26/04/2006
La cura dei sogni
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10/04/2006
Olimpiadi & Mastrocola sul Mucchio
Per gentile concessione dell'editore pubblico gli articoli che ho scritto per il numero di aprile del mensile "Mucchio", noto anche come "Il Mucchio Selvaggio" - www.ilmucchio.it
Olimpiadi
Gli studi della Nbc, che ha trasmesso le Olimpiadi in esclusiva per l’America, hanno la forma di una pagoda ricoperta di pannelli trasparenti, posizionata nel centro del centro di Torino, in Piazza San Carlo, a pochi metri dai famosi caffè in stile asburgico e dai negozi griffati.
Il giorno dopo le Olimpiadi la pagoda è buia, all’interno né redazione né ospiti, fuori nessuna folla urlante ma molti camion che hanno fretta di traslocare, tra quattro anni i Giochi Olimpici Invernali andranno a Vancouver (Canada) e non c’è tempo da perdere.
Pochi i passanti, alcuni tristemente hanno il pass al collo come se i controlli estenuanti, ma obbligatori, della sicurezza avessero un senso dopo che il mondo ha fatto ritorno a casa.
Pochi i volontari, solo Valentino Castellani, presidente del TOROC, orribile acronimo che significa “comitato organizzatore dei Giochi Olimpici”, si fa intervistare indossando la giacca della loro divisa, fondo blu scuro e maniche gialle e rosse con la scritta Torino 2006.
Nel ristorante dove pranzo riconosco, ad un tavolo solitario, un fotografo che ho visto lavorare nel sito di gara, venue nel linguaggio olimpico, dove ho fatto la volontaria. La prima notte dei Giochi fu uno degli ultimi a uscire dal venue, era circa l’una, e quando gli chiesi, in inglese, se avesse bisogno di qualcosa rispose, in un italiano da straniero, “pasta”. Da allora ogni volta che ci incontravamo mi sorrideva, complici nel tirar tardi tra gare e conferenze stampa.
Il giorno dopo l’archiviazione delle Olimpiadi non mi riconosce, io indosso un’altra divisa, quella da ufficio, e cerco di non guardarlo.
Via Roma, che da Piazza San Carlo va verso la stazione, da una parte, e verso la Medal Plaza, dall’altra, è deserta. I negozi sono aperti ma vuoti e tornando verso Piazza Solferino, sede del villaggio degli sponsor, mi infastidisce trovare i marciapiedi sgombri delle migliaia di persone che per due settimane hanno aspettato ore pur di entrare negli stand di una bibita gassata o di un sapone, vedere il bar di ghiaccio, come se non ci fosse abbastanza freddo, e farsi disegnare in faccia una bandiera, d’obbligo dopo che l’atleta italiana più glamour, la sponsorizzatissima Carolina Kostner, alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi ha sfoggiato in mondovisione guance tricolori.
Non che ai torinesi sembri dispiacere molto la fine delle Olimpiadi: le lamentele dei cittadini per i lavori stradali, che però hanno dato alla città, dopo decenni, il primo tratto della metro, o dei tassisti contro le auto fornite al TOROC da uno sponsor e le procedure antiterrorismo, che vietavano ai taxi di stazionare troppo vicino ai luoghi di gara, mostravano una Torino impaziente di tornare ad essere, come ama definirsi, la capitale delle Alpi, forte di un atteggiamento splendidamente isolazionista.
Le Olimpiadi hanno svelato, se mai ci fossero dubbi, la bellezza degli sport che non prevedono l’uso di un pallone, nonostante il tentativo italiano di trattare pattinaggio, sci, perfino il curling, come il calcio, alla ricerca di personaggi più che campioni.
Giorgio Rocca sarà ricordato per le foto a torso nudo pubblicate sull’allegato del Corriere. Carolina Kostner per lo spot di uno sponsor olimpico, nel quale manda baci dai pattini, e per i vestiti di scena firmati da un noto stilista che, dopo aver esaurito il filone veline, aspiranti attrici, vallette tv, prova a incrementare le vendite puntando su un’atleta indubbiamente bella che però, prima di diventare un volto noto, dovrebbe vincere qualcosa. Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio per l’interpretazione della fiction “Sguardi”, il copyright è del Prof. Aldo Grasso.
Giorgio Di Centa, che con la medaglia d’oro della 50 km di fondo ha eguagliato il maratoneta Stefano Baldini, oro nell’ultima gara di Atene 2004, e Enrico Fabris, tre medaglie nel pattinaggio di velocità, da noi meno praticato dell’aerobica, sono inseguiti da agenti e trasmissioni televisive.
L’inviato di un noto quotidiano nazionale ha raccontato la vita notturna dei Giochi, in particolare le presunte conquiste in un membro del Coni dedito alla raccolta di numeri di telefono di belle donne. Sui giornali italiani è stato intervistatissimo lo sciatore americano Bode Miller che, tra una dichiarazione pro doping e una fotografia in discoteca al Sestriere, è riuscito a non vincere medaglie. Il curling ha fatto ascolti record e i nostri carlinghisti hanno subito provveduto a colmare lo svantaggio nei confronti di Rocca posando anch’essi a torso nudo ma, va detto, con minore prestanza.
Delle Olimpiadi ricordiamo anche altre storie.
Yuri Chechi nella cerimonia inaugurale ha preso a martellate un’incudine che emetteva fuoco e ha riscaldato lo Stadio Olimpico con il suo volto vincente sollevando, a favore di telecamera e con sguardo “cattivo”, la maschera trasparente da saldatore.
