23/05/2005
Rubrica
Una delle poche volte in cui ho scritto di un libro non letto, del quale avevo assistito alla presentazione, un lettore indignato rivendicò i soldi spesi, a suo dire male, per l’acquisto di quel libro sulla base delle mie parole.
Me la cavai spedendogli un altro libro e quando il lettore mi rispose, indignato, che non era di suo gradimento capii che poteva trattarsi di uno psicopatico, o qualcuno con gusti letterari diversi dai miei, e mi ripromisi di scrivere di libri letti anche solo in qualche pagina.
“Perceber” di Leonardo Colombati (Sironi) non l’ho neanche sfogliato, premessa necessaria per evitare e-mail di protesta che, nel caso, potete inviare all’Editore.
Il libro è stato presentato in anteprima alla Fiera del Libro di Torino e a Roma, all’Officina Arte al Borghetto, deposito Fiat trasformato in spazio culturale segnalato al pubblico numeroso e altolocato da fiaccole che si confondevano con il chiarore della sera non fredda.
A presentare il libro, provenienti da “Nuovi Argomenti” dove collabora lo stesso Colombati, Mario Desiati Alessandro Piperno e Enzo Siciliano.
“Perceber”, si legge nel sito Sironi, è un chiassoso romanzo eroicomico sul Nulla in cui si combinano la Cabala e la pornografia, il rock e il Caffè-concerto, la psicanalisi e l’idealismo berkeleyano, il feng-shui e l’architettura futurista, la cronaca e il Mito.
Il romanzo narra le vicende sovrapposte di tre personaggi bizzarri, un giornalista un medico ossessionato dal sogno di due gemelle ritratte sulla copertina di un disco rock, elemento cabalistico, e un avvocato in pensione che cercherà di realizzare un fantomatico Piano avente ad oggetto Roma.
L’escamotage narrativo per sovrapporre giornalista medico e avvocato è l’amputazione della gamba di un passante causata da un tram il 6 luglio 2000, data che forse nella Cabala vuol dire qualcosa.
La gamba amputata sparisce sullo sfondo di mafia cinese, rabbini, puttane, statue parlanti, personaggi realmente esistiti e una cittadina spagnola, la Perceber del titolo, dove sono vietati il silenzio il bianco e lo zero.
Leggendo le note editoriali, ascoltando Leonardo Colombati e Giulio Mozzi, Editore e ideatore dell’operazione Perceber, si ha l’impressione che l’attrazione del libro consista nella pienezza non solo quantitativa, nell’affollamento di spunti personaggi situazioni riferimenti colti e popolari, Mito e Cabala, ammesso che qualcuno sappia cos’è il Mito e cos’è la Cabala, nell’ambizione, non nascosta, di aver prodotto un romanzo di difficile comprensione, “illeggibile” ha scritto un critico specificando che non sempre trattasi di insulto.
L’esordio di Colombati e i suoi sostenitori.
Desiati racconta di aver introdotto il dattiloscritto di “Perceber” in redazione “mentre le principali case editrici se lo contendevano”, stimolando la curiosità di Piperno e Siciliano.
Piperno, che allora aveva scritto ma non pubblicato il libro che gli avrebbe dato fama polemiche e molti paragoni scomodi, contattò Colombati e scoprì più di una affinità, “stesse feste, stessa difficoltà a indignarsi, in fuga da un’adolescenza dorata (Piperno lo dice in francese ma qui non mi sembrava il caso), pensiamo solo a mangiare (Piperno lo dice in romanesco ma qui non mi sembrava il caso), appassionati di Saul Bellow e letteratura americana, viviamo e lavoriamo a Roma”.
Roma è la vera protagonista di questa cosa che assomiglia ad una corrente letteraria, senza scomodare illustri predecessori non paragonabili ad autori trentenni al primo libro.
Colombati dichiara di avere iniziato a scoprire la bellezza di Roma quando soggiornò all’estero per due anni e al rientro iniziò “un progetto folle nato da un spunto polemico, fare una mappa topografica di Roma, raccontare quartiere per quartiere per colmare una carenza della letteratura degli ultimi trent’anni, il cinema italiano se gira un film a Roma fa in modo che non si capisca inquadrando il gasometro della Magliana ma non il Colosseo”.
A parte che verrebbe da chiedersi quali film vede Colombati, il progetto ambizioso prende corpo e diventa “Perceber” ammantato di quell’energia positiva che genera scambi e collaborazioni.
Desiati Piperno e Colombati diventano amici, collaboratori di “Nuovi Argomenti” e buoni clienti della ristorazione romana.
Siciliano, paragonato da Piperno “al Padreterno”, attribuisce a Colombati una scrittura “trasparente” e evidenzia le similitudini con il romanzo inglese del Settecento, in un contesto nel quale abbondano i complimenti.
Mozzi conosce Colombati e capisce di avere di fronte “non solo un autore ma un artista vero, la persona più civilmente scapestrata che conosco”, lo pubblica, spende di tasca sua quattrocento Euro per il sito www.perceber.com e si dice “contento che il libro sia riuscito a farsi conoscere”, indipendentemente dalle vendite.
Dal canto suo Colombati, come Piperno, si dichiara un lettore forte, “tutto iniziò con il Tom Jones di Fielding che mi regalarono quando avevo dieci anni, sono appassionato di romanzi, Bellow e la letteratura americana, se leggo Roth desidero vivere a New York che invece è uno dei posti più brutti del mondo, mi sono proposto di fare lo stesso per Roma”.
Scrittori esordienti accomunati dall’urgenza di sottolineare che, nonostante il cazzeggio la vita ostentatamente altolocata la gioventù dorata le belle giacche, aspetti per nulla deprecabili, hanno letto i classici, quasi potrebbero citarli a memoria, e se a qualcuno devono ispirarsi sono Musil o La Capria i russi o i gli ebrei americani, mai che citassero a modello “I love shopping” di Sophie Kinsella.
Tuttavia Piperno e Colombati hanno il merito di aver rilanciato, indipendentemente da giudizi qualitativi, il genere “romanzo” risvegliando la letteratura italiana intristita da minimalismo e scimmiottamento dei giovani scrittori americani prodotti in vitro nelle scuole di scrittura.
Piperno ambisce a scrivere un ciclo di romanzi con gli stessi personaggi alla maniera di Balzac, anche la Kinsella lo fa nei libri shopaholic, e Colombati scrive il libro d’esordio con “tutto quello che so negli ultimi vent’anni” trasmettendo, alla faccia di ogni minimalismo, voglia di fare.16/05/2005
Rubrica
Sono passati undici anni da quando Jack Frusciante è uscito dal gruppo.
Enrico Brizzi, sulla scia dei grandi autori del Novecento che forse allora non aveva letto, racconta la formazione del suo alter ego attraverso il superamento o la somatizzazione della “sensazione di irrimediabilità delle cose” cui non sapeva neanche dare un nome.
Set del non inevitabile passaggio all’età adulta i colli bolognesi, colonna sonora la musica rock, elemento che accelera la crescita, da Dante in poi, un volto di donna.
Incontriamo Brizzi alla Fiera del Libro e lo intervistiamo seduti sui gradini del retro, sorvolati, letteralmente, da scolaresche che obbligate a intervenire alla manifestazione e deluse per non aver trovato posto alla presentazione di Ficarra e Picone non hanno altro da fare che cercare di calpestarci mentre lui, imperturbabile, parla di libri e fuma qualche sigaretta.
Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall’Argentario al Conero (Mondadori) è il nuovo libro di un trentenne travolto da immediato successo che, indenne alla giuria di San Remo, quando fu accusato di aver votato per non so chi, alle strizzate d’occhio della cosiddetta cultura giovane, alle mode e ai profumi di Milano e Roma, vive a Bologna e, alla faccia del “sogno di sposare a cinquantacinque anni una diciottenne”, è sposato con tre figlie e mette “la narrativa al centro dell’esistenza”.
Autobiografismo.
Il fatto che Jack Frusciante è autobiografico è stato accettato da tutti. Bastogne, considerato meno autobiografico, è la biografia della stessa persona. E’ strano che qualcuno sottolinei l’autobiografia nei miei libri, è piuttosto adesione alla prosa, le esperienze sono al centro di quello che mi interessa fare se interessa anche agli altri, se si tratta di esperienze universali.
Nell’Intro di Nessuno lo saprà descrive in modo deprimente la procreazione, lo studio trasferito nel ripostiglio, la non abitudine a condividere ventiquattrore al giorno con la neomamma che prima della maternità usciva alle sette per andare in ufficio e dopo passa le giornate al computer per scoprire come crescere un adulto non frustrato, ad esempio allattando fino a tre anni, preoccupandosi poco delle frustrazioni del neopadre che prende e parte, a piedi, nell’Italia centrale. E’ una fuga?
L’Intro la definirei realistica, prende spunto dalle esperienze dei miei coetanei e non solo, Goffredo Parise avrà provato questo. E’ un modello maschile di esperienze paterne. Il viaggio non è una fuga in orizzontale ma una sperimentazione in verticale, camminare per sentirsi tutt’uno con il sentiero. Un’uscita dal mondo, come per le droghe, un bisogno fisico di perdersi.
Ho viaggiato a piedi fin da ragazzo, prima tratta Bologna Firenze, e da allora è l’unico modo, progetto una camminata da Nord a Sud dell’Italia.
A diciotto anni lo stadio, o le manifestazioni, sono una ribellione biologica, con tutta la violenza che implicano. A Genova nei giorni del G8 capimmo subito che ci sarebbe stato un problema con le forze dell’ordine, che avrebbero usato la violenza premeditata e evitammo le manifestazioni più pericolose.
Dopo i diciotto anni una ribellione potrebbe essere viaggiare a piedi.
Il libro racconta il viaggio a piedi di tre settimane da un capo all’altro dell’Italia centrale fatto in compagnia di amici che, per ragioni di lavoro, si sono alternati al mio fianco una settimana ciascuno dandoci appuntamento in casolari sperduti su traiettorie isolate.
Anche se prima di partire avevo una gran voglia di farlo, del viaggio ricordo soprattutto la nostalgia per mia figlia che allora aveva sei mesi, mi chiedevo come l’avrei trovata cambiata.
L’episodio più simbolicamente sorprendente è la diffidenza nei nostri confronti.
In alcuni casi ci accoglievano e si raccontavano, in altri anche i bambini ci scambiavano per albanesi, avevamo barba lunga e poche docce addosso, ci insultavano.
La politica.
Ho le mie idee politiche ma le limito a quello che pubblico, non sopporto essere etichettato.
Ci sono autori che hanno costruito carriere intere sulla politica.
All’inizio della carriera sono stato schematizzato nel ventenne che vende e diventa personaggio se fa discutere con il rischio di essere isolato come un sorvegliato speciale dalle oligarchie editoriali o sopraffatto dalle etichette.
L’effetto della televisione sui libri è che ci sono grandi ascese e grandi cadute ma l’esempio di Parise e Calvino incoraggia a continuare.
All’epoca di Jack Frusciante avevo pochi strumenti per gestire il successo, mi si aprirono possibilità immediate da sfruttare con risultati garantiti ma sono stato l’unico a rispedire alla Rai un contratto da firmare perché la burocrazia avrebbe prevalso sull’autonomia.
Mi hanno offerto rubriche settimanali che sarebbero state bombe nel culo, ho rifiutato.
