25/10/2004
Barbara Garlaschelli
Agosto 1981.
Una ragazzona, come lei stessa si è definita, fa un tuffo, per rinfrescarsi e colpisce, come lei stessa ha scritto, non uno scoglio una roccia un sasso, ma una pietra e si gioca la quinta vertebra cervicale, tetraplegica, immobilità agli arti superiori e inferiori.
La ragazzona fa la scrittrice, si chiama Barbara Garlaschelli e qualche anno fa, per una piccola casa editrice, aveva raccontato la lunga degenza seguita a quel tuffo e parte del percorso che le ha permesso di non soccombere.
La Salani ha avuto il coraggio di ripubblicare quel libro, rifiutato da case editrici ugualmente importanti con la motivazione di una scrittura poco ironica, come se fosse obbligatorio essere ironici e rassicuranti nei confronti di lettori la cui sensibilità e il cui desiderio di narrazioni autentiche è spesso sottovalutato.
Il libro della Garlaschelli non è affatto rassicurante perché se è vero che l’Autrice riesce a conquistare molti traguardi, l’esame da privatista con cui recupera l’anno scolastico della degenza seguita all’incidente, la laurea, la scrittura, la sessualità, l’Autrice stessa scrive che quando un dottore la invitò a considerarsi “normale” lei decise di non ingannarsi, la “normalità” non è guardare gli altri dal basso verso l’alto, il che non le impedisce di impegnarsi per vivere al meglio.
Della vicenda narrata colpiscono non tanto il degrado ospedaliero italiano e l’efficienza tedesca, quanto la solidarietà che permette alla Garlaschelli e alla sua famiglia di farcela e la quantità di personaggi positivi che assumono un ruolo nella vicenda.
I nonni, in particolare la nonna, che per il traffico raggiunge a piedi l’ospedale e fa in tempo a farla mangiare da thermos pieni di cose buone.
I genitori, eroicamente tranquilli e eroici nello spostarla da un ospedale all’altro con una decisione che si rivelerà fondamentale per la guarigione della Garlaschelli.
I datori di lavoro dei genitori, comportatisi da genitori e non da capi.
Le amiche della Garlaschelli, che le hanno permesso di recuperare l’anno scolastico della degenza e le hanno riempito le giornate in cui l’unica visuale erano i soffitti grigi.
L’amica dell’età adulta, la giornalista Nicoletta Vallorani, che ha anche permesso la ripubblicazione del libro.
Data la vicenda, sarebbe superficiale analizzarne la scrittura, che è valorizzata dall’autenticità della narrazione, e consigliare il libro come in una televendita.
Io stessa non l’ho comprato, l’ho letto incoraggiata da qualcuno che l’ha letto prima di me, ma si tratta di un libro che ha una sua ragione di essere, anche se può disturbare.
19/10/2004
Scrittura e sensi di colpa
Concordo con qualcuno che mi ha rimproverato perché non aggiorno questo strumento improprio di comunicazione.
Rispondo che ho studiato più che scritto e che sto vivendo questo mese, che un anno fa fu per me brutto, con molta paura.
Tra poco saranno due anni che vivo sola.
Forse anche questo mi pesa.
Come ad esempio la notte in cui il maltempo ha tentato di distruggere casa e mi sono ritrovata a telefono con sconosciuti di un numero a tre cifre che mi hanno spiegato cosa fare, soprattutto cosa non fare per evitare situazioni da cronaca.
Non scrivere mi fa sentire in colpa e cercherò di farlo.
