25/01/2006
Rubrica
www.napoliontheroad.it
Torino in centro sa di burro e le vetrine di caffè e pasticcerie, forti delle radici francesi e austriache, sono più attraenti delle borsette firmate: croissant, sfoglie dolci e salate, grappoli di cioccolatini griffati, mignon alla crema e al cioccolato, gelatine di frutta, salatini, gianduiotti con il logo olimpico, gelati dall’aspetto raffinato.
Non fa eccezione il Caffè Mulassano. Liquoreria fondata da Amilcare Mulassano nella seconda metà dell’ottocento in Via Nizza, trasferitasi nel 1907 nell’elegante sede liberty di Piazza Castello, da allora ha conquistato l’ambiente culturale piemontese.
Soffitto intarsiato di legno e oro, pavimenti in marmo, spesse tende color cardinalizio, pareti di specchi che rimandano le immagini all’infinito, pochi tavoli. Non fatevi intimidire dal sontuoso arredamento del Caffè e dal suo pedigree.
Qui si incontravano il Re e Garibaldi bevendo vermouth, il liquore alle erbe e al vino moscato inventato dal biellese Antonio Benedetto Càrpano.
Al Mulassano Guido Gozzano scriveva in rima di donne e “dolcezze” e Erminio Macario, seduto nel dehors sotto i portici, divorava i tramezzini, specialità del Caffè dal 1925, quando i torinesi scoprirono quant’è buono il pane con salmone, pâté di tartufo e insalata d’aragosta, e ossessione dello chef che li propone in più di quaranta combinazioni. Frequentato dai vip, Savoia, Agnelli, registi, attori e cantanti del Teatro Regio, ma anche da impiegati per un pranzo leggero. Set di molti film, come “Piccolo mondo antico”. Segnalato da Gambero Rosso, Lonely Planet e da un migliaio di altre guide.
Il Mulassano non è una bomboniera ma un luogo cool per tutti in una città che non si apre facilmente, e quando lo fa val bene l’attesa.
Ideale per una ricca prima colazione, brioche mignon e sacher più cappuccino, o per un aperitivo con degustazione di tramezzini (lo chef ve ne sarà grato) e cocktail Mulassano, 24 gradi di infuso di erbe e bitter.
E non potete esimervi dal provare il bicerin Mulassano, gustoso intruglio di caffè, cioccolata calda e crema di latte, servito senza aggiunta, ci tengono a dirlo, di panna montata, a differenza del tradizionale bicerin proposto dai bar torinesi.
Prezzi all’altezza della scenografia.
09/01/2006
Rubrica
www.napoliontheroad.it
In un ristorante del centro di una città che assomiglia a Torino si trovano, per un’ora e mezza, un pusher, un aiuto cuoco marocchino, un cuoco che ha dei segreti, una francese, ragazzini viziati, una troupe televisiva che intervista l’immancabile nano, troppi poliziotti.
In una stanza d’albergo un altro personaggio parla con il cadavere del giovane che ha ammazzato per amore mentre la polizia cerca di farlo arrendere.
Nessuno di loro è ciò che sembra. Questa è la cifra narrativa scelta da Boosta, autore di Un’ora e mezza (Baldini Castoldi Dalai editore). Il marocchino insegnava Fisica all’Università del suo Paese, il cuoco ha fatto a pezzi giovani fanciulle, il pusher, in fondo, è un gran romantico.
Il libro punta alto: traffico d’organi, droga, rapporti tra genitori e figli, criminalità, immigrazione. E inizia con una impegnativa citazione di Sofocle: “I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo causa”.
Boosta, tastierista dei Subsonica, è lo sperimentatore della band: produttore, dj nei club torinesi, studente di conservatorio e appassionato di heavy metal, fanatico dei serial polizieschi, scelto dalla band come “arma efficace contro intervistatori noiosi e/o stronzi e/o ignoranti”, scrittore poco incline al lieto fine. Se proprio deve salvare qualcuno dall’ora e mezza, sceglie il personaggio più politicamente corretto.
Il racconto è una buona prova di tecnica e piacerebbe alla Holden, famosa scuola di scrittura torinese. In una trama noir coerente le informazioni sono dosate catturando l’attenzione del lettore.
Tuttavia Boosta, alla seconda prova narrativa, resta un musicista che scrive più che un romanziere. La moltitudine di personaggi è descritta in superficie, come in un soggetto cinematografico.
Nella famosa scuola torinese, dopo aver letto un testo in classe ad alta voce, l’insegnante chiede “che cosa volevi raccontare?” e nei casi migliori si riesce a descrivere la propria scrittura con poche parole.
A Boosta mi piacerebbe fare la stessa domanda: che cosa volevi raccontare?
