06/09/2006
De Carlo
Oggi esce il quattordicesimo libro di Andrea De Carlo, Mare delle verità, Bompiani.
Leggerete la recensione sul Mucchio di ottobre (www.ilmucchio.it), intanto festeggiamolo con la riproduzione, permessa, di un’intervista data in anteprima ad una fantomatica Monika van Lennep. Google non sa chi sia questa giornalista talmente ben informata sul romanzo da far venire il sospetto che si tratti della poliedrica Elisabetta Sgarbi, che cento ne pensa e cento ne fa.
C’è una frase detta da De Carlo rivelatrice del tipo di narratore che vorrebbe, come spesso gli riesce, essere:
“I romanzi senza amore mi intristiscono, non mi interessano. Sono come case vuote, come automobili senza motore, come rubinetti senz’acqua”.
I suoi libri, in particolare gli ultimi, puntano su temi importanti quali politica, inquinamento, sovrappopolazione mondiale, AIDS ma noi lettori siamo affezionati soprattutto alla sua cifra narrativa legata ai sentimenti.
Buona lettura.
Intervista ad Andrea De Carlo, luglio 2006
Di Monika van Lennep
MvL: Andrea De Carlo, sulla copertina di “Mare delle verità” c’è la fotografia di un mare. Scattata da lei, se non sbaglio.
ADC: Sì. Sulle coste del Portogallo meridionale.
MvL: Non sembra un mare da vacanza, in cui fare il bagno. Ha un aspetto vagamente inquietante.
ADC: E’ un mare invernale, grigio e con riflessi metallici. Ma contiene molta luce, abbagliante.
MvL: E’ un’immagine che ha a che fare con la sua storia?
ADC: L’ultima parte del romanzo si volge su quel mare, e vicino a quel mare.
MvL: Dunque non si tratta di un mare metaforico?
ADC: E’ un mare metaforico, e anche un mare reale.
MvL: Un altro elemento che personalmente mi trasmette inquietudine è nel titolo. Perché “Mare delle verità”, al plurale?
ADC: Perché ce n’è sempre più d’una, in apparenza. In questa storia per esempio c’è la verità che i protagonisti cercano di scoprire prima che venga cancellata, c’è la verità ufficiale inventata per nascondere e ingannare, ci sono le molte verità soggettive che cambiano a seconda del punto di vista...
MvL: Però in tutto questo gioco di specchi mi sembra che lei creda in una verità indiscutibile, vale a dire che la politica della Chiesa cattolica e delle altre potenze mondiali riguardo la crescita incontrollata della popolazione e la diffusione dell’Aids è radicalmente sbagliata.
ADC: Quella della sovrappopolazione del mondo è una verità rimossa sistematicamente. La verità sull’Aids viene al massimo sfiorata in modo marginale. Nel giro di vent’anni siamo passati da poche decine di casi a quarantotto milioni di sieropositivi e ammalati di Aids. Milioni di persone muoiono di fame o vivono in uno stato di sottonutrizione, senza la possibilità di avere mai una vita accettabile. Interi paesi si dibattono tra aumento insostenibile della popolazione e contagio incontrollabile, senza aiuti né strategie di uscita. Tra vent’anni ci saranno un miliardo di persone in più sulla terra. E quelli che dovrebbero intervenire stanno a guardare, o addirittura predicano nella direzione opposta a quella giusta.
MvL: Perché, secondo lei?
ADC: Per un intreccio perverso di dogmatismo, indifferenza, cecità, strategie di imperialismo demografico, interessi di mercato: tutte le peggiori ragioni immaginabili.
MvL: Lei pensa che prima o poi il Vaticano potrebbe riconoscere di aver sbagliato, e decidere di cambiare posizione?
ADC: Lo spero. Come spero che cambino posizione gli Stati Uniti, l’Onu, l’Unione Europea, i governi locali. L’importante è che non succeda troppo tardi, quando il destino del mondo sarà irreversibile.
MvL: Però, malgrado questi temi sottostanti, il suo non è un saggio sullo stato del mondo. E’ un romanzo, e per di più un romanzo dal ritmo convulso e martellante, che sembra mettersi in competizione con i bestseller d’azione americani e inglesi.
