27/04/2004

Una serata al Fico

Ieri, come ogni lunedì, ha smesso di piovere, ma non completamente.

La roba che sto prendendo, ufficialmente a base di integratori, mi conferisce una calma apparente, piacevole finché tiene lontane le nevrosi, fastidiosa, quando mi rende apatica.

Intanto, il mondo va avanti, mi sforzo di lavorare al meglio, di non essere inferiore allo standing di efficienza minimo, che è richiesto nel mio ambito professionale.

Non mi sforzo, invece, di migliorare la vita sociale, la scorsa settimana, dopo le tante pillole, avevo solo voglia di stare a casa, senza sentire la fame.

Ieri, però, quando S mi ha mandato un messaggio in cui mi prospettava una tarda serata al Fico con un suo amico, che aveva definito nel messaggio “molto carino”, non ce l’ho fatta, a rifiutare.

E così, S, con il suo metro e novanta, ed i suoi 27 anni, ed i suoi amici splendidi, mi ha stanato dall’isolamento da farmaci.

Il tratto dalla mia casa al Fico è veloce, quindi, non ho sofferto troppo della guida di S, che predilige i cordoli, i marciapiedi, e qualsiasi sporgenza stradale, e vanno benissimo anche i gruppi di pedoni, come ostacoli da evitare all’ultimo momento.

I suoi amici sono molto “in”, di quelli che citano nomi e cognomi che sono vere e proprie dinastie, e luoghi spettacolari, e un lunedì sera di fine aprile chiedono ad una di loro se ha la residenza monegasca, tanto per fare conversazione, e si interrogano su come impedire alla gente di sedersi sulle scalinate, pubbliche, di Piazza di Spagna, le modelle delle sfilate di moda possono calcare quei luoghi, i ragazzini in gita, no.

Uno di loro conosceva tutta la gente da Fico, compreso un ragazzo, età massima 27, vestito in maniera elegante, che era appena tornato da Bruxelles, per stare una settimana qui e poi andare a Torino, a fare la campagna elettorale al suo capo, testuale, il tono era mondano.

Ovviamente, non ho chiesto chi fosse il suo capo, ma ne ho intuito il partito.

Le amiche degli amici di S sono per la maggior parte stangone, ed hanno nomi come Allegra, Gaia, Ginevra, nei casi peggiori, di nomi ordinari, il gruppo trova soprannomi che riparino il cattivo gusto dei genitori.

Sono ragazze molto giovani e meravigliosamente indecise su cosa fare da grande, anche se hanno 24 anni, alla stessa età ero laureata da due, e trovarmi un lavoro non era un hobby.

Ovviamente, mi sono chiesta cosa ci facessi, con la mia altezza, bassezza, ordinaria, imbottita di pillole integranti, il budge per timbrare l’ingresso e l’uscita dal lavoro, i vestiti di marca ma non di tendenza, il trucco leggero, un po’ gonfia per gli integratori, un po’ stanca, figlia di genitori bravissimi e modesti, che tifano sempre per il più debole