24/06/2005

Rubrica

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Hai più di vent’anni e meno di trenta o più di trenta ma ne dichiari meno? Compri molti più vestiti del necessario e li nascondi sotto il letto? Ordini le scarpe come fossero reliquie? Cambi lavoro, da giornalista finanziaria a commentatrice televisiva a personal shopper a chissà cosa, cercando di dimostrare soprattutto a te stessa che non sei un fallimento? Sei una persona aperta tanto che la tua carriera televisiva è rovinata dai pettegolezzi pubblicati da un tabloid sui tuoi, reali, dissesti finanziari? Cerchi di renderti simpatico il funzionario di banca, che vorrebbe farti rientrare dei debiti che contrai per comprare vestiti, seducendolo? Difendi la famiglia da quelli che consideri fallimenti con molte bugie dette a fin di bene? Consideri la famiglia un punto fermo e credi nel matrimonio approfittando del tuo matrimonio per festeggiare due volte con doppio vestito e doppi regali?

Se la maggior parte di queste risposte è affermativa c’è di che preoccuparsi o rallegrarsi, dipende dai punti di vista, somigli pericolosamente a Rebecca Bloomwood detta Becky, riuscitissimo personaggio di Sophie Kinsella o Madeleine Wickham, vero nome della Kinsella con il quale sono usciti i primi libri, o di un team di scrittori nel qual caso la Kinsella non sarebbe una gran gnocca esperta di mondanità internazionale e di moda ma un gruppo di scrittori gobbi e brufolosi che riversano nelle pagine della serie shopaholic, classici della letteratura light, il loro fastidio per lo shopping e rivelano un notevole, per nulla inglese, sens of humor.

Becky spende molti soldi in vestiti e scarpe, considera il tre per due un affare anche quando ha per oggetto cose che non userà, riesce a trasformare la sua migliore amica, con la quale divide un appartamento a Londra negli anni in cui entrambe non sono sposate, in una affermata artista comprando un numero indefinito delle sue creazioni e nascondendole in un posto nel quale l’amica le troverà, ha un lavoro come giornalista finanziaria che non la soddisfa neanche andasse in miniera, conosce il futuro marito Luke Brandon della Brandon Communication, quindi ricco e affermato, chiedendogli un prestito per comprare una sciarpa in saldi, che diventerà il simbolo del loro legame, dice molte ma non troppe bugie soprattutto al funzionario di banca che cerca di farla rientrare dei debiti, riesce a realizzare qualche sogno sempre divertendosi e divertendoci.

I libri shopaholic, da leggere in inglese o in traduzione italiana pubblicati da Mondadori, sono scritti benissimo incentrati su Becky secondo uno schema narrativo che vede le situazioni negative concentrate nella prima parte del libro e un rapido dipanarsi dei nodi con il lieto fine, fortunatamente, garantito.

All’inizio dei libri Becky ne combina, anche involontariamente, di tutti i colori, spende senza avere soldi, esce con il cugino di Susan, uno degli inglesi più ricchi, e si comporta come una scema, accetta di festeggiare il suo matrimonio con Luke nello stesso giorno in due continenti, racconta ai suoi genitori che il funzionario di banca non la tempesta di telefonate per recuperare i soldi che Becky deve alla banca ma per infastidirla, promette a un uomo d’affari, che rivelerà un passato da omicida, le prestazioni professionali di Luke, nel frattempo diventato suo marito, per il lancio di un albergo cipriota.

La bravura della Kinsella, o del team di scrittori, è riuscire a trasformare le difficoltà di Becky e degli altri personaggi in esperienze positive dando l’incauta sensazione che ci sia di che essere ottimisti.

Becky ripianerà i debiti, tranne ricadere nell’eccesso di spesa alla prima vetrina, il cugino di Susan, da Becky malamente rifiutato, diventerà marito di Susan e padre di aristocratici bambini, il doppio matrimonio tra Becky e Luke riuscirà sfarzoso e divertente, il funzionario di banca avrà cinque minuti di celebrità durante la breve ma rimarchevole carriera televisiva di Becky, l’uomo d’affari si rivelerà migliore del curriculum penale e aiuterà Luke per risolvere uno dei tanti pasticci di Becky, partita senza avvertire nessuno alla ricerca della sorella per la quale è disposta a rischiare la vita ma se la caverà con meno.

La scrittura è attenta alla moda, tra le righe nomi di negozi famosi e dritte su come essere glamour, e non sembra un caso la scelta del nome del protagonista maschile, uomo di successo che nasconde un passato di bambino abbandonato dalla madre fuggita in America preferendo soldi e fama al figlio, Luke Brandon, come Luke e Brandon che in Beverly Hills 2010 hanno fatto innamorare più di una ragazza di allora.