ADC: Quando ho cominciato a scriverlo, ho fatto una scommessa con me stesso: creare una storia che si facesse leggere tutta d’un fiato, ma senza usare nessun meccanismo o stereotipo di genere, applicando il massimo della sincerità e della qualità di scrittura di cui sono capace, per parlare di cose che mi stanno a cuore.
MvL: In effetti uno degli aspetti più sorprendenti di “Mare delle verità” è trovare temi, caratterizzazioni psicologiche e uno stile sofisticato in un meccanismo narrativo inarrestabile.
ADC: I ‘thriller’ di solito mi suscitano uno stato di noia e futilità senza fondo. Continui a girare le pagine in modo meccanico solo per vedere come va a finire, e poi quando arrivi all’ultima parola ti accorgi che ti non mi rimane nulla. Invece spero che alla fine di “Mare delle verità” restino alcune domande e riflessioni aperte.
MvL: Anche molte sensazioni, perché nel suo romanzo c’è una storia d’amore appassionante, tra il protagonista e la donna che lo trascina al cuore della vicenda.
ADC: I romanzi senza amore mi intristiscono, non mi interessano. Sono come case vuote, come automobili senza motore, come rubinetti senz’acqua.
MvL: Ho trovato affascinanti - e anche un po’ inquietanti - le sue descrizioni di rapporti familiari. Tra il protagonista e suo fratello, tra il fratello e la cognata, tra la cognata e il nipote. La sua visione della famiglia è davvero tanto negativa?
ADC: Penso che niente sia inevitabile, compresa la qualità dei rapporti familiari. Ma è un dato di fatto che nella maggior parte dei casi la famiglia diventa un piccolo teatro chiuso in cui ognuno recita il proprio ruolo, spesso malgrado o addirittura in contrasto con suoi veri sentimenti. E’ una semplice constatazione.
MvL: Nel suo romanzo lei se la prende senza mezzi termini con diverse categorie, compresa quella dei giornalisti. Come giornalista, trovo molto dure le sue affermazioni.
ADC: Però corrispondono a quello che penso, del giornalismo italiano in particolare. Ci sono per fortuna delle eccezioni, ma in generale prevalgono la sudditanza a una parte politica o economica, la pigrizia, il ricorso continuo a riflessi condizionati, la tendenza a seguire la corrente, la totale incapacità di grattare sotto la superficie e correre rischi per lavorare con uno spirito libero. Da noi il giornalismo investigativo non esiste quasi, ne abbiamo conferma ogni volta che viene fuori un nuovo scandalo. Ogni volta mi chiedo: la stampa dov’era, prima che intervenissero i giudici? Non sapeva niente, o taceva per servilismo e connivenza?
MvL: Dal ritratto che lei traccia del fratello politico del protagonista, si deduce che lei non ha molta stima nemmeno nei confronti dei politici, indipendentemente dallo schieramento a cui appartengono.
ADC: E’ vero. Anche se sono contento che gli italiani si siano liberati, almeno per il momento, di Berlusconi e della sua banda, non riesco a vedere le differenze che vorrei nei metodi nel nuovo governo. Mi sembra che prevalgano ancora la tendenza al compromesso e alla conservazione, il timore di toccare rendite e interessi consolidati, l’incapacità di immaginare e inventare, l’ostinazione a usare televisioni e giornali come megafono del potere.
MvL: Il personaggio di Fabio, il fratello del protagonista, è - purtroppo - esemplare in questo senso.
ADC: Credo che Fabio rappresenti in modo abbastanza reale le caratteristiche di un politico ‘bravo e onesto’ della nuova generazione, con tutte le sue tendenze alla simulazione sistematica e al traffico dietro le quinte.
MvL: Eppure, malgrado queste considerazioni, e benché il protagonista del romanzo all’inizio della vicenda sia del tutto disilluso, mi pare di scorgere una luce di ottimismo al fondo di “Mare delle verità”.
ADC: Forse dipende dal fatto che non riesco a essere pessimista, non è nella mia natura. Penso sempre che la vita ci possa riservare delle belle sorprese: un incontro, un cambiamento di scenario, un’inversione imprevista di tendenza.
MvL: E’ ottimista anche riguardo le reazioni dei lettori a questo suo nuovo romanzo?
