29/11/2004

Como

Como è una città della buona provincia dove nascono ragazze alte e si ha un aspetto da signori.

La prima volta a Como è stata per Bob Dylan a Villa Erbe, un’antica residenza che non ha nulla da invidiare alla più famosa Villa d’Este.

Faceva un caldo temperato, era sera ma c’era luce e nel trasferimento dalla pizzeria dove mangiammo prima dello spettacolo al prato di Dylan si vedevano le barche ormeggiate lungo il lago.

A Como il lago riflette il percorso luminoso della funicolare e le luci di un circo ambulante forse stanziale.

Il bar di fronte al lago fa pagare la bellezza del posto con prezzi assurdi e scoraggia gli avventori con un menu’ fotografico che fa passare la fame.

A piedi dal lago al centro della città è una camminata che riscalda dal freddo non fastidioso.

Il centro si riconosce dalla cupola tonda situata vicino la cattedrale e dalle case antiche che rendono belle le vie medievali nonostante i negozi che alterano l’illuminazione dei luoghi con vetrine che promettono bellezza purché si spenda.

Tornando al parcheggio vicino al lago si possono comprare vaschette di suhi e sashimi da mangiare con le mani, sporcandosi di soia.
di annarita at 10:18:15 5 Commenti

15/11/2004

Nichilismo

Riporto estratti di un articolo di Umberto Galimberti sul nichilismo, che prende spunto dal saggio di Franco Volpi, Il nichilismo, ripubblicato con l’aggiunta di due capitoli sul nichilismo europeo nella storia dell’essere, per trattare la filosofia del nulla.

“Vidi una grande tristezza invadere gli uomini, scrive Nietzsche, i migliori si stancarono del loro lavoro. Una dottrina apparve, una fede le si affiancò: tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto fu! Abbiamo fatto il raccolto: ma perché tutti i nostri frutti si corrompono? Cosa è accaduto quaggiù la notte scorsa dalla luna malvagia? Tutto il nostro lavoro è stato vano, il nostro vino è diventato veleno… Aridi siamo divenuti noi tutti”.

La tristezza che invade è la tristezza del tramonto, quando il sole cede il posto a una luna che è malvagia perché il lavoro è stato vano, la terra si è disseccata, i frutti non hanno risposto alle attese, le fonti si sono estinte, e nessun abisso ha inghiottito l’uomo, che resta testimone dell’aridità della terra, del niente che ne è nato. Il nichilismo custodisce il significato del tramonto.

Nietzsche concepisce l’uomo moderno e il suo tempo come la fine del movimento morale e spirituale di più di duemila anni, la fine della metafisica e del cristianesimo, la fine di ogni giudizio di valore. E alla domanda “Che cosa significa nichilismo?” risponde “Che i valori supremi perdono ogni valore”.

Heidegger considera il nichilismo denunciato da Nietzsche come “Il processo fondamentale della storia dell’Occidente, e l’interna logica di questa storia”.

Il nichilismo si scontra con la tecnica che, con la sua fredda razionalità, relativizza tutte le simboliche e le immagini che l’uomo s’era fatto di sé per orientarsi nel mondo e dominarlo.

Nell’assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che accorciano lo spazio, velocizzano il tempo, leniscono il dolore, vanificano le norme su cui sono state scalpellate tutte le morali, rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini non è troppo antico per abitare l’età della tecnica che non noi, ma l’astrazione della nostra mente ha creato, obbligandoci, con un’obbligazione più forte di quella sancita da tutte le morali che nella storia sono state scritte, a entrarvi e a prendervi parte.

Le domande che sorgono nell’età della tecnica restano inevase, non perché la tecnica non sia abbastanza perfezionata, ma perché non rientra nel suo programma trovare risposte a simili domande.

La tecnica non tende a uno scopo, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona.

L’Occidente, nato il giorno in cui ha supertao il pessimismo degli antichi greci, si è consegnato senza riserve all’ottimismo della tradizione giudaico cristiana che, sia nella versione religiosa, sia nelle forme laicizzate della scienza, dell’utopia e della rivoluzione, ha guardato l’avvenire sorretta dalla convinzione che al storia dell’umanità è inevitabilmente una storia di progresso e di salvezza.

Oggi questa visione ottimistica è crollata…

Se è vero che la tecnoscienza progredisce nella conoscenza del reale, contemporaneamente ci getta in forma di ignoranza molto diversa, ma forse più temibile, che è quella che ci rende incapaci di far fronte alla nostra infelicità e a i problemi che ci inquietano.

Franco Volpi scrive: “Abbiamo perduto i tradizionali paradigmi per orientarci. I miti, gli dei, le trascendenze, i valori  sono stati erosi dal disincanto del mondo. La razionalizzazione scientifico tecnica ha prodotto l’indecidibilità delle scelte sul piano della ragione”.

La ragione … si è contratta nella razionalità tecnico scientifica che non promuove altro scopo se non il proprio potenziamento afinalizzato.

Per superare il nichilismo Volpi propone una “ragionevole prudenza che ci rende capaci di navigare a vista nella precarietà, nella traversata del divenire”.

Qualcosa che assomiglia a quello che io, Galimberti, vado chiamando “etica del viandante” dove senza meta e senza punti di riferimento, che non siano punti occasionali, il viandante con la sua etica può essere il punto di riferimento dell’umanità a venire.

Non l’uomo sotto la tutela della fede, della verità, della certezza scientifica, e nascita di quell’uomo più difficile da collocare, viandante inarrestabile.

di annarita at 10:26:50 8 Commenti

03/11/2004

Gruppi

In un locale della migliore provincia abbiamo visto lo spettacolo di due gruppi rock, con addosso l’odore di una clinica affascinante come un albergo svizzero.

Uno dei gruppi viene dalle avanguardie bolognesi, che hanno prodotto tanta musica e letteratura con risultati non sempre memorabili.

I testi e la musica non sembravano all’altezza della migliore tradizione.

Dopo un inizio finto lesbo ha prevalso il melenso con accostamenti quali sordo cadere, interpretabile in chiave sostantiva come il racconto di un sordo che continuamente cade.

Le ragazze del gruppo, tutto femminile, cercavano di coinvolgere il pubblico che, dopo un ritardo quantificabile in sessanta minuti, giaceva sui divanetti immobilizzato dall’alcol e dal sonno.

Schitarravano come se volessero farsi sanguinare i polpastrelli, pubblicizzavano il loro primo cd, il loro primo tour, il loro bellissimo video con una autoreferenzialità che ne accentuava il dilettantismo, di cui bisognerebbe andare fieri piuttosto che vergognarsene.

L’effetto era un misto dell’entusiasmo di artisti troppo giovani e forse non abbastanza talentuosi per affermarsi e troppo vecchi per fare i cantanti nelle trasmissioni televisive.

L’altro gruppo sono i tre allegri ragazzi morti.

I tre dieci anni fa capirono che oltre a puntare sulla musica, che richiede fatica e talento, conveniva trasformarsi in culto.

Copertine dei dischi e locandine dei concerti stilizzate sui loro lineamenti, eccesso di teschi, sito giovanilistico, accostamento tra vita e morte, canzoni sulla difficoltà di essere adolescenti, una strana figura che alla terza canzone entra in scena vestita con camicia a frange e orecchie caricaturali e suona l’inno di un partito per dare del deficiente ai suoi elettori.

Il pezzo forte dello spettacolo dei tre non è la musica ma la rabbia dei loro fans, adolescenti di provincia che potranno girare il mondo, migliorare lo schema casa ufficio dei loro amici, trasferirsi nelle città, avere successo conservando quella rabbia e quel modo di vestire fuori moda.

di annarita at 10:57:17 1 Commento

03/11/2004

Elezioni americane

La stampa italiana pubblica i quotidiani successivi all’election day mentre i risultati non sono noti e i sondaggi, prudenti al limite della reticenza, danno i candidati alla pari.

Corriere e Repubblica si sono adeguati all’incertezza, con titoli interlocutori.

A un’analisi più attenta, la corrispondenza dell’inviato di Repubblica dalla sede dei democratici, un albergo lussuoso con ristorante specializzato in ostriche, dichiara che Kerry ha vinto.

Giuliano Ferrara, sostenitore non gratuito dell’America di Bush, ha scritto la prima pagina del suo quotidiano sulle motivazioni che hanno fatto vincere Bush mentre non si sapeva se Bush avrebbe vinto e ha dichiarato che se non ci avesse preso si sarebbe suicidato.

Il Direttore ha sondaggi riservati meno incerti, ha valutato l’eventuale brutta figura della sua prima pagina meno costosa di una provocazione riuscita o ha avuto culo.

Bush ha vinto.

di annarita at 10:02:16 5 Commenti