Un quotidiano ha recensito Tre ragazzi immaginari a tutta pagina entusiasticamente e per i cinque anni successivi mi ha ignorato.
Un critico del quotidiano concorrente ha stroncato i miei libri per tre uscite di fila, senza che affidassero la recensione dei miei libri a qualcuno meno prevenuto.
Ho risposto mettendo la narrativa al centro dell’esistenza.
Scriverebbe un romanzo di formazione per coloro che hanno superato i trenta e i quaranta?
Le stagioni della vita si estendono ma non abbastanza da giustificare che si formi una famiglia tardi, fuori dell’età in cui devi formarti.
Ho visto amici quarantacinquenni inseguire i figli all’asilo e, causa panza, non riuscire a prenderli, a cinquant’anni non puoi andare a fare un master.
Se sei uno scrittore, se c’è stoffa tecnica e buona scrittura, scrivi quello che devi scrivere, fai quello che sai fare, alla scrittura non si rinuncia.
11/05/2005
Rubrica
Una donna che compie diciotto anni simbolicamente diventa adulta, anche se prima di uscire dalla cameretta da adolescente mettere al mondo figli guadagnare abbastanza soldi da essere indipendente permettersi una borsa griffata passeranno molti anni durante i quali questi elementi di incertezza saranno dalla donna volti a suo vantaggio per sembrare più giovane, l’aspetto da adolescente è molto à la page, e vestirsi in jeans.
La Fiera del Libro di Torino, che ha compiuto diciotto anni nell’edizione di quest’anno, mostra, su questo concordano tutti, le prime rughe dando ragione ai detrattori che, da ieri o da sempre, invocano un rinnovamento in quella che dovrebbe essere la principale manifestazione culturale italiana se non altro stando ai numeri con i visitatori che superano i duecentomila e gli spettatori degli eventi i settantacinquemila, dati forniti dall’organizzazione della Fiera.
Ai numeri si potrebbe rispondere con le impressioni, ugualmente passibili di imprecisione.
Quest’anno si riusciva ad andare in bagno mangiare qualcosa con poca fila e molti soldi, due euro per un gelato confezionato, sfogliare i libri negli stand fermarsi a parlare con i conoscenti senza essere travolti dalla folla e sedersi senza dover scegliere gli eventi meno gettonati.
L’assenza dei comici e dei personaggi televisivi, eccetto Chiambretti che si dirigeva allo stand Rai, auspicata da tutti e realizzata in questa edizione da Ferrero e Picchioni, a capo della Fondazione che organizza la Fiera, ha indotto il pubblico che guarda la televisione e legge poco ad andare al mare, a Torino si sfioravano i ventidue gradi.
La riduzione dell’affluenza in Fiera, mi fa notare l’editore Alessandro Laterza incontrato ad un checkin, potrebbe essere dovuta all’elevato prezzo dei biglietti, otto euro il giornaliero e diciotto euro l’abbonamento, e al fatto che gli editori non possono fare sconti, lo stesso Laterza sarebbe favorevole, mi smentirà, a vendite a prezzo scontato pur essendo tra i pochi che in Fiera hanno venduto a prezzo pieno.
Sergio Fanucci, altro editore romano, dichiara vendite dimezzate ma si tira su con una torta di compleanno e musica a palla, candidandosi al premio per lo stand più rumorosamente simpatico.
Al calo delle vendite e del pubblico, per dovere di cronaca ma con molte perplessità, vanno aggiunte le bordate contro gli organizzatori accusati di non essere abbastanza giovani, pronunciato con molte “g”, come se anche i libri richiedessero brufoli e non sedimentazione di esperienze.
Il sostituto di Ferrero e Picchioni secondo i giornali potrebbe essere Baricco che diventerebbe il primo scrittore editore, socio di Fandango libri, insegnante di scrittura fondista in un quotidiano a organizzare le manifestazioni letterarie prima di farsi assumere nel reparto vendite di una libreria megastore.