ADC: Un lettore contribuisce alla creazione di un romanzo quanto chi l’ha scritto. Se non investe tutta la sua immaginazione, i suoi sentimenti, i suoi ricordi nella lettura, le pagine stampate che ha davanti restano inerti, senza senso. Spero che i miei lettori diano vita a “Mare delle verità” come è successo con i miei altri romanzi. Spero che ognuno di loro abbia voglia di costruirsi la propria storia, unica e diversa da quella di chiunque altro. Del resto, leggere è una delle poche esperienze davvero personali che siano rimaste.
MvL: In bocca al lupo a lei e ai suoi lettori, dunque.
ADC: Grazie. Posso aggiungere i miei auguri al lupo?
05/09/2006
Ancora Napoli
Dal sito www.napoliontheroad.it ancora sul libro di Giorgio Bocca "Napoli siamo noi" (Feltrinelli), euro 14, pagg. 136
Ho scritto la recensione che leggerete qualche mese fa poi qui hanno altri hanno commentato, con grande competenza, il nuovo libro di Giorgio Bocca e l’ho messa da parte considerando l’argomento esaurito.
Quest’estate mi sono giunte notizie sulla nostra città allarmanti, penso al turista derubato della macchina fotografica alle 22,30 nei vicoletti del centro e malmenato dai cittadini, quindi da noi napoletani, quando ha tentato di riprendersi ciò che era suo. “Lì ci tornerò solo accompagnato”, è la comprensibile e fin troppo cauta dichiarazione del giovane.
Intanto la spazzatura è diventata arredo urbano nel silenzio, ancora una volta, di noi cittadini e delle cosiddette autorità e il rilancio di Napoli, annunciato con iniziative sostanziali quali regalare un orologio di plastica ai turisti, sembra sempre più teorico che reale.
Non ho modificato il tono campanilista della recensione ma lo stupore del “giornalista forestiero” Bocca di fronte ad un certo modus vivendi mi appare più comprensibile.
Buona lettura.
Napoli fa schifo. Chiedete a Camillo Langone, Filippo Facci e a Giorgio Bocca.
Langone sul Foglio si lamenta dei caffè serviti in bicchieri di plastica al bar della stazione napoletana, dei cd e dvd falsi venduti in strada, di D’Alessio.
Facci sul Giornale racconta di un’intossicazione alimentare presa a Istanbul e, dopo aver descritto la Turchia come puzzolente, lercia e repressiva, si arrende alla similitudine con Napoli, fattagli notare dalla guida turca.
Bocca va oltre. Scrive un bel reportage, Napoli siamo noi (Feltrinelli), condizionato però dal presupposto che i napoletani, per adesione diretta o tolleranza, sono tutti camorristi. Lo scrittore Raffele La Capria, in una lettera pubblicata nel libro, lo invita ad essere meno “ingrugnito” e più aperto agli aspetti positivi della città ma “se siamo tutti camorristi come faccio a parlarne con te?”.
Lo stesso Bocca annota la difficoltà di interagire con i napoletani, tranne nel caso di Amato Lamberti, in realtà nato al Nord, professore universitario e direttore dell’Osservatorio sulla camorra, con il quale “finalmente si parla e non si recita”.
A più di dieci anni dal libro inchiesta sulle regioni meridionali, non a caso intitolato L’inferno (Mondadori), Bocca conferma che il Sud non gli va giù. Insopportabile l’aria condizionata delle sedi di Comune e Regione mentre “il popolo soffre il caldo”. Il traffico nel reticolo dei vicoli. I tassisti che ti fregano un euro sul prezzo della corsa. I politici locali. La cultura locale, che in effetti reagisce all’anticipazione del reportage pubblicata sull’Espresso con una lettera di Ermanno Rea al Mattino piena di insulti per il “giornalista forestiero”, come Bocca ama definirsi.
Insopportabile la camorra. E qui l’Autore, al di là delle generalizzazioni necessarie per narrare Napoli in 136 pagine, eleva il libro a indagine, fornisce dati aggiornati, sottolinea il legame tra abolizione del contrabbando di sigarette, mercato della droga e povertà.
Napoli siamo noi non è solo uno slogan di facile presa ma la conclusione, amara, che i mali di una città riflettono lo stato di una Nazione. In attesa di cure.