04/05/2004

Letteratura

Iijima Ai, scritto più o meno così, è molto carina, ha poca voglia di studiare, preferisce stare fuori indossando bei vestiti e bei trucchi, come la totalità delle minorenni del mondo.

E fin qui niente di male, se non fosse che Ai nasce in Giappone, in una famiglia in cui si usa menare, per manifestare opinioni differenti.

La totalità delle minorenni del mondo avrebbe fatto, quasi, tutto quello che ha fatto lei.

Rubare vestiti e trucchi, da sfoggiare nei quartieri dei ricchi, lontani milioni di yen dalla miseria affettiva e materiale delle sue origini.

Segare la scuola, ripetutamente, nella consapevolezza che le botte si prendono, comunque.

Fidanzarsi con il peggiore della compagnia, perché si sa, distruggersi in due viene meglio.

Scappare di casa, tante volte, finché da casa non si stancano di trovarla.

Trasferirsi a casa del peggiore, finché il peggiore, tenendo alta la propria fama, viene invitato a passare una buona parte della giovinezza tra le sbarre.

Trasferirsi da amici del peggiore, peggiori di lui, e farsi scopare da loro, perché i percorsi discendenti hanno un limite, ma basso.

Farsi caricare in macchina da uomini ricchi e grassi, in cambio di un profumo francese, di un letto pulito, e, nella maggior parte dei casi, di molti soldi.

Ai, che adesso è diventata scrittrice di best seller e star della televisione giapponese, ci racconta molti inferi, fatti di sesso mercenario, per comprare roba e droghe, e, banalmente, la ricetta della sua risalita è l’amore.

Valentina nasce a Cremona, la ricca periferia lombarda, dove i soldi ti garantiscono buoni studi, amicizie fantastiche, una casa da rivista di arredamento, la bellezza e, ovviamente, l’amore delle favole.

La casa patinata vede la madre ubriaca e drogata, a letto, tutto il giorno, a vedere soap opera, di cui non capisce neanche le parole, tanto che è sballata.

La bellezza va e viene, dipende da come si muove l’ago della bilancia, che, nel caso di Valentina, tende a salire, più che a scendere, e questo non è ammesso, nella ricca provincia lombarda.

Il principe azzurro, conosciuto da ragazzi, la mollerà per una normale, meno ricca, e meno sopra le righe, incanalata con gioia nel percorso banale di liceo, laurea, e lavoro ripetitivo, che abbiamo eseguito tutti, con gioia.

Le amicizie fantastiche che la attirano hanno la caratteristica fondamentale dell’essere potenziali, o effettive, drogate, prostitute, figlie e figli di puttana, membri ad honorem delle comunità di recupero globali, in cui si incontrano come i giovani che si ritrovano ogni estate, davanti allo stesso bar.

Intanto, la madre si suicida, riuscendo ad essere più perfezionista della figlia, nel distruggersi.

Intanto, il padre la manda a studiare all’estero, dove convive con l’unico uomo, oltre il padre, che l’ha amata, un artista, che farà fortuna, ed un figlio, con la sua manager, che, a differenza di Valentina, non si presentava ubriaca alla cene e non entrava e usciva dalle comunità.

La bilancia reagisce salendo, e ce lo racconta con una sincerità, che fa male.

Del trasloco in una comunità italiana, dove, per la prima volta, capiranno da cosa è affetta, racconta che aveva pochi bagagli, perché pesava così tanto, da non poter indossare i vecchi vestiti.

Intanto, una donna, dottoressa, strega, e santona, le diagnostica la sindrome borderline, che le dà sbalzi di umore e di appetito, e la trasforma nel pagliaccio sformato, che Valentina ha portato in giro, finché non ha temuto di finire come la madre.

Il pagliaccio risale dal suo fondo, nella comunità della strega, e pazienza se l’uomo conosciuto prima di entrare in quella comunità se l’è data a gambe levate, e pazienza se la bilancia indica cifre imbarazzanti.

Una sera, alle 22, mi sono fermata, a confrontarmi sui libri, con una di Feltrinelli.

Lei ha avuto l’idea di esporre libri scritti da donne, che amano troppo, che mangiano troppo, che fanno troppo di tutto, ed è riuscita a evidenziare collegamenti tra letterature, più o meno alte, che condivido, e che io stessa avevo immaginato, leggendo quegli stessi libri.

La venditrice della Feltrinelli, a proposito di Valentina, mi ha detto che vorrebbe scriverle, è la stessa cosa che avevo pensato io, e che non farò.

Valèrie è una gran figa, nasce in Francia nell’alta borghesia, in una famiglia in cui a dieci anni le fanno operare le orecchie a sventola, che, opportunamente, restano a sventola.

Il suo principale scopo è scopare, trionfare nella “maratona dei 1.200 km”, come esplcita nel primo capitolo.

Considerando che la lunghezza media del pene è di non so quanti centimetri, Valèrie calcola che, per raggiungere un pene di 1.200 km, dovrà scopare con 15.000 uomini.

La sua scrittura è banale come il suo scopo, perché darla a tutti non richiede grandi doti.

A.M. nasce a Washington, vive a New York, insegna scrittura alla Columbia, e non sopporta che le si chieda cosa significa A.M., ammesso che a qualcuno interessi chiederglielo.

Una rivista famosa chiede ad una scrittrice famosa, di raccontare una qualsiasi parte di mondo.

La scrittrice famosa sceglie Los Angeles, praticamente dietro N.Y.

A L.A. si installa nell’albergo extralusso, da vero intellettuale di rottura, e intervista persone di cui ignoravo l’esistenza, come il cameriere chitarrista dell’albergo.

A.M. scrive il reportage per la rivista, e la sua agente vende ad una casa editrice italiana un libro, infarcito di interviste a sconosciuti, e di episodi molto interessanti, come la ricerca di un agente a L.A.

La copertina del libro, però, è carina, e il suo talento è il talento che cercherò di sviluppare, a parte il capitolo sull'agente.

In ordine di apparizione.

Iijima Ai, “Platonic sex”, Rizzoli.

Valentina Colombani, “Borderline”, Einaudi.

Valèrie Tasso, “Diario di una ninfomane”.

A.M. Homes, “Los Angeles”, Feltrinelli.

di annarita at 15:22:40 15 Commenti