15/06/2005
Rubrica
Da undici anni si tiene a Riccione a inizio estate il Premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi, voluto da Giorgio e Luciana Alpi e sponsorizzato dalle istituzioni locali.
Undici anni fa, a Mogadiscio, un commando somalo uccide una giornalista con capelli e occhi chiari e un operatore televisivo, sono gli anni della guerra civile in Somalia e dell’intervento militare americano, e italiano, per ristabilire l’ordine.
Da allora Giorgio e Luciana Alpi, invece di inscatolare le cose della figlia e farsene una ragione cercando di non impazzire, lottano, anche per Miran Hrovatin, perché si conoscano mandanti e motivazioni degli omicidi, a meno che qualcuno non riesca a convincerci che essere uccisi con un colpo alla nuca in una strada somala mentre si fa il proprio lavoro sia un fatto qualunque.
Come in ogni mistero d’Italia l’unico condannato è un disgraziato somalo, presunto colpevole in base alla testimonianza del presunto autista della giornalista e dell’operatore, in una vicenda caratterizzata da pochissime certezze.
Insabbiamenti, vuoti di memoria, accuse che ricadono su morti, omertà, indagini assegnate e tolte prima di testimonianze importanti, scontro tra Procure che è il metodo italiano per allontanare la verità, utilizzo strumentale della stampa con interviste a boss mafiosi presunti informati dei fatti pubblicate alla vigilia di scadenze importanti, perseguimento della stampa da parte delle Procure, sparizione del materiale video e cartaceo prodotto da Alpi e Hrovatin nei giorni somali che hanno preceduto gli omicidi, violazione degli effetti personali della Alpi sull’aereo che riportava i cadaveri in Italia, nessuno sa niente.
Non fanno eccezione i colleghi della Alpi.
Se da un lato molti di loro si attivano perché la verità si sappia, dall’altro i capi della Alpi hanno dichiarato di non sapere su quale pista si stesse muovendo la giornalista autorizzandola per la televisione pubblica a ripetute missioni in Somalia senza chiedere troppe spiegazioni, ma neanche poche.
La persona che sarà accusata di avere violato gli effetti personali della Alpi è un suo collega.
Qualcuno sa non parla e inquina le prove.
La Commissione d’Inchiesta presieduta dall’Avv. Taormina, che dovrebbe rendere pubblici i risultati delle indagini entro la legislatura, brancola nel buio.
Il Vice Presidente, l’On. De Blasi, in una conferenza stampa durante il Premio è riuscito a dire niente se non che stanno lavorando per la verità.
Dalle domande dei giornalisti è emerso che testimoni importanti saranno interrogati alla fine dei lavori, la Commissione ha preferito approfondire la vicenda prima di questi interrogatori con il rischio di non approfondire gli interrogatori.
Maria Angela Gritta Grainer, sostenitrice di Giorgio e Luciana Alpi e consulente della Commissione, nel libro “Ilaria Alpi. Una donna. La sua storia” (Ali Edizioni), presentato in anteprima al Premio, rivela che Alpi e Hrovatin sono stati uccisi con un’esecuzione mediante colpi d’arma sparati a distanza ravvicinata in una strada non lontana da una postazione di militari italiani che avrebbero omesso di soccorrerli.
Per quel che serve, la Alpi era viva.
La Gritta Grainer pubblica gli articoli della Alpi e i taccuini inediti trovati nella sede Rai.
Appunti senza data, il nome di una compagnia di navi, i soldi che giravano in quegli anni in Somalia in particolare a Bosaso dove la Alpi, prima dell’agguato di Mogadiscio, si recò non per caso ma per indagare su chissà cosa.
L’ultima intervista della Alpi, trascritta integralmente nel libro, è al sultano di Bosaso, domande incentrate su traffico di rifiuti tossici o armi.
Il libro della Gritta Grainer ha il pregio della autenticità della scrittura e della minore segretezza rispetto ai politici che si rifugiano dietro gli omissis ma neanche questo lavoro certosino e appassionato fa luce sulla duplice esecuzione di Alpi e Hrovatin.
Per quanto se ne sa potrebbe essere stato chiunque, a undici anni dai fatti se non fosse per Giorgio e Luciana Alpi e i loro sostenitori non ci sarebbe nessun caso Alpi.
Il Premio riccionese è l’opportunità di riconoscere i servizi giornalistici televisivi che si sono distinti per attenzione a denuncia solidarietà giustizia, temi che hanno ispirato il lavoro della Alpi descritta come attentissima al sociale.
I premiati di quest’anno, una buona edizione, riportano il pubblico abbronzato dal primo sole e soddisfatto dagli ottimi spiedini di pesce del Cristallo a scenari di guerra, povertà, immigrazione, doping, handicap, emarginazione.
Le bombe di Nassirya, raccontate da Maria Cuffaro (Tg3) che ha filmato in diretta un assedio militare che costò la vita a un soldato italiano, immagini dominate da una luce acida che nel buio dell’assedio ha permesso le riprese.
Il giorno a Bagdad di Alessandro Bellini (Tg2) sulla paura degli iracheni che lavorano con gli occidentali di essere sequestrati e uccisi dai loro connazionali, in sottofondo un rock mussulmano a prova della commistione tra culture che forzatamente devono fondersi.
Le esercitazioni di guerra nelle servitù militari filmate da Sigfrido Ranucci (RaiNews 24), pescatori sardi che denunciano l’effetto delle bombe della basi Nato sulla pesca, belle facce bruciate dal sole che dichiarano di “essere sempre in guerra” tra guerre vere e simulate.
L’effetto della guerra dei Balcani nel servizio di Francesca Cerosimo (Sky Tg24), l’unica troupe che ha filmato la morte di uno dei troppi militari italiani ammalatisi per il contatto con l’uranio impoverito senza adeguate difese.
Il Darfur di Emanuele Piano, premio produzioni indipendenti di giornalisti freelance, e gli immigrati clandestini sbarcati a Lampedusa e fatti rimpatriare di Chrsitian Bonatesta (Rai 3), premio under 32.
Immigrati che ce l’hanno fatta sono gli algerini filmati dal francese Gregoire Deniua (France 2), per un mese ha convissuto con loro si è guadagnato la loro fiducia e ne ha filmato la traversata con una barca che faceva acqua da tutte le parti dove si occupavano i posti all’asciutto utilizzando coltelli inquadrati in primo piano, ove ci fossero dubbi.
Ce l’ha fatta la ciclista uscita dal doping, intervistata da Paola Proietti (Super 3 Roma), premio a servizi di televisioni locali, niente che non si sapesse, per fare sport agonistico bisogna prendere molte pillole mangiare poco allenarsi molto, ma ascoltarlo dalla voce di chi si è doppato fa sempre effetto.
Ce l’ha fatta Alberto Frugone, genio autistico intervistato da Carla Baroncelli (Tg2), risponde alla domande con la tastiera, mostra di aver riflettuto sulla sua malattia “voi siete sequenziali noi no”, utilizza un linguaggio ricercato, si dichiara “non insensibile al fascino delle ragazze ma loro non si accorgono di me”, sceglie il titolo del servizio “Parlando con Frugone”, esempio riuscito di superamento dell’handicap anche se nel riferimento alle ragazze sta la difficoltà di dover essere a tutti i costi normale, che vai a sapere cosa vuol dire.
Le menzioni speciali della Giuria a Enric Mirò, regista del documentario sulla vita di un cronista catalano di guerra ucciso nel 2000, al giornalista francese Christian Chesnot per la libertà di stampa e a Alberto Nerazzini e Davide Savelli (La 7) sull’insabbiamento dei crimini di guerra verso i partigiani.
Chesnot, reso famoso dal rapimento in Iraq, è un simpatico giovane quarantenne travolto da “successo”, per la prima volta in Italia che trova “simpatica”, disponibile alle domande di Giovanni Floris nella serata di premiazione, “durante quei giorni riuscivate a lavorare?”, “eravamo in tshirt pantaloncini e scalzi” è la risposta del giornalista, senza scomporsi.
Il premio della critica, assegnato dai critici televisivi, a Riccardo Iacona (Rai 3), il pomodoro dal produttore al consumatore come simbolo dell’aumento dei prezzi, una buona inchiesta si può fare anche al banco della verdura.
Il premio alla carriera a Enzo Biagi, intervistato da Andrea Vianello in un filmato registrato e collegato telefonicamente nella serata della premiazione non perde occasione per insultare Berlusconi, “se uno è un farabutto è un farabutto”.
Berlusconi si conferma l’ossessione dei dibattiti che hanno animato le giornate riccionesi, se non fosse che i suoi critici pubblicano con Mondadori, e si conferma la tendenza al populismo, tanto caro a Saviane.
"E' vero che l'Italia è un paese di automobilisti, di tifosi e di telequizzaroli, ma è soprattutto il paese degli intellettuali (in gran parte borghesi) che si mettono, o fingono di mettersi, al servizio del popolo. Gli intellettuali svolgono attività di ricerca, di studio, produzione artistica o letteraria, si fa per dire, spettacoli, intrattenimento, cinema, teatro, giornalismo, e, ovviamente, televisione. Dalle Alpi alla Sicilia, isole comprese, ci sono più intellettuali che formiche, e si radunano sempre, dibattono e ciabattano, congressano, disputano, discutono, baruffano, chiacchierano, promettono mari e monti, ma non combinano mai niente all'infuori di ciance. Fanno venire in mente i frequenti e rumorosi raduni dei dopolavoristi al fiasco. Più sono intellettuali, e più sono vittimisti, o populisti, ma ricevono buoni stipendi e sanno tirare fuori dalle loro attività del "pensiero" ricavi e guadagni a volte smisurati. L'importante è puntellarsi a vicenda con saggi, libri, congressi, articoli, trasmissioni, interventi, e mettersi sempre dalla parte del popolo, solo a parole naturalmente, in modo che il popolo rimanga povero e loro possano continuare ad accumulare valsente. Anche perché, se il popolo non fosse più povero, gli intellettuali non potrebbero più fare i populisti. E' un'equazione di primo grado".
Prologo delle giornate riccionesi è stata la presentazione del libro, definito scottante dagli organizzatori del Premio, “La Repubblica delle Marchette” (Stampa Alternativa) di Paolo Bianchi e Sabrina Giannini, inchiesta scritta benissimo senza peli sulla lingua sull’informazione marchettara che vende la propria onestà intellettuale per una pacca sulla spalla del dirigente editoriale e del politico.
Tra il pubblico anche i rappresentati di Medici senza frontiere, l’addetto stampa Sergio Cecchini, autore di “Il diario dello tsunami” (Infinito), giornalista all’estero ma non in Italia, e Alberto Zerboni.
Il Premio Ilaria Alpi si rivela un interessante osservatorio del settore informazione, l’Assessore alla Cultura Francesco Cavalli se ne occupa come fosse un figlio e i risultati si vedono, aiutati dal fascino di Riccione.