Sotto la coltre, non spessa come appare, di calo di pubblico e vendite c’è indomito e spavaldo il fascino della Fiera del Libro che se resiste da diciotto anni ci sarà una ragione.
Iniziamo da chi vende, nonostante l’euro e i luoghi non troppo comuni che sentiamo ogni giorno in tram.
Laterza, i dati forniti dall’editore danno le vendite di “Torino è casa mia” di Giuseppe Culicchia a quota mille copie nei giorni fieristici, guida, ma non solo, ad una città spesso sottovalutata che nasconde dietro il tradizionale riserbo piemontese molta voglia di fare per esorcizzare le difficoltà dell’economia mondiale, a Torino denominate Fiat.
Stampa Alternativa, stand provocatorio a cura di Marcello Baraghini, definito non a caso “duro e puro”, ha fatto il pieno di vendite e il best seller si conferma “La Repubblica delle Marchette” di Paolo Bianchi e Sabrina Giannini in ristampa per la seconda edizione con la promessa, da parte degli autori, di continuare l’inchiesta sulla pubblicità occulta che inquina il mondo dell’informazione e le nostre teste.
Baraghini, intervistato sulle buone vendite in Fiera in controtendenza con il resto degli editori, ricorda ai distratti che i suoi libri, in linea con l’emarginazione della cosiddetta editoria minore, sono difficili da trovare nelle librerie e i lettori approfittano delle grandi manifestazioni per acquistarli.
Se individuare nel “sogno” il tema della Fiera è stato un azzardo pagato con un programma denso come l’olio di mare, denso e urticante, altri sono i mondi esplorati, con più o meno successo, dagli autori e richiesti dal pubblico.
La famiglia.
Nonostante la patina demodé i trentatreenni che vivono con la mamma la precarietà del lavoro i delitti mediatici, la famiglia resta l’Istituzione.
E’ d’accordo Vittorino Andreoli, psichiatra di fama, autore di “Lettera alla tua famiglia” (Rizzoli) seguito del fortunato “Lettera a un adolescente” (Rizzoli).
Vestito bene “come quando andavo alle fiere dei cavalli”, ottimista alla faccia delle storie efferate che ascolta per lavoro, invita a difendere la famiglia dalla stanchezza quotidiana a costo di mettere da parte le tute e i vestiti da casa e indossare, per cena davanti ai figli, la cravatta più bella, a costo di andare a dormire insieme, marito e moglie, spegnere la luce e “non si sa mai”, guadagnandosi l’applauso di una platea prevalentemente femminile.
Enrico Brizzi nel libro “Nessuno lo saprà” (Mondadori) fa viaggiare a piedi un trentenne, che gli assomiglia molto, da un capo all’altro dell’Italia centrale come scoperta di sé ma anche fuga con ritorno dalla paternità.
Le prime pagine descrivono la paternità dal punto di vista maschile con lo studio che diventa la camera del neonato e la neomamma, che usciva alle sette per andare in ufficio, che passa tutta la giornata in Internet a cercare consigli su come tirare su adulti non frustrati, per esempio allattando fino ai tre anni, preoccupandosi meno di come non far sentire frustrato il neopadre.
Brizzi, autore di un best seller a 19 anni, a 30 è sposato con figlie e del viaggio a piedi raccontato nel libro dichiara in pubblico di ricordare il senso di nostalgia che gli prese pensando alla figlia, allora di sei mesi, che lo aspettava a casa.
Alessandro Piperno deve il successo di “Con le peggiori intenzioni” (Mondadori) alla famiglia Sonnino, esponenti della borghesia ebraica romana inclini alle passioni e alla dolce vita.
Non un inno alla famiglia ma la conferma, se mai avessimo avuto dubbi, che quanto succede laddove nasciamo potrebbe servirci per scrivere un romanzo, nel migliore dei casi da centomila copie, che compensi le spese di analisi che alcune famiglie comportano.
