31/01/2005
Ricerca
Le donne basse possono essere considerate intelligenti, vincenti e di successo?
No, stando ad una ricerca inglese.
Ad un campione di cento volontari, di tutte le età, sono state mostrate foto di donne la cui altezza, tra una foto e l’altra, è stata ritoccata verso l’alto.
Nella versione “alta” le donne sono considerate intellettualmente superiori mentre nella versione “bassa” le stesse donne ispirano protezione materna e dolcezza.
L’indagine rileva anche che le donne basse piacciono molto agli uomini.
Un po’ come dire, le donne basse non aspirino ai vertici aziendali ma puntino sui letti.
Dotata di statura tendente al basso, dipende dai tacchi, approvo.26/01/2005
Rubrica
Il Prof. Francesco Bruno insegna Psicopatologia Forense a Roma ed è noto al grande pubblico più che per un curriculum lungo quanto un lenzuolo per un’intensa attività televisiva nelle trasmissioni di Bruno Vespa.
Marco Minicangeli si è laureato con una tesi su Isaac Asimov e, come riporta una pagina web, per mantenersi agli studi universitari ha fatto molti lavori tra cui il becchino.
Entrambi hanno stomaci forti e non stupisce che abbiano scritto “Ammazzo tutti” (Stampa Alternativa), presentato a Roma.
Il libro analizza il fenomeno dei mass murders, omicidi di massa, intendendosi per tali omicidi ai danni di quattro o più persone, soglia abbassata a tre o più persone, nello stesso luogo e nello stesso tempo.
La prima parte del libro è teorica, elenca una serie di condizioni, indizi, atteggiamenti, patologie che sembrano comuni ai mass murderers.
Ordinare maniacalmente gli oggetti, culti nazisti, passione smodata per il culturismo, complessi persecutori, problemi sul lavoro o in famiglia, possesso di armi da fuoco, particolarmente diffuso in America.
I mass murderers agiscono al lavoro o in casa, meno delle scuole, anche se in una scuola americana due ragazzi giovanissimi uccisero dieci persone e ne ferirono molte altre, con uno strascico di quattro suicidi ad opera di testimoni di quella strage.
In Italia sono diffusi gli omicidi di massa in famiglia.
Il Prof. Bruno lo spiega con la matrice fortemente cattolica della nostra società dove, a differenza di quelle anglosassone che pone alla base l’individuo, domina il concetto di famiglia.
Famiglia che però si rivela incapace di adeguarsi ai cambiamenti della società, divenendo il bersaglio di chi, parimenti ai mass murderers americani che sparano nella folla, colpisce la famiglia per colpire il mondo.
La seconda parte del libro è costituita dalle schede dei mass murderers italiani, in ordine cronologico.
Le due menti della sanguinaria organizzazione “Ludwig”, che ha cercato di purificare il mondo, la ancor più sanguinaria banda della Uno Bianca, Pietro Maso e i suoi complessi di superiorità, Erika e Omar, icone del male.
Leggendo le schede si scopre che la famiglia Carretta è stata sterminata dal figlio che da anni urinava e defecava in salotto, sintomo di alterazione sottovalutato.
Pietro Maso voleva fare la bella vita e in carcere ha dichiarato che “se un ragazzo fa un cazzata bisogna dargli un’altra opportunità”, dimostrando di considerare una cazzata l’uso di tubi di ferro per far fuori i genitori.
Erika ha gridato alla madre che morente la perdonava “muori, muori”, ha annegato il fratellino nella vasca da bagno con la scusa di medicargli ferite che gli aveva già inferto e ha cercato di convincere Omar a far fuori anche il padre.
Leggendo le schede ci si chiede se alcuni di questi delitti si potessero evitare e, soprattutto, di chi sono le colpe.
Gli Autori, nella presentazione del libro, hanno dato le colpe alla famiglia al cellulare, a internet per i suicidi di massa, al terrorismo, citato in ogni dibattito, alla depressione, ma non alla televisione.
La televisione, con i suoi modelli di ricchezza facile, promiscuità affettive, fatti propri lavati sulle copertine dei giornali, comparse pagate per applaudire, trasmette frustrazione che, nei casi peggiori, può diventare mass murder.19/01/2005
Rubrica
“Così fan tutti” è un film agro e divertente sulla pretenziosità del mondo intellettuale e sulla difficoltà di volersi bene.
Cassara (pronunciato con l’accento sull’ultima “a”) è uno scrittore cinquantenne che dalla vita ha avuto tutto, romanzi di successo, soldi e belle donne, compresa una moglie emigrata in luoghi esotici a insegnare yoga che gli ha rifilato una figlia venticinquenne, Lolita, grassa e morbosamente fissata con il padre, che è interessato a tutto fuorché ai problemi di peso della bambina.
Lolita appunto è grassa, di quella grassezza che gli uomini, ma non tutti, considerano bruttezza, di quella grassezza radicata che non si smaltisce neanche mangiando acini d’uva per due anni, di quella grassezza radicata anche nella personalità, che rende Lolita antipatica.
Altri protagonisti.
La seconda moglie di Cassara, avvenente taglia 40, per questo tartassata da Lolita.
L’immigrato Rashid, che camuffa il nome in Sebatsien, e incarna, in ogni film ce n’è uno, l’eroe buono, aspirante giornalista rifiuta il lavoro offertogli dal padre di Lolita e se ne innamora, riuscendo a vedere oltre la coltre di grasso e umoralità.
La maestra di canto di Lolita, il cui marito, scrittoruncolo come tanti, diventerà famoso per una recensione di Cassara.
Lo scrittoruncolo, più interessato a culi e fama, come dargli torto, che al faticoso fuoco dell’arte.
Il tuttofare di Cassara, servile per contratto, ma non peggio degli altri.
La seconda figlia di Cassara, una bambina di quattro anni tenuta costantemente a dieta nel timore che cresca come Lolita.
Il film racconta il sali e scendi del successo e della bilancia, le ossessioni di scrivere e mangiare che, credetemi, possono andare di pari passo.
Così fan tutti significa che tutti (tutti?) in amore si accontentano, tutti (tutti?) cercano il successo e cambiano quando lo ottengono, tutti gli intellettuali (tutti?) sono pretenziosi, tutti (tutti?) impazziscono per qualche chilo in più.17/01/2005
Giornalismo
Complimenti a Gianni Riotta e Pierluigi Battista, vicedirettori del “Corriere”, il primo graditissimo alla redazione, il secondo forte di cento voti contrari su 234 aventi diritto.
Ho conosciuto Riotta molti anni fa, a Galassia Gutenberg, e l’ho intervistato nella maniera bislacca che mi faceva sentire una aspirante giornalista all’avanguardia, senza preparare le domande.
Riotta, allora direttore della “Stampa”, mi consigliò energicamente di preparare le domande e di limitare gli atteggiamenti bislacchi, ciononostante, con la galanteria dei meridionali, mi concesse l’intervista non preparata, che si sviluppò sul tema del fare giornalismo.
Da allora, ogni intervista che ho scritto era studiata e ogni volta che ho incrociato Riotta l’ho ringraziato per quei consigli, che si sono rivelati molto utili, in dubbio se Riotta mi riconoscesse o fingesse di farlo.
Nel primo editoriale da vicedirettore del “Corriere” Riotta ha scritto di stampa anglosassone e verità.
Riporto estratti dell’articolo, si citano anche i blogs.
“Lo scoop migliore è sempre la verità” di Gianni Riotta.
“Chi elegge i giornalisti?” è, nel mondo anglosassone, il grido di guerra di quanti detestano quotidiani e tv. Il conservatore Rush Limbaugh aizza ogni giorno dalle radio milioni di ascoltatori, dipingendo al stampa come un circolo di smidollati nababbi antipatriottici. Da sinistra, i saggisti Eric Alterman e Michael Massing scagliano l’accusa contrapposta: l’informazione è si faziosa, ma perché controllata da magnati occhiuti, capaci di trasformare cronisti in robot.
Come se non bastassero le critiche politiche, declinano tirature e audience, i giovani si saziano di “blog”, le rassegne su Internet, e la pressione per sopravvivere in un mercato ostico scatena scandali e corruzione…
L’autocritica dei colleghi inglesi e americani è salutare e rappresenta il solo antidoto alla crisi di credibilità di un’informazione che i computer hanno reso ubiqua, ma che non sa rappresentare il mondo con equanimità…
Il desiderio pur legittimo di superare la concorrenza, l’ansia, meritoria, di esporre le malefatte dei politici, il cruccio, comprensibile, di conquistare fette di mercato, da virtù cardinali si trasformano in mortali peccati, se privati della ricerca della verità: chiunque essa favorisca…
I media anglosassoni sembrano sforzarsi di comprendere che se l’informazione si fa esasperata, violenta, rauca, tradisce i lettori e se stessa. “La verità è la migliore propaganda” amava ripetere il geniale fotografo di guerra Robert Capa.
Per un Paese come l’Italia, dove la libertà di stampa è bene recente e l’indipendenza da lobbies politiche e economiche ancora precaria, la lezione va studiata con cura. Non c’è anticipazione, non c’è pezzo brillante che sostituirà valori è ideali, la passione di condividere opinioni e notizie con i lettori: sono loro, siete voi, ogni giorno, ad “eleggerci”. E senza questo scambio non c’è democrazia. Se i giovani voltano le spalle ai media classici, non date la colpa alla brillantezza dei monitor colorati. E’ il nichilismo di chi usa l’informazione non per affrontare i fatti ma per distribuire calunnie interessate a minare il nostro lavoro e il nostro business.
12/01/2005
Libri
Mentre una cosa mostruosa chiamata tsunami distruggeva l’Asia dei turisti ricchi, di Emilio Fede, degli scopatori di bambini e delle case di fango abitate da bambini affamati, ho trascorso giorni di non lavoro cucinando, dormendo, mangiando una quantità imbarazzante di cioccolata, vedendo persone e luoghi e leggendo molti bei libri.
“La vita agra” di Luciano Bianciardi, “Uomini addosso” e “Il mio principe azzurro” di Paolo Bianchi, “Il soccombente” e “Il nipote di Wittgenstein” di Thomas Bernhard.
Libri che approfondiremo.
Buona scrittura