigiani, macchine per viaggi spazio temporali e mondi paralleli tra Philip K. Dick, Fenoglio e molto cinema (l’autore è critico cinematografico); Nino G. D’Attis, Montezuma airbag your pardon, la storia di un uomo che “cade a pezzi” ambientata metaforicamente in un centro commerciale per rendere meglio l’alienazione moderna e fotografare una realtà dove tutto, anche il sesso, ha un prezzo; Gero Giglio, Bungee jumping, due adolescenti difficili, alle prese con la solitudine e le violenze degli adulti, sembrerebbero trovare nel loro amore, nella musica rap, nei salti in strada (parkour) e nei salti nel vuoto la salvezza ma il finale è aspro; Livio Romano, Niente da ridere (in uscita a gennaio 2007), le avventure di un trentacinquenne in un Sud non stereotipato che per godere di “un attimo di felicità” rischia di mettere a repentaglio moglie, figli, casa con mutuo e amante in quella che a lui sembra una vita troppo ordinaria.

Se volete scoprire la voce di questi autori ancor prima che su carta potete ascoltarli con l’oggetto del desiderio di questi anni: l’iPod. Per coinvolgere i lettori più giovani, e non solo loro, che leggono poco ma fruiscono molto di Internet, la compagnia teatrale Teatro Minimo ha realizzato, nell’ambito della cosiddetta iLit, “audioracconti” tratti dai romanzi pubblicati da Marsilio X e disponibili gratuitamente online in versione mp3 agli indirizzi: 

 

http://www.treemo.com/users/marsilionews/sets/2806 

 

http://www.radiopodcast.it/user/podcast/iLit.xml (per il podcast di iLit). 

 

Questi i primi titoli: Il volo di Sole di Gero Giglio (da Bungee jumping), La Nanda di Nino G. D'Attis (da Montezuma airbag your pardon), Fanteria mentale di Marco Bacci (da Supervita). 

 

L’editore Jacopo De Michelis dichiara che iLit non vuole essere alternativa rispetto alla lettura su carta ma propedeutica ad essa. Nessun pericolo per il feticcio libro, che tanto amiamo, ma la possibilità di capire se ci piace la voce di chi scrive dal computer di casa.

di annarita at 07:00:00 3 Commenti

12/12/2006

Di cosa parliamo quando parliamo di letteratura: libri da regalare a Natale (anche a se stessi) VOLUME 1 Romanzi – Bianchi Bianciardi Ferris Kinsella McEwan

Regalare un libro, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, è difficilissimo, occorre conoscere bene la persona che lo riceverà. Tuttavia alcuni libri, anche se non dovessero corrispondere al gusto del destinatario, saranno comunque graditi e, forse, faranno scoprire autori “nuovi” nel senso di “non ancora letti”.

 

Quella che segue è la prima parte di un elenco, ovviamente incompleto, in ordine alfabetico e senza distinzione tra classici e romanzi che forse lo diventeranno, di libri che sarebbe bello possedere. Usatelo per i regali di Natale o per voi stessi, quando avete voglia di chiudere il cellulare, mangiare velocemente e mettervi a letto, a leggere. In compagnia viene ancora meglio.

 

 

Romanzi

 

 

Paolo Bianchi, La cura dei sogni, (Salani), pp. 236, Euro 12,50

Un triangolo sentimentale, Andrea Eugenia e Simone, in un godibile affresco sui trentenni di oggi che traggono forza, e al contempo debolezza, dall’inseguire sogni talvolta illusori. Sullo sfondo troviamo una Milano riconoscibilissima nei suoi aspetti artistici, Brera, e glamour, il mondo degli aperitivi e della vita notturna, con incursioni nella Provincia, a Cuba e in Liguria.