I cinesi Dan Zhang e Hao Zhang nella finale di pattinaggio hanno sbagliato la loro specialità, il salto quadruplo, lui ha lanciato lei, lei è caduta contro l’imbottitura della pista ma dopo qualche minuto, il regolamento lo permette, hanno ripreso a pattinare vincendo la medaglia d’argento. In conferenza stampa le hanno chiesto “cos’hai pensato in quel momento?”, risposta: “non possiamo tornare a casa”.
Un altro pattinatore, Evgeny Plushenko from Mosca, ha vinto l’oro con un’esibizione fantastica, piena di energia e classe, inguainato in una tuta brillante con foulard rosso attorno al collo esile. In conferenza stampa gli hanno detto “stasera sembravi stanco”, risposta: “ho 23 anni, non posso essere stanco”.
Le squadre di hockey, in ordine inverso di classifica, Russia, Cechia, Finlandia e Svezia hanno regalato a più di ottomila persone a gara due bellissime finali con sorrisi sdentati e grande delusione dei russi (4° posto) e dei finlandesi (2° posto) in uno sport dove, fino alla fine, si giocano il tutto per tutto, altro che calciatori fighetti. L’hockey è la vera sorpresa dei Giochi: musica tra un’azione e l’altra, majorette immortalate dai cellulari, arbitri che svettano sui pattini, coreografie dei tifosi non volgari ma divertite, hot dog prima, durante e dopo la gara, altro che stadi.
Lavoro precario / non faccio il volontario è uno dei migliori slogan della protesta, in realtà meno efficace di quel che si attendeva, no global, no TAV, no Olimpiadi, dedicato ai 20.000 volontari che hanno contribuito al successo di Torino 2006.
Per loro nessuna retribuzione ma molti gadgets: giacca a vento, pantaloni imbottiti, felpe, tshirt, guanti, cappello, paraorecchie, carte di credito prepagate, spillette, scarponcini. E buoni pasto per la mensa allestita nel venue dove si alleviavano i turni di lavoro, talvolta al freddo, con piatti molto conditi, crostate alla fragola e litri di caffè.
Il volontario, in divisa sponsorizzata, si è occupato un po’ di tutto: ha stirato bandiere, controllato gli accrediti, impedito fotografie o riprese non autorizzate, anche se spesso ha fatto finta di non vedere, guidato le automobili per il trasporto degli atleti, vigilato sull’antidoping, controllato che i giornalisti uscissero dal venue prima che gli addetti alla sicurezza li chiudessero dentro.
A dispetto degli slogan e del rischio sicurezza, che comportava maggiore attenzione da parte di tutti, è stata un’esperienza unica in un clima positivamente adrenalinico e stimolante, la possibilità di confrontarsi con persone di tutto il mondo, altri volontari, atleti e esponenti dei media, cercando, sempre, di sorridere. Una sbornia non scevra da polemiche.
Tony Damascelli, frizzante inviato del Giornale, nel bilancio di fine Olimpiadi ha scritto: “volontari tanto generosi quanto disinformati, non è colpa loro”. Sarebbe interessante sapere cosa ha chiesto Damascelli ai volontari e di chi è la colpa di una loro eventuale disinformazione.
E come ogni sbronza che si rispetti, spenti i cinque cerchi olimpici nello Stadio Olimpico semivuoto, in sottofondo una musica dance volutamente gioiosa, resta un malinconico mal di testa.
Paola Mastrocola, Che animale sei? (Guanda), euro 10, pagg. 192
Una pennuta nasce la notte di Natale rotolando, in curva, da un camion. La protagonista, accolta in una pantofola a forma di topo, non sa che è un’anatra e inizia la ricerca dell’identità, sulla base del presupposto che se alla nascita non ci dicono chi siamo non lo sappiamo, e dell’amore, antidoto alla perdita dell’identità.
Favola con sottofondo morale e caso letterario a quota novantamila copie, Che animale sei? (Guanda) di Paola Mastrocola sorprende.
Non che l’identità non affascini scrittori e cineasti. L’uno nessuno e centomila di Pirandello potrebbero essere lo Zelig di Woody Allen, meno verosimile l’accostamento, per ammissione della stessa autrice, ad una pennuta incerta.
Non che manchi la voglia di “favola”. Pantofole mamme, castori che costruiscono dighe, pipistrelli in cerca di un colore meno nero, talpe che non vogliono essere disturbate e il grande amore, sotto forma di un animale che non sveleremo, sembrano un microcosmo migliore di uova del drago e pseudo avventure automobilistiche, per restare in classifica di vendita.
Non che non ci piaccia il lieto fine, leggeremmo solo i libri che lo garantiscono.
Però non lo si spacci per capolavoro, nonostante una presentazione torinese, davanti all’editore Luigi Brioschi, nella quale l’autrice non ha fatto altro che lodarsi per le trovate geniali della narrazione.
Sorvolando sul 5 che le ha dato il Corriere, c’è da chiedersi cosa cerchino i lettori o se questi ultimi si adeguino alla distribuzione.
E’ anche vero che la Mastrocola, autrice per Guanda di fortunati romanzi e del saggio La scuola spiegata al mio cane, sa produrre una scrittura fresca che ha molta presa e si interroga sui grandi temi con una cifra favolistica inconsueta per la narrativa italiana.
Le pagine migliori del libro descrivono la pennuta che, delusa dall’essere un’anatra per una storia di tradimenti e ispirata dal fatto che le talpe non vedendo non sanno che animale è, decide di essere “nessuno”. Quando incontrerà il grande amore gli dirà “non sono nessuno”. E vissero felici e contenti.

