16/05/2005

Rubrica

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Sono passati undici anni da quando Jack Frusciante è uscito dal gruppo.

Enrico Brizzi, sulla scia dei grandi autori del Novecento che forse allora non aveva letto, racconta la formazione del suo alter ego attraverso il superamento o la somatizzazione della “sensazione di irrimediabilità delle cose” cui non sapeva neanche dare un nome.

Set del non inevitabile passaggio all’età adulta i colli bolognesi, colonna sonora la musica rock, elemento che accelera la crescita, da Dante in poi, un volto di donna.

Incontriamo Brizzi alla Fiera del Libro e lo intervistiamo seduti sui gradini del retro, sorvolati, letteralmente, da scolaresche che obbligate a intervenire alla manifestazione e deluse per non aver trovato posto alla presentazione di Ficarra e Picone non hanno altro da fare che cercare di calpestarci mentre lui, imperturbabile, parla di libri e fuma qualche sigaretta.

Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall’Argentario al Conero (Mondadori) è il nuovo libro di un trentenne travolto da immediato successo che, indenne alla giuria di San Remo, quando fu accusato di aver votato per non so chi, alle strizzate d’occhio della cosiddetta cultura giovane, alle mode e ai profumi di Milano e Roma, vive a Bologna e, alla faccia del “sogno di sposare a cinquantacinque anni una diciottenne”, è sposato con tre figlie e mette “la narrativa al centro dell’esistenza”.

Autobiografismo.

Il fatto che Jack Frusciante è autobiografico è stato accettato da tutti. Bastogne, considerato meno autobiografico, è la biografia della stessa persona. E’ strano che qualcuno sottolinei l’autobiografia nei miei libri, è piuttosto adesione alla prosa, le esperienze sono al centro di quello che mi interessa fare se interessa anche agli altri, se si tratta di esperienze universali.

Nell’Intro di Nessuno lo saprà descrive in modo deprimente la procreazione, lo studio trasferito nel ripostiglio, la non abitudine a condividere ventiquattrore al giorno con la neomamma che prima della maternità usciva alle sette per andare in ufficio e dopo passa le giornate al computer per scoprire come crescere un adulto non frustrato, ad esempio allattando fino a tre anni, preoccupandosi poco delle frustrazioni del neopadre che prende e parte, a piedi, nell’Italia centrale. E’ una fuga?

L’Intro la definirei realistica, prende spunto dalle esperienze dei miei coetanei e non solo, Goffredo Parise avrà provato questo. E’ un modello maschile di esperienze paterne. Il viaggio non è una fuga in orizzontale ma una sperimentazione in verticale, camminare per sentirsi tutt’uno con il sentiero. Un’uscita dal mondo, come per le droghe, un bisogno fisico di perdersi.

Ho viaggiato a piedi fin da ragazzo, prima tratta Bologna Firenze, e da allora è l’unico modo, progetto una camminata da Nord a Sud dell’Italia.

A diciotto anni lo stadio, o le manifestazioni, sono una ribellione biologica, con tutta la violenza che implicano. A Genova nei giorni del G8 capimmo subito che ci sarebbe stato un problema con le forze dell’ordine, che avrebbero usato la violenza premeditata e evitammo le manifestazioni più pericolose.

Dopo i diciotto anni una ribellione potrebbe essere viaggiare a piedi.

Il libro racconta il viaggio a piedi di tre settimane da un capo all’altro dell’Italia centrale fatto in compagnia di amici che, per ragioni di lavoro, si sono alternati al mio fianco una settimana ciascuno dandoci appuntamento in casolari sperduti su traiettorie isolate.

Anche se prima di partire avevo una gran voglia di farlo, del viaggio ricordo soprattutto la nostalgia per mia figlia che allora aveva sei mesi, mi chiedevo come l’avrei trovata cambiata.

L’episodio più simbolicamente sorprendente è la diffidenza nei nostri confronti.

In alcuni casi ci accoglievano e si raccontavano, in altri anche i bambini ci scambiavano per albanesi, avevamo barba lunga e poche docce addosso, ci insultavano.

La politica.

Ho le mie idee politiche ma le limito a quello che pubblico, non sopporto essere etichettato.

Ci sono autori che hanno costruito carriere intere sulla politica.

All’inizio della carriera sono stato schematizzato nel ventenne che vende e diventa personaggio se fa discutere con il rischio di essere isolato come un sorvegliato speciale dalle oligarchie editoriali o sopraffatto dalle etichette.

L’effetto della televisione sui libri è che ci sono grandi ascese e grandi cadute ma l’esempio di Parise e Calvino incoraggia a continuare.

All’epoca di Jack Frusciante avevo pochi strumenti per gestire il successo, mi si aprirono possibilità immediate da sfruttare con risultati garantiti ma sono stato l’unico a rispedire alla Rai un contratto da firmare perché la burocrazia avrebbe prevalso sull’autonomia.

Mi hanno offerto rubriche settimanali che sarebbero state bombe nel culo, ho rifiutato.

Un quotidiano ha recensito Tre ragazzi immaginari a tutta pagina entusiasticamente e per i cinque anni successivi mi ha ignorato.

Un critico del quotidiano concorrente ha stroncato i miei libri per tre uscite di fila, senza che  affidassero la recensione dei miei libri a qualcuno meno prevenuto.

Ho risposto mettendo la narrativa al centro dell’esistenza.

Scriverebbe un romanzo di formazione per coloro che hanno superato i trenta e i quaranta?

Le stagioni della vita si estendono ma non abbastanza da giustificare che si formi una famiglia tardi, fuori dell’età in cui devi formarti.

Ho visto amici quarantacinquenni inseguire i figli all’asilo e, causa panza, non riuscire a prenderli, a cinquant’anni non puoi andare a fare un master.
Se sei uno scrittore, se c’è stoffa tecnica e buona scrittura, scrivi quello che devi scrivere, fai quello che sai fare, alla scrittura non si rinuncia.

di annarita at 08:37:27 Commenta: