27/10/2006
Il femminismo visto da Del Papa
Le femmine non capiscono che le peggiori nemiche delle donne sono proprio le donne, scrive il giornalista Massimo Del Papa.
Ho trovato questo articolo sul sito del mensile “Il Mucchio” www.ilmucchio.it e lo riproduco con il consenso dell’autore, che ringrazio.
Femminismo vuol dire piazze infuocate, gonnellone a balze, che ogni tanto tornano di moda, e un certo cliché di donne arrabbiate - non depilate – pro aborto - schierate a sinistra. Tuttavia ignoro cosa sia veramente per motivi anagrafici (quanto mi piace far intendere, forzando la mano, di essere troppo GIOVANE) e per scarso interesse dell’argomento. Tra l’altro, adoro farmi depilare e sono una convinta non fanatica antiabortista.
Il senso del femminismo però, concordo con Del Papa, va cercato lì: le femmine non capiscono che le peggiori nemiche delle donne sono proprio le donne? (ho aggiunto il dubbio). Una risposta potrebbe essere: le femmine si conoscono talmente bene da tenersi lontane le une dalle altre.
Buona lettura.
Lo “zio Putin”, come lo chiama Silvio, elogia lo stupro di regime ma nessuno gli dice niente altrimenti ci taglia il gas. L’ex premier spagnolo Aznar si permette le mani addosso a una cronista la quale, per eccesso di civiltà, si risparmia l’unica risposta possibile, un calcio nei coglioni. Non è un bel segnale questo maschilismo arrogante, di potere, che ricorda il fascismo, perchè torna ad imporre una prepotenza brutale su un essere considerato inferiore. Non è buon segnale perchè la società pare avere smarrito anticorpi adeguati, sembra rintronata nella sua omogeneizzazione consumistica e pubblicitaria; sembra rassegnata a vedere consumato, mercificato ogni suo segmento non importa quanto debole e bisognoso di tutela. C’era da aspettarsi uno sciopero rosa globale, di tutta l'informazione femminile dopo gli atti irridenti e fascisti dei due potenti. Invece, le stesse donne se la sono cavate con qualche balbettio di indignazione insignificante e scontata; dopodichè, il silenzio più assordante è stato il loro. Evidentemente il femminismo si è perso qualcosa per strada: si è imborghesito fino a negare se stesso. Il femminismo culturale, per limitarci a casa nostra, ma sapendo che in tutto l'occidente è simile, non può rispecchiarsi nel divismo straccione di Palombelli e Bignardi che si rinfacciano le rispettive raccomandazioni. E quando, in un deprimente spirito di cosca, le femmine difendono la Gregoraci di turno perchè si è fatta larga quale puttana di regime, non capiscono che le peggiori nemiche delle donne sono proprio le donne.
No, non è affatto un bel segnale quello dei potenti del mondo che si permettono violenze, verbali o simboliche, contro un universo femminile che si riscopre incapace di difendersi.
Massimo Del Papa
27/10/2006
Frescura
Loredana Frescura, Elogio alla bruttezza (Fanucci), pp. 176, Euro 11
Marcella e Giorgia, quattordicenni, sono brutte ma non brutte stratotali (capirete cosa vuol dire). Marcella ha i brufoli e non si percepisce carina, Giorgia è soprannominata “Enterprise” perché ha un apparecchio per i denti alquanto vistoso.
Cosa vuol dire essere adolescenti non belle? Ce lo spiegano, grazie all’abilità di Loredana Frescura, queste ragazzine che rifiutano, attraverso la scrittura, i canoni estetici omologati sul modello velina. Tutto inizia a scuola: l’insegnante chiede loro un “saggio” su un argomento a piacere e Marcella convince Giorgia ad elogiare la bruttezza. Della serie (non testualmente e indirizzato ai compagni di classe): sappiamo che vi facciamo schifo ma usciamo allo scoperto e ve lo sbattiamo in faccia. Daranno prova di notevole intelligenza e innescheranno, con i meccanismi misteriosi e magici dei libri riusciti, una stagione densa di cambiamenti rovesciando come un calzino quell’adolescenza che a tutte ha fatto piangere per una certa canzone e per uno sguardo negato (senza parlare del corpo che in molte teenager, io ero così, assomiglia ad un prosciutto piuttosto che ad una velina). A complicare le cose, e a renderle più dolci, ci penseranno il fratello bello di Marcella, amato spudoratamente e senza speranze da Giorgia, e Roberto, amico bello del fratello bello, che si innamorerà di qualcuna, non diciamo chi, troppo insicura per vedersi carina. Sullo sfondo: la gelateria del centro di una piccola cittadina, il negozio elegante dove comprano le belle fuori (non sappiamo se belle dentro), le feste, dalle quali i brutti anatroccoli sono esclusi per la legge della giungla, e famiglie non allargate.
Una favola moderna, dove le scarpette della principessa sono da ginnastica e verde pisello e il principe azzurro sogna di fare l’attore ad Hollywood, non può che finire con qualcosa di simile al vissero tutti felici e contenti.
Il nuovo libro della Frescura, insegnante e autrice da oltre un decennio di storie per adolescenti, affronta un tema serio, il disagio di non riconoscersi nel proprio corpo, con leggerezza e bravura.
Morale: anche le ragazzine e, fa intendere l’autrice, le donne meno à la page hanno qualche speranza (di amare, essere amate, piacersi, piacere, realizzarsi a scuola e nel lavoro). Buonismo mitigato dalla seguente avvertenza: esistono i brutti stratotali ovvero “bruttezza fuori” non sempre è sinonimo di “bellezza dentro”. Non è il caso delle deliziose, nonostante i brufoli e l’apparecchio per i denti, Marcella e Giorgia.