Atteso con clamore, preceduto da articoli che elogiavano il suo tenere il libro nel bagno, tacciato di dandismo che sapendo cos’è se ne potrebbe parlare, reso umano dal tifo calcistico, rivela, davanti ai vertici Mondadori, il vero scoop della Fiera, “vivo con la mamma”.
In una presentazione meno affollata delle previsioni Piperno conferma la spigliatezza mostrata in televisione, fa sapere che si considera migliore come lettore che come scrittore, cita la letteratura mondiale non con il numero di pagina ma quasi, considera gli antidepressivi un buon antidoto al successo, che non fa schifo a nessuno, prospetta un ciclo di romanzi con gli stessi protagonisti del libro per raccontare la storia di una famiglia alla maniera di Balzac, difende i suoi mentori e ammette di essersi prestato al gioco, il successo non fa schifo a nessuno.
Nel complesso, però, sembra diverso dal personaggio che i media, o chi per loro, hanno bisogno di scovare per rendere meno paludato il mondo dei libri che sarebbe appassionante anche senza spot pubblicitari camuffati da articoli.
I luoghi di guerra.
Monica Maggioni, grintosa e sorridente, ascolta non senza imbarazzo paragoni al new journalism di Truman Capote e racconti su esordi non impeccabili ma brillanti, come ricorda il direttore della “Stampa” Marcello Sorgi che la assunse al Tg1 e ne intuì le doti televisive.
La Maggioni in “Dentro la guerra” (Longanesi), reportage e non romanzo, racconta l’esperienza da embedded ovvero corrispondente dalle truppe americane in Iraq, con le quali ha condiviso spostamenti notturni tende e pessimo cibo precotto.
Un libro che dall’inizio svela la determinazione con la quale la giornalista riesce a raccontare la guerra da embedded, passando da un alto ufficiale all’altro per i permessi necessari ottenendoli anche per il senso di colpa di un soldato americano che aveva fatto la bravata di volare a bassa quota su una spiaggia italiana e in qualche modo doveva sdebitarsi., grinta ben rappresentata da eleganza firmata e scarpe pitonate, adatte ad un vernissage più che ad una Fiera, e dalla disarmante affermazione che si è “arruolata” perché i fronti dell’informazione sulla guerra in Iraq erano già stati assegnati, gli alberghi di lusso pieni di inviate truccate.
Lucia Vastano, “Tutta un’altra musica in casa Buz” (Salani), è una freelance con innata passione per i viaggi, senza paura della guerra.
L’Afghanistan del libro della Vastano, romanzo e non reportage, utilizza la realtà dei burqa per denunciare la guerra e mostrare ai lettori gli aspetti moderni e tradizionali di una famiglia afgana, dove adolescenti vanno nei posti proibiti e genitori cercano, per quel che possono, di costruire un futuro migliore.
Un’altra donna che si lancia nell’esplorazione della guerra per coraggio, carrierismo, non sembra il caso della Vastano, o vanità, che può avere anche un’accezione positiva.
Da segnalare la splendida copertina con una fotografia, fatta dall’autrice, di una bambina bionda con gli occhi chiari che sotto un velo sorride felice per chissà cosa.
Lingua Madre, tra parole e musica, progetto della Regione Piemonte e della Fiera del Libro, ideale continuazione di Terra Madre, iniziativa di Slow Food che al Salone del Gusto 2004 ha visto la partecipazione di cinquemila contadini che a Torino hanno portato le loro colture tradizionali per valorizzare l’identità culturale.
Alla Fiera non contadini ma scrittori poeti saggisti da ogni parte del mondo impegnati a difendere il patrimonio culturale d’origine e vincere la sfida, non facile, di scrivere in una lingua d’arrivo, prevalentemente francese e inglese.
Dall’Algeria ma da molti anni in Italia, insegna nelle Università di Trieste e Urbino, utilizzatore non impacciato della nostra come lingua d’arrivo, Fouad K. Allam, giornalista di “Repubblica” e autore di “Lettera a un kamikaze” e “L’Islam globale” (entrambi Rizzoli), ha animato una conversazione su “rendere più leggero il peso della memoria”.
Seduto su uno sgabello, in mano il manoscritto del romanzo che uscirà a novembre per Rizzoli, ha evocato con grande classe, leggendone in anteprima alcune pagine, mondi non così lontani come sembrano, animati a Oriente e Occidente dai sentimenti, nel caso del romanzo di Allam da un amore contrastato nato in giovane età e cresciuto con i colori chiari e i suoni colorati algerini.
I politici, molti e accuratamente non nominati.
Segnaliamo però che il Ministro dei Beni Culturali si è accorto della Fiera al quinto giorno e ha preso l’aereo per Torino con la coda tra le gambe mentre il Presidente del Senato, anch’egli in Fiera il quinto giorno, auspica una imprecisata legge per i libri, tremiamo all’idea.
A margine di vendite libri conferenze c’è il divertimento che, per gli appassionati, coincide con tutto ciò che ha a che fare con i libri.
Feste esclusive delle grandi case editrici, e dicono che non hanno soldi, dalle quali ci siamo tenuti rigorosamente lontani soprattutto perché non invitati.
Serata alla Fondazione Re Rebaudengo, con buffet di tartine “pagato dai notai”, come ha detto un’addetta dei notai, e non dalla casa editrice che ha presentato un libro in un’altra sala, prima di ignorare le tartine abbiamo assaggiato quelle all’uovo.
La tendenza è il ritorno dei tacchi alti anche in Fiera, quei dieci centimetri che fanno tutte più belle.
La rivelazione della Fiera, vincitore fuori concorso, è Silvio Bernelli, autore di un bel libro, “I ragazzi del Mucchio” (Sironi), in uscita a settembre con un libro dalla trama segreta, esponente dell’hard rock punk, famoso il disco di qualche decennio fa ma reperibile online dal meraviglioso titolo “Osservati dall’inganno”, raccontatore di aneddoti tra musica libri e voglia di divertirsi aiutati dalle birre e dall’atmosfera del quadrilatero torinese.
La pubblicità più imbarazzante, per rilanciare la “Stampa” attori con volti pieni di cerone bianco gobba cappe nere appaiono nei luoghi di ritrovo torinesi con il volto coperto dalla “Stampa” e un’espressione simile alla follia che induce a pensare che i fondi per la pubblicità siano stati forniti dai giornali concorrenti.
In un’ideale staffetta culturale tra Torino e Roma, nel 2006 collaboreranno al progetto “Capitale del Libro”, Claudio Magris ha presentato al teatro Piccolo Eliseo il nuovo vendutissimo libro, risultato il più rubato alla Fiera, “Alla cieca” (Garzanti) davanti ad un pubblico numeroso che ha ascoltato con attenzione relatori colti, lo scrittore Doninelli il critico Ferroni il giornalista Dorfles, sviscerare alcuni dei molteplici significati della fatica di Magris che evidentemente stimola approfondimenti, facendo venire una gran voglia di leggerla.
Il triestino Magris, colto e raffinato, narra, con le dovute concessioni al romanzo, le vicende realmente accadute di Jorgen Jorgensen, re d’Islanda per pochi giorni condannato ai lavori forzati in un’isola dell’emisfero australe da lui stesso fondata viaggiatore avventuriero, dichiarò di aver combattuto a Waterloo, romanziere, Magris ha trovato tra i manoscritti in inglese di Jorgensen anche due romanzi.
In un manicomio, dove sono ambientati molti libri di Magris, Jorgensen risponde all’interrogatorio di un medico, le domande fondamentali dell’esistenza, con il sovrapporsi di emisfero boreale e emisfero australe passato e presente donne declinate nel nome Maria, diventando l’escamotage che l’autore sapientemente utilizza per condannare il buio di ogni forma di tirannia affidando all’amore gli sprazzi di luce e ottimismo.02/05/2005
Rubrica
www.napoliontheroad.it
“Mike è probabilmente il mio chitarrista jazz fusion preferito e l’ho ascoltato molte volte al 55 Bar. E’ un musicista profondamente raffinato. Posso percepire la passione che la sua musica trasmette da mente, cuore e anima. Sono molto contento di avere ascoltato la sua musica che ha avuto un impatto veramente positivo sulla mia vita.”
Questa dichiarazione di amore incondizionato, che non può che provenire da un anonimo fan, potrebbe sembrare esageratamente lusinghiera, e in parte lo è, ma Mike Stern è veramente un talento che live si esprime senza le briglie che impone registrare un disco.
Faccia acqua e sapone, nonostante la biografia lo faccia nascere nel 1953, americano di Boston con infanzia a Washington e studi al bostoniano Berkley College of Music, è noto agli appassionati per la collaborazione con Miles Davis e una fruttuosa carriera musicale.
La leggenda narra che Miles Davis assista ad un’esibizione di Stern nel periodo in cui prepara il ritorno sulla scena musicale, atteso dai media e dagli appassionati come un vero e proprio evento.
Siamo nel 1981 e dopo quell’esibizione Miles Davis offre a Stern un primo ingaggio, si esibiscono insieme per tre anni a New York, e nel 1985 lo vuole con sé in tour.
Altra collaborazione importante per Stern è quella con il sassofonista Bob Berg, con il quale nel 1989 fonda la Stern Berg Superband che dà vita ad un tour mondiale di successo.
Negli anni Novanta Stern si dedica ai dischi con una prolifica attività che lo vede spaziare dal jazz classico alla cosiddetta fusion di classe, vai a capire cos’è, suona con i più bravi musicisti della scena internazionale, conquista tre candidature ai Grammy, la terza delle quali per Voices (2001) in cui per la prima volta canta, sviluppa lo straordinario talento e il disco These Times (2004), il dodicesimo, con il quale debutta con la ECS Records, è considerato uno dei migliori della sua carriera.
Mike Stern alla chitarra si è esibito al Big Mama di Roma con Bob Franceschini al sax, Chris Minh Doky al basso e Lionel Cordew alla batteria, una band giovane e talentuosa, preoccupata di dimostrare che sono bravi con bacchette che volteggiano e lunghi interludi tipicamente jazz che ad una certa ora della sera fanno l’effetto del jazz.
L’esibizione, prevalentemente incentrata su These Times, ha permesso ai musicisti di esprimere lo spudorato talento con improvvisazioni jazzistiche notevoli e ensemble all’unisono, nonostante l’alto grado di non scritto.
Il talento più spudorato è Mike Stern, dalla chitarra produce suoni elettrici e delicati, appare, come molti geni, felicemente intriso della sua arte al punto da dimenticare il titolo di un brano e conquista tutti con sorriso e umiltà.
Discorso a parte per il Big Mama che, nonostante l’esperienza ventennale i duecento concerti l’anno e l’ambizione di rappresentare non soltanto un luogo dove ascoltare concerti ma un vero e proprio laboratorio musicale, tratta il pubblico, che tra biglietti tessere obbligatorie coche a quattro euro e cd spende anche settanta euro, come bestiame, con tutto il rispetto per il bestiame.
Durante l’esibizione di Stern il personale ha cercato di fare alzare due spettatori, rei di avere preso le sedie inutilizzate e di averle spostate dietro le ultime file di una sala non piena, “volete fare soffrire gli spettatori” è l’affermazione di uno dei due che il pubblico e Stern hanno udito.
L’altro spettatore è la sottoscritta.