Se I love shopping Shopping abroad e Shopping Ties and Knot, in italiano I love shopping I love shopping a New York e I love shopping in bianco, sono libri belli, I love shopping with my sister, in italiano I love shopping con mia sorella, è un libro molto bello.

Becky, tornata dal viaggio di nozze con Luke di un anno intorno al mondo, scopre che suo padre prima di conoscere la madre ha avuto una figlia da un’altra donna.

Contrariamente alla logica, Becky è contentissima di avere una sorella e fa di tutto ma goffamente per diventarne amica se non fosse che la sorella, studiosa di rocce e appassionata di scalata, nel loro primo pomeriggio insieme rivela di odiare lo shopping e mostra una tendenza, quasi maniacale, al risparmio.

Compra sacchi di patate per risparmiare, è una delle cose che Becky si sente ripetere dalla sorella esterrefatta dalle spese, talvolta eccessive, della londinese e modaiola Rebecca Bloomwood in Brandon abituata a fare colazione come fosse al Plaza di New York, città nella quale ha abitato e albergo dove si è sposata in uno dei due matrimoni con Luke.

Le premesse del loro rapporto non sembrano le migliori e il libro è un’abile confronto tra mondi, rurale e glamour, in realtà non tanto dissimili.

Becky, mentre Luke è all’estero per lavoro, sale sul primo treno e raggiunge la sorella nella piccola città dove vive per convincerla che in quanto sorelle devono essere amiche, anche se nel libro si adombra l’ipotesi che non ci sia effettivamente un legame di sangue.

Non diciamo se sono o no sorelle ma segnaliamo le pagine nelle quali Becky scopre che la sorella ordina le rocce come lei ordina le scarpe, la raggiunge senza neanche togliere i tacchi sulla parete di una montagna per dirle qualcosa che non sveliamo, si mettono entrambe nei guai per un temporale e arrivano i nostri, in un lieto fine prevedibile ma commovente come sanno i bagnanti di una spiaggia di Riccione che hanno visto la sottoscritta “bagnare” il libro.

Se nonostante quest’articolo non Vi è venuta voglia di leggere la Kinsella recuperate un articolo della Soncini sul Foglio che, in modo diverso, dice le stesse entusiastiche cose.

Se neanche la Soncini Vi convince provate a convincerVi leggendo The undomestic goddess che la Soncini, raccomandata, ha già letto, in uscita in Italia a agosto, preannunciato best seller e blockbuster movie sperando che nel cast del film il protagonista maschile non sia Russell Crowe, come invece proposto dalla Soncini, meno bello di altri divi vero Brad?
di annarita at 08:23:47 Commenta:

15/06/2005

Rubrica

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Da undici anni si tiene a Riccione a inizio estate il Premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi, voluto da Giorgio e Luciana Alpi e sponsorizzato dalle istituzioni locali.

Undici anni fa, a Mogadiscio, un commando somalo uccide una giornalista con capelli e occhi chiari e un operatore televisivo, sono gli anni della guerra civile in Somalia e dell’intervento militare americano, e italiano, per ristabilire l’ordine.

Da allora Giorgio e Luciana Alpi, invece di inscatolare le cose della figlia e farsene una ragione cercando di non impazzire, lottano, anche per Miran Hrovatin, perché si conoscano mandanti e motivazioni degli omicidi, a meno che qualcuno non riesca a convincerci che essere uccisi con un colpo alla nuca in una strada somala mentre si fa il proprio lavoro sia un fatto qualunque.

Come in ogni mistero d’Italia l’unico condannato è un disgraziato somalo, presunto colpevole in base alla testimonianza del presunto autista della giornalista e dell’operatore, in una vicenda caratterizzata da pochissime certezze.

Insabbiamenti, vuoti di memoria, accuse che ricadono su morti, omertà, indagini assegnate e tolte prima di testimonianze importanti, scontro tra Procure che è il metodo italiano per allontanare la verità, utilizzo strumentale della stampa con interviste a boss mafiosi presunti informati dei fatti pubblicate alla vigilia di scadenze importanti, perseguimento della stampa da parte delle Procure, sparizione del materiale video e cartaceo prodotto da Alpi e Hrovatin nei giorni somali che hanno preceduto gli omicidi, violazione degli effetti personali della Alpi sull’aereo che riportava i cadaveri in Italia, nessuno sa niente.

Non fanno eccezione i colleghi della Alpi.

Se da un lato molti di loro si attivano perché la verità si sappia, dall’altro i capi della Alpi hanno dichiarato di non sapere su quale pista si stesse muovendo la giornalista autorizzandola per la televisione pubblica a ripetute missioni in Somalia senza chiedere troppe spiegazioni, ma neanche poche.

La persona che sarà accusata di avere violato gli effetti personali della Alpi è un suo collega.

Qualcuno sa non parla e inquina le prove.

La Commissione d’Inchiesta presieduta dall’Avv. Taormina, che dovrebbe rendere pubblici i risultati delle indagini entro la legislatura, brancola nel buio.

Il Vice Presidente, l’On. De Blasi, in una conferenza stampa durante il Premio è riuscito a dire niente se non che stanno lavorando per la verità.

Dalle domande dei giornalisti è emerso che testimoni importanti saranno interrogati alla fine dei lavori, la Commissione ha preferito approfondire la vicenda prima di questi interrogatori con il rischio di non approfondire gli interrogatori.

Maria Angela Gritta Grainer, sostenitrice di Giorgio e Luciana Alpi e consulente della Commissione, nel libro “Ilaria Alpi. Una donna. La sua storia” (Ali Edizioni), presentato in anteprima al Premio, rivela che Alpi e  Hrovatin sono stati uccisi con un’esecuzione mediante colpi d’arma sparati a distanza ravvicinata in una strada non lontana da una postazione di militari italiani che avrebbero omesso di soccorrerli.

Per quel che serve, la Alpi era viva.

La Gritta Grainer pubblica gli articoli della Alpi e i taccuini inediti trovati nella sede Rai.

Appunti senza data, il nome di una compagnia di navi, i soldi che giravano in quegli anni in Somalia in particolare a Bosaso dove la Alpi, prima dell’agguato di Mogadiscio, si recò non per caso ma per indagare su chissà cosa.

L’ultima intervista della Alpi, trascritta integralmente nel libro, è al sultano di Bosaso, domande incentrate su traffico di rifiuti tossici o armi.

Il libro della Gritta Grainer ha il pregio della autenticità della scrittura e della minore segretezza rispetto ai politici che si rifugiano dietro gli omissis ma neanche questo lavoro certosino e appassionato fa luce sulla duplice esecuzione di Alpi e Hrovatin.

Per quanto se ne sa potrebbe essere stato chiunque, a undici anni dai fatti se non fosse per Giorgio e Luciana Alpi e i loro sostenitori non ci sarebbe nessun caso Alpi.

Il Premio riccionese è l’opportunità di riconoscere i servizi giornalistici televisivi che si sono distinti per attenzione a denuncia solidarietà giustizia, temi che hanno ispirato il lavoro della Alpi descritta come attentissima al sociale.

I premiati di quest’anno, una buona edizione, riportano il pubblico abbronzato dal primo sole e soddisfatto dagli ottimi spiedini di pesce del Cristallo a scenari di guerra, povertà, immigrazione, doping, handicap, emarginazione.

Le bombe di Nassirya, raccontate da Maria Cuffaro (Tg3) che ha filmato in diretta un assedio militare che costò la vita a un soldato italiano, immagini dominate da una luce acida che nel buio dell’assedio ha permesso le riprese.

Il giorno a Bagdad di Alessandro Bellini (Tg2) sulla paura degli iracheni che lavorano con gli occidentali di essere sequestrati e uccisi dai loro connazionali, in sottofondo un rock mussulmano a prova della commistione tra culture che forzatamente devono fondersi.

Le esercitazioni di guerra nelle servitù militari filmate da Sigfrido Ranucci (RaiNews 24), pescatori sardi che denunciano l’effetto delle bombe della basi Nato sulla pesca, belle facce bruciate dal sole che dichiarano di “essere sempre in guerra” tra guerre vere e simulate.

L’effetto della guerra dei Balcani nel servizio di Francesca Cerosimo (Sky Tg24), l’unica troupe che ha filmato la morte di uno dei troppi militari italiani ammalatisi per il contatto con l’uranio impoverito senza adeguate difese.

Il Darfur di Emanuele Piano, premio produzioni indipendenti di giornalisti freelance, e gli immigrati clandestini sbarcati a Lampedusa e fatti rimpatriare di Chrsitian Bonatesta (Rai 3), premio under 32.

Immigrati che ce l’hanno fatta sono gli algerini filmati dal francese Gregoire Deniua (France 2), per un mese ha convissuto con loro si è guadagnato la loro fiducia e ne ha filmato la traversata con una barca che faceva acqua da tutte le parti dove si occupavano i posti all’asciutto utilizzando coltelli inquadrati in primo piano, ove ci fossero dubbi.

Ce l’ha fatta la ciclista uscita dal doping, intervistata da Paola Proietti (Super 3 Roma), premio a servizi di televisioni locali, niente che non si sapesse, per fare sport agonistico bisogna prendere molte pillole mangiare poco allenarsi molto, ma ascoltarlo dalla voce di chi si è doppato fa sempre effetto.

Ce l’ha fatta Alberto Frugone, genio autistico intervistato da Carla Baroncelli (Tg2), risponde alla domande con la tastiera, mostra di aver riflettuto sulla sua malattia “voi siete sequenziali noi no”, utilizza un linguaggio ricercato, si dichiara “non insensibile al fascino delle ragazze ma loro non si accorgono di me”, sceglie il titolo del servizio “Parlando con Frugone”, esempio riuscito di superamento dell’handicap anche se nel riferimento alle ragazze sta la difficoltà di dover essere a tutti i costi normale, che vai a sapere cosa vuol dire.

Le menzioni speciali della Giuria a Enric Mirò, regista del documentario sulla vita di un cronista catalano di guerra  ucciso nel 2000, al giornalista francese Christian Chesnot per la libertà di stampa e a Alberto Nerazzini e Davide Savelli (La 7) sull’insabbiamento dei crimini di guerra verso i partigiani.

Chesnot, reso famoso dal rapimento in Iraq, è un simpatico giovane quarantenne travolto da “successo”, per la prima volta in Italia che trova “simpatica”, disponibile alle domande di Giovanni Floris nella serata di premiazione, “durante quei giorni riuscivate a lavorare?”, “eravamo in tshirt pantaloncini e scalzi” è la risposta del giornalista, senza scomporsi.

Il premio della critica, assegnato dai critici televisivi, a Riccardo Iacona (Rai 3), il pomodoro dal produttore al consumatore come simbolo dell’aumento dei prezzi, una buona inchiesta si può fare anche al banco della verdura.

Il premio alla carriera a Enzo Biagi, intervistato da Andrea Vianello in un filmato registrato e collegato telefonicamente nella serata della premiazione non perde occasione per insultare Berlusconi, “se uno è un farabutto è un farabutto”.

Berlusconi si conferma l’ossessione dei dibattiti che hanno animato le giornate riccionesi, se non fosse che i suoi critici pubblicano con Mondadori, e si conferma la tendenza al populismo, tanto caro a Saviane.

"E' vero che l'Italia è un paese di automobilisti, di tifosi e di telequizzaroli, ma è soprattutto il paese degli intellettuali (in gran parte borghesi) che si mettono, o fingono di mettersi, al servizio del popolo. Gli intellettuali svolgono attività di ricerca, di studio, produzione artistica o letteraria, si fa per dire, spettacoli, intrattenimento, cinema, teatro, giornalismo, e, ovviamente, televisione. Dalle Alpi alla Sicilia, isole comprese, ci sono più intellettuali che formiche, e si radunano sempre, dibattono e ciabattano, congressano, disputano, discutono, baruffano, chiacchierano, promettono mari e monti, ma non combinano mai niente all'infuori di ciance. Fanno venire in mente i frequenti e rumorosi raduni dei dopolavoristi al fiasco. Più sono intellettuali, e più sono vittimisti, o populisti, ma ricevono buoni stipendi e sanno tirare fuori dalle loro attività del "pensiero" ricavi e guadagni a volte smisurati. L'importante è puntellarsi a vicenda con saggi, libri, congressi, articoli, trasmissioni, interventi, e mettersi sempre dalla parte del popolo, solo a parole naturalmente, in modo che il popolo rimanga povero e loro possano continuare ad accumulare valsente. Anche perché, se il popolo non fosse più povero, gli intellettuali non potrebbero più fare i populisti. E' un'equazione di primo grado".

Prologo delle giornate riccionesi è stata la presentazione del libro, definito scottante dagli organizzatori del Premio, “La Repubblica delle Marchette” (Stampa Alternativa) di Paolo Bianchi e Sabrina Giannini, inchiesta scritta benissimo senza peli sulla lingua sull’informazione marchettara che vende la propria onestà intellettuale per una pacca sulla spalla del dirigente editoriale e del politico.

Tra il pubblico anche i rappresentati di Medici senza frontiere, l’addetto stampa Sergio Cecchini, autore di “Il diario dello tsunami” (Infinito), giornalista all’estero ma non in Italia, e Alberto Zerboni.

Il Premio Ilaria Alpi si rivela un interessante osservatorio del settore informazione, l’Assessore alla Cultura Francesco Cavalli se ne occupa come fosse un figlio e i risultati si vedono, aiutati dal fascino di Riccione.
di annarita at 09:09:54 Commenta: