11/05/2005
Rubrica
Una donna che compie diciotto anni simbolicamente diventa adulta, anche se prima di uscire dalla cameretta da adolescente mettere al mondo figli guadagnare abbastanza soldi da essere indipendente permettersi una borsa griffata passeranno molti anni durante i quali questi elementi di incertezza saranno dalla donna volti a suo vantaggio per sembrare più giovane, l’aspetto da adolescente è molto à la page, e vestirsi in jeans.
La Fiera del Libro di Torino, che ha compiuto diciotto anni nell’edizione di quest’anno, mostra, su questo concordano tutti, le prime rughe dando ragione ai detrattori che, da ieri o da sempre, invocano un rinnovamento in quella che dovrebbe essere la principale manifestazione culturale italiana se non altro stando ai numeri con i visitatori che superano i duecentomila e gli spettatori degli eventi i settantacinquemila, dati forniti dall’organizzazione della Fiera.
Ai numeri si potrebbe rispondere con le impressioni, ugualmente passibili di imprecisione.
Quest’anno si riusciva ad andare in bagno mangiare qualcosa con poca fila e molti soldi, due euro per un gelato confezionato, sfogliare i libri negli stand fermarsi a parlare con i conoscenti senza essere travolti dalla folla e sedersi senza dover scegliere gli eventi meno gettonati.
L’assenza dei comici e dei personaggi televisivi, eccetto Chiambretti che si dirigeva allo stand Rai, auspicata da tutti e realizzata in questa edizione da Ferrero e Picchioni, a capo della Fondazione che organizza la Fiera, ha indotto il pubblico che guarda la televisione e legge poco ad andare al mare, a Torino si sfioravano i ventidue gradi.
La riduzione dell’affluenza in Fiera, mi fa notare l’editore Alessandro Laterza incontrato ad un checkin, potrebbe essere dovuta all’elevato prezzo dei biglietti, otto euro il giornaliero e diciotto euro l’abbonamento, e al fatto che gli editori non possono fare sconti, lo stesso Laterza sarebbe favorevole, mi smentirà, a vendite a prezzo scontato pur essendo tra i pochi che in Fiera hanno venduto a prezzo pieno.
Sergio Fanucci, altro editore romano, dichiara vendite dimezzate ma si tira su con una torta di compleanno e musica a palla, candidandosi al premio per lo stand più rumorosamente simpatico.
Al calo delle vendite e del pubblico, per dovere di cronaca ma con molte perplessità, vanno aggiunte le bordate contro gli organizzatori accusati di non essere abbastanza giovani, pronunciato con molte “g”, come se anche i libri richiedessero brufoli e non sedimentazione di esperienze.
Il sostituto di Ferrero e Picchioni secondo i giornali potrebbe essere Baricco che diventerebbe il primo scrittore editore, socio di Fandango libri, insegnante di scrittura fondista in un quotidiano a organizzare le manifestazioni letterarie prima di farsi assumere nel reparto vendite di una libreria megastore.
Sotto la coltre, non spessa come appare, di calo di pubblico e vendite c’è indomito e spavaldo il fascino della Fiera del Libro che se resiste da diciotto anni ci sarà una ragione.
Iniziamo da chi vende, nonostante l’euro e i luoghi non troppo comuni che sentiamo ogni giorno in tram.
Laterza, i dati forniti dall’editore danno le vendite di “Torino è casa mia” di Giuseppe Culicchia a quota mille copie nei giorni fieristici, guida, ma non solo, ad una città spesso sottovalutata che nasconde dietro il tradizionale riserbo piemontese molta voglia di fare per esorcizzare le difficoltà dell’economia mondiale, a Torino denominate Fiat.
Stampa Alternativa, stand provocatorio a cura di Marcello Baraghini, definito non a caso “duro e puro”, ha fatto il pieno di vendite e il best seller si conferma “La Repubblica delle Marchette” di Paolo Bianchi e Sabrina Giannini in ristampa per la seconda edizione con la promessa, da parte degli autori, di continuare l’inchiesta sulla pubblicità occulta che inquina il mondo dell’informazione e le nostre teste.
Baraghini, intervistato sulle buone vendite in Fiera in controtendenza con il resto degli editori, ricorda ai distratti che i suoi libri, in linea con l’emarginazione della cosiddetta editoria minore, sono difficili da trovare nelle librerie e i lettori approfittano delle grandi manifestazioni per acquistarli.
Se individuare nel “sogno” il tema della Fiera è stato un azzardo pagato con un programma denso come l’olio di mare, denso e urticante, altri sono i mondi esplorati, con più o meno successo, dagli autori e richiesti dal pubblico.
La famiglia.
Nonostante la patina demodé i trentatreenni che vivono con la mamma la precarietà del lavoro i delitti mediatici, la famiglia resta l’Istituzione.
E’ d’accordo Vittorino Andreoli, psichiatra di fama, autore di “Lettera alla tua famiglia” (Rizzoli) seguito del fortunato “Lettera a un adolescente” (Rizzoli).
Vestito bene “come quando andavo alle fiere dei cavalli”, ottimista alla faccia delle storie efferate che ascolta per lavoro, invita a difendere la famiglia dalla stanchezza quotidiana a costo di mettere da parte le tute e i vestiti da casa e indossare, per cena davanti ai figli, la cravatta più bella, a costo di andare a dormire insieme, marito e moglie, spegnere la luce e “non si sa mai”, guadagnandosi l’applauso di una platea prevalentemente femminile.
Enrico Brizzi nel libro “Nessuno lo saprà” (Mondadori) fa viaggiare a piedi un trentenne, che gli assomiglia molto, da un capo all’altro dell’Italia centrale come scoperta di sé ma anche fuga con ritorno dalla paternità.
Le prime pagine descrivono la paternità dal punto di vista maschile con lo studio che diventa la camera del neonato e la neomamma, che usciva alle sette per andare in ufficio, che passa tutta la giornata in Internet a cercare consigli su come tirare su adulti non frustrati, per esempio allattando fino ai tre anni, preoccupandosi meno di come non far sentire frustrato il neopadre.
Brizzi, autore di un best seller a 19 anni, a 30 è sposato con figlie e del viaggio a piedi raccontato nel libro dichiara in pubblico di ricordare il senso di nostalgia che gli prese pensando alla figlia, allora di sei mesi, che lo aspettava a casa.
Alessandro Piperno deve il successo di “Con le peggiori intenzioni” (Mondadori) alla famiglia Sonnino, esponenti della borghesia ebraica romana inclini alle passioni e alla dolce vita.
Non un inno alla famiglia ma la conferma, se mai avessimo avuto dubbi, che quanto succede laddove nasciamo potrebbe servirci per scrivere un romanzo, nel migliore dei casi da centomila copie, che compensi le spese di analisi che alcune famiglie comportano.
Atteso con clamore, preceduto da articoli che elogiavano il suo tenere il libro nel bagno, tacciato di dandismo che sapendo cos’è se ne potrebbe parlare, reso umano dal tifo calcistico, rivela, davanti ai vertici Mondadori, il vero scoop della Fiera, “vivo con la mamma”.
In una presentazione meno affollata delle previsioni Piperno conferma la spigliatezza mostrata in televisione, fa sapere che si considera migliore come lettore che come scrittore, cita la letteratura mondiale non con il numero di pagina ma quasi, considera gli antidepressivi un buon antidoto al successo, che non fa schifo a nessuno, prospetta un ciclo di romanzi con gli stessi protagonisti del libro per raccontare la storia di una famiglia alla maniera di Balzac, difende i suoi mentori e ammette di essersi prestato al gioco, il successo non fa schifo a nessuno.
Nel complesso, però, sembra diverso dal personaggio che i media, o chi per loro, hanno bisogno di scovare per rendere meno paludato il mondo dei libri che sarebbe appassionante anche senza spot pubblicitari camuffati da articoli.
I luoghi di guerra.
Monica Maggioni, grintosa e sorridente, ascolta non senza imbarazzo paragoni al new journalism di Truman Capote e racconti su esordi non impeccabili ma brillanti, come ricorda il direttore della “Stampa” Marcello Sorgi che la assunse al Tg1 e ne intuì le doti televisive.
La Maggioni in “Dentro la guerra” (Longanesi), reportage e non romanzo, racconta l’esperienza da embedded ovvero corrispondente dalle truppe americane in Iraq, con le quali ha condiviso spostamenti notturni tende e pessimo cibo precotto.
Un libro che dall’inizio svela la determinazione con la quale la giornalista riesce a raccontare la guerra da embedded, passando da un alto ufficiale all’altro per i permessi necessari ottenendoli anche per il senso di colpa di un soldato americano che aveva fatto la bravata di volare a bassa quota su una spiaggia italiana e in qualche modo doveva sdebitarsi., grinta ben rappresentata da eleganza firmata e scarpe pitonate, adatte ad un vernissage più che ad una Fiera, e dalla disarmante affermazione che si è “arruolata” perché i fronti dell’informazione sulla guerra in Iraq erano già stati assegnati, gli alberghi di lusso pieni di inviate truccate.
Lucia Vastano, “Tutta un’altra musica in casa Buz” (Salani), è una freelance con innata passione per i viaggi, senza paura della guerra.
L’Afghanistan del libro della Vastano, romanzo e non reportage, utilizza la realtà dei burqa per denunciare la guerra e mostrare ai lettori gli aspetti moderni e tradizionali di una famiglia afgana, dove adolescenti vanno nei posti proibiti e genitori cercano, per quel che possono, di costruire un futuro migliore.
Un’altra donna che si lancia nell’esplorazione della guerra per coraggio, carrierismo, non sembra il caso della Vastano, o vanità, che può avere anche un’accezione positiva.
Da segnalare la splendida copertina con una fotografia, fatta dall’autrice, di una bambina bionda con gli occhi chiari che sotto un velo sorride felice per chissà cosa.
Lingua Madre, tra parole e musica, progetto della Regione Piemonte e della Fiera del Libro, ideale continuazione di Terra Madre, iniziativa di Slow Food che al Salone del Gusto 2004 ha visto la partecipazione di cinquemila contadini che a Torino hanno portato le loro colture tradizionali per valorizzare l’identità culturale.
Alla Fiera non contadini ma scrittori poeti saggisti da ogni parte del mondo impegnati a difendere il patrimonio culturale d’origine e vincere la sfida, non facile, di scrivere in una lingua d’arrivo, prevalentemente francese e inglese.
Dall’Algeria ma da molti anni in Italia, insegna nelle Università di Trieste e Urbino, utilizzatore non impacciato della nostra come lingua d’arrivo, Fouad K. Allam, giornalista di “Repubblica” e autore di “Lettera a un kamikaze” e “L’Islam globale” (entrambi Rizzoli), ha animato una conversazione su “rendere più leggero il peso della memoria”.
Seduto su uno sgabello, in mano il manoscritto del romanzo che uscirà a novembre per Rizzoli, ha evocato con grande classe, leggendone in anteprima alcune pagine, mondi non così lontani come sembrano, animati a Oriente e Occidente dai sentimenti, nel caso del romanzo di Allam da un amore contrastato nato in giovane età e cresciuto con i colori chiari e i suoni colorati algerini.
I politici, molti e accuratamente non nominati.
Segnaliamo però che il Ministro dei Beni Culturali si è accorto della Fiera al quinto giorno e ha preso l’aereo per Torino con la coda tra le gambe mentre il Presidente del Senato, anch’egli in Fiera il quinto giorno, auspica una imprecisata legge per i libri, tremiamo all’idea.
A margine di vendite libri conferenze c’è il divertimento che, per gli appassionati, coincide con tutto ciò che ha a che fare con i libri.
Feste esclusive delle grandi case editrici, e dicono che non hanno soldi, dalle quali ci siamo tenuti rigorosamente lontani soprattutto perché non invitati.
Serata alla Fondazione Re Rebaudengo, con buffet di tartine “pagato dai notai”, come ha detto un’addetta dei notai, e non dalla casa editrice che ha presentato un libro in un’altra sala, prima di ignorare le tartine abbiamo assaggiato quelle all’uovo.
La tendenza è il ritorno dei tacchi alti anche in Fiera, quei dieci centimetri che fanno tutte più belle.
La rivelazione della Fiera, vincitore fuori concorso, è Silvio Bernelli, autore di un bel libro, “I ragazzi del Mucchio” (Sironi), in uscita a settembre con un libro dalla trama segreta, esponente dell’hard rock punk, famoso il disco di qualche decennio fa ma reperibile online dal meraviglioso titolo “Osservati dall’inganno”, raccontatore di aneddoti tra musica libri e voglia di divertirsi aiutati dalle birre e dall’atmosfera del quadrilatero torinese.
La pubblicità più imbarazzante, per rilanciare la “Stampa” attori con volti pieni di cerone bianco gobba cappe nere appaiono nei luoghi di ritrovo torinesi con il volto coperto dalla “Stampa” e un’espressione simile alla follia che induce a pensare che i fondi per la pubblicità siano stati forniti dai giornali concorrenti.
In un’ideale staffetta culturale tra Torino e Roma, nel 2006 collaboreranno al progetto “Capitale del Libro”, Claudio Magris ha presentato al teatro Piccolo Eliseo il nuovo vendutissimo libro, risultato il più rubato alla Fiera, “Alla cieca” (Garzanti) davanti ad un pubblico numeroso che ha ascoltato con attenzione relatori colti, lo scrittore Doninelli il critico Ferroni il giornalista Dorfles, sviscerare alcuni dei molteplici significati della fatica di Magris che evidentemente stimola approfondimenti, facendo venire una gran voglia di leggerla.
Il triestino Magris, colto e raffinato, narra, con le dovute concessioni al romanzo, le vicende realmente accadute di Jorgen Jorgensen, re d’Islanda per pochi giorni condannato ai lavori forzati in un’isola dell’emisfero australe da lui stesso fondata viaggiatore avventuriero, dichiarò di aver combattuto a Waterloo, romanziere, Magris ha trovato tra i manoscritti in inglese di Jorgensen anche due romanzi.
In un manicomio, dove sono ambientati molti libri di Magris, Jorgensen risponde all’interrogatorio di un medico, le domande fondamentali dell’esistenza, con il sovrapporsi di emisfero boreale e emisfero australe passato e presente donne declinate nel nome Maria, diventando l’escamotage che l’autore sapientemente utilizza per condannare il buio di ogni forma di tirannia affidando all’amore gli sprazzi di luce e ottimismo.