Andrea fa il marchettaro ovvero va con le donne a pagamento. Se all’inizio era un modo per fuggire dal Sud e trovare fortuna a Milano sfruttando il suo bell’aspetto e il saperci fare, con il tempo è prevalsa la routine come per ogni altro lavoro: farà marchette finché non avrà abbastanza soldi per realizzare un sogno (che non sveliamo). Ci riuscirà? Eugenia è diversissima dalle clienti di Andrea: fa la restauratrice a Brera, è giovane, di buona famiglia e di una bellezza che tramortisce gli uomini con una pericolosa, e femminile, tendenza all’autolesionismo. In lei Andrea troverà molti soldi, nonostante provi affetto per questa donna così delicata, lei cadrà nella trappola ma insieme, dopo una crisi che la porterà a fare una “sciocchezza”, scopriranno nuovi e più adulti sogni con i quali nutrirsi. Simone è innamorato di Eugenia, lei è il suo sogno, lavorano insieme al restauro di una famosa opera d’arte, l’ama dal primo istante che l’ha vista e da allora non c’è istante che lui non provi, goffamente, a conquistarla. E’ timido, impacciato, meno bello e modaiolo di Andrea. Non diciamo se ce la farà con Eugenia ma possiamo anticipare che per sperimentare qualcosa di simile all’amore dovrà volare a Cuba. Desirè, collega di Eugenia e Simone, ogni tanto nel libro dice la sua. Tenetela d’occhio.

Si tratta di un bel romanzo di formazione sul curarsi da sogni illusori e prendersi cura di se stessi con i sogni (da qui il duplice significato del titolo). La scrittura rivela ottime letture e grande maestria, l’autore è anche giornalista e traduttore, e la trama è molto adatta ad essere sceneggiata: sarebbe bello vedere questi trentenni al cinema.

 

 

 

Luciano Bianciardi, La vita agra, Bompiani, pp. 200, Euro 8

 

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un'ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando? E' vero, e di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano (da La vita agra).

 

Bianciardi si laurea in Filosofia alla Normale di Pisa e dopo un periodo di insegnamento diventa direttore della biblioteca comunale di Grosseto dove inventa il Blibiobus, un autobus carico di libri che gira tra la popolazione. Inizia a interessarsi della vita dei minatori nel grossetano, dei quali si occuperà in molti suoi scritti. Negli anni cinquanta, in pieno boom economico, si trasferisce a Milano per lavorare nella nascente casa editrice Feltrinelli dalla quale sarà licenziato per “scarso rendimento”. La vita agra (1962) è un ritratto per niente tenero, autentico come ogni autobiografia e scritto benissimo del mondo culturale dell’epoca: è la storia di un provinciale che trasferitosi a Milano per vendicare la morte di alcuni minatori si fa conquistare dalla stessa società che voleva distruggere. Il romanzo, contrariamente alle previsioni, ha molto successo e Bianciardi, che nella finzione narrativa sognava di far saltare con una bomba il “grattacielo di ferro e vetro” ovvero il “pirellone”, si trova conteso dai salotti letterari che rifuggiva e criticava. Troverà nelle traduzioni la dimensione ideale e rifiuterà una collaborazione al Corriere, non senza travagli interiori. Si tratta di un libro difficile che però va letto. Ultimamente l’autore è stato riscoperto, grazie anche alla determinazione dei figli, era un peccato fosse stato dimenticato.

 

 

 

Joshua Ferris, E poi siamo arrivati alla fine, Neri Pozza, pp. 398, Euro 17

 

Si può amare e odiare uno sconosciuto del quale si ignorano perfino i tratti somatici, e non parliamo di roba da chat? Sì, se lo sconosciuto in questione si permette di esordire, in America tradotto in Italia, con un romanzo sul mondo del lavoro a prova di sbavatura che rivela, ma solo il tempo lo confermerà, un certo talento. Siamo in una grande agenzia pubblicitaria di Chicago, le giornate scorrono tra riunioni, email e maniacali routine. Ad una prima riunione con Lynn, la capa, segue la “doppia riunione” ovvero un meeting con Joe Pope per definire i dettagli delle campagne pubblicitarie. La mattina inizia meglio se qualcuno compra per tutti i bagel da spalmare con il formaggio mentre ci si aggiorna sui pettegolezzi da ufficio: chi scopa con chi, chi verrà licenziato, chi verrà promosso, ristoranti dove andare a cena, cose così. Il narratore, un “noi” non meglio specificato, interagisce con una miriade di personaggi: Lynn, ha un tumore al seno ed è molto meno dura di quanto il ruolo di capa le imponga; Joe, prende una promozione dopo l’altra e diventa oggetto di invidia e scherzetti come quando gli nascondono un pezzo di sushi, che poi è marcito, nella libreria; Tom, impazzisce dopo aver divorziato e fa cose molto strane; Benny, sempre al corrente dell’ultimo pettegolezzo; il mastino Karen e molti altri. Tutti sanno tutto e la vita d’ufficio diventa un’efficace metafora della vita stessa. La competizione e la solidarietà, l’affetto e il tradimento, chi abbandona (i licenziati del periodo di stagnazione economica seguito alla sgonfiamento della cosiddetta new economy) e chi conserva la scrivania, la follia. Il tempo passa chiusi nei cubicoli chiamati uffici e si osserva il cambiare delle stagioni attraverso i vetri spessi di un grattacielo con la sensazione, frequente, che là fuori ci siano altri “mondi”.

 

 

 

Sophie Kinsella, I love shopping, Mondadori, pp. 295, Euro 8,40

 

Ricordate la scena di Pretty Woman con Richard Gere che porta Julia Roberts a fare shopping in un negozio di Rodeo Drive? Alla domanda del commesso se voglia spendere una cifra disinvolta o spudorata Richard risponde “spudorata”. Ecco, la bella e simpatica Becky Bloomwood, protagonista della vendutissima serie shopaholic, fa un uso spudorato della carta di credito. Chiedetele di comprare un litro di latte e tornerà con un nuovo paio di scarpe dal tacco altissimo. Non chiedetele di mostravi l’estratto della  carta di credito e del conto corrente (un suggerimento: cercate sotto il letto, forse sono nascosti lì). Becky è malata di shopping, non riesce a controllarsi. Niente di male se avesse molti soldi e se non facesse la giornalista finanziaria. In questo primo libro la protagonista passa il tempo a spendere soldi che non ha e brucia il successo raggiunto dando consigli finanziari in tv quando si scopre che è quasi in bancarotta. Conosce ad una conferenza stampa il fascinoso Luke Brandon, che diventerà nei romanzi successivi suo marito e secondo indiscrezioni le darà un figlio nel libro che uscirà nel 2007, e invece di intervistarlo gli chiede un prestito per comprare una sciarpa di cachemire. La indosserà alla loro prima cena, se non ricordiamo male, e perdonateci l’entusiasmo per la piega romantica che prenderà la storia. I libri della Kinsella, che piaccia o no a chi ha la puzza sotto il naso, sono buona letteratura e vedrete che una volta scoperti li leggerete tutti.

 

 

Ian McEwan, Espiazione, Einaudi, pp. 381, Euro 18

Briony ha tredici anni, ama scrivere e ha molta (troppa visti gli sviluppi narrativi) fantasia. Siamo in Inghilterra e in Francia tra il 1935 e il 1940, la seconda guerra mondiale è vicina, fino all’epilogo nella Londra del 1999. La ragazzina passerà la vita cercando di realizzare un unico obiettivo: espiare una colpa. Ha assistito ad una violenza e crede di aver riconosciuto il responsabile facendo condannare un innocente, rovinandolo e rovinandosi. Troverà una quasi espiazione nella guerra, farà l’infermiera in un ospedale londinese senza però abbandonare le aspirazioni letterarie, e soprattutto nella carriera artistica, diventerà una scrittrice, ma non si libererà del peso dell'ingiustizia inferta a quell’innocente, alla propria sorella e a se stessa. Si tratta di un romanzo storico molto dettagliato, McEwan è noto per la precisione con la quale si documenta, ma anche di un libro sui rischi dell’essere un artista, che tende ad avere una visione delle cose distante dal reale, e nel contempo sul potere che ha l’arte, la scrittura in particolare, di salvarci.

Le polemiche non risparmiano i libri notevoli e McEwan è stato accusato di aver copiato le vicende di Briony dall’autobiografia No time for romance di Lucilla Andrews, nota scrittrice di romanzi rosa con un passato da crocerossina. L’autore ha risposto a questa accusa ricordando che ha sempre ammesso, anche in numerosi incontri pubblici, di aver utilizzato come fonte la Andrews: sua madre leggeva i romanzi dell’autrice e la sua autobiografia è stata utilizzata in Espiazione per ricostruire lo scenario degli anni di guerra. “Ispirazione sì, copiare no”, ha scritto McEwan sulla prima pagina del Guardian ricordando che per questo romanzo storico ha consultato molti testi ma soprattutto ha attinto, e reso omaggio, ai ricordi di suo padre, sopravvissuto al secondo conflitto mondiale ma ossessionato da esso al punto che non smetteva mai di parlarne. “Dimmi se te l’ho già raccontato”, diceva al figlio, il quale, forse mentendo, rispondeva “no, continua a raccontare”.

di annarita at 07:00:00 4 Commenti

03/12/2006

Sul Mucchio di dicembre avrebbe dovuto esserci anche questo

Giorgio Faletti, Fuori da un evidente destino, Baldini Castaldi Dalai, Euro 18,90, pp. 495



Il pilota di elicotteri Jim Mackenzie torna dopo molti anni in Arizona per il funerale del nonno, capo spirituale della riserva Navajo dove è cresciuto e da dove ha sempre cercato di fuggire sospeso tra la cultura indiana e le mille luci di New York, che poi hanno prevalso. Un passato non sopito costringerà il protagonista a misurarsi con omicidi misteriosi, presenze soprannaturali e molto sangue. Per smorzare la tensione narrativa l’Autore nelle prime pagine ci tranquillizza su Jim: ha la pelle olivastra e i capelli neri lunghi (strano per uno di origine indiana), ha un occhio verde e uno nero con effetti notevoli sulle donne e alla nascita è stato soprannominato dal nonno Tre uomini: in te c’è un uomo buono, un uomo forte, un uomo coraggioso. I lettori non temano: potrebbe sembrare che Jim in gioventù abbia fatto qualche sciocchezza e abbia un po’ di scheletri nell’armadio ma resta un eroe che, senza svelare troppo, forse salverà il suo popolo. Il più grande scrittore italiano punta su un libro controverso che è piaciuto molto ad alcuni critici, proni al cospetto delle copie vendute, e meno ai fans (vedasi i commenti sul sito www.ibs.it).

di annarita at 07:00:00 2 Commenti

03/12/2006

Ammaniti sul Mucchio di dicembre

Niccolò Ammaniti, Come Dio comanda, Euro 19, pp. 495

L’eroe quasi positivo del nuovo romanzo di Ammaniti è Cristiano Zena: tredici anni, alto con i piedi lunghi e i capelli scomposti, un ragazzino come tanti, a parte l’estrema povertà, che forse si salverà e salverà la persona che ama. Il finale è apertissimo (o irrisolto?).


Nelle prime pagine, scaricabili dal sito dell’Autore, Rino sveglia il figlio Cristiano e lo costringe, mentre fuori nevica, a scendere in strada per sparare ad un cane troppo rumoroso. L’ambientazione è apocalittica. Una pianura di villette e fabbrichette dominata da carenza di amore, lavoro e cultura. I desideri sono legati alla roba di verghiana memoria e se non hai soldi puoi solo sfogarti distruggendo la moto di quello che piace alle ragazzine o farti di droga e alcol. Ovviamente il cane, colpevole di trovarsi nel mobilificio dove lavorava Rino poi licenziato, fa una brutta fine e il tredicenne la mattina dopo andando a scuola passerà davanti al suo corpo congelato senza provare rimorso. Danilo, ubriacone abbandonato dalla moglie dopo la morte della loro unica figlia, Quattro Formaggi, clinicamente malato di mente, e Rino, convinto che la violenza sia la soluzione a tutto, si occupano a loro modo di Cristiano e, alla fame, progettano lo sconclusionato scassinamento di un bancomat. La notte del colpo sotto la tempesta del secolo uno dei protagonisti, non sveliamo chi, incontrerà nel bosco qualcuno (ricordate Cappuccetto Rosso?) e non essendo questo libro una favola potete immaginare chi avrà la meglio. Sullo sfondo una quantità di personaggi che ricorda le atmosfere di Ti prendo e ti porto via. Tutti vorrebbero l’aiuto di Dio, tirato in ballo fin dal titolo, ma tutti sembrano non sapere di cosa parlano quando parlano di religione.


I miti di Rino sono Al Pacino e Robert De Niro: riescono a raccontare la vita di merda della gente comune come nessun altro. E’ una dichiarazione poetica: Ammaniti, più che nei precedenti libri, scende negli inferi dell’umanità con una trama coerente e un linguaggio volgare per esigenze di scena e insano gusto pulp.

 

di annarita at 07:00:00 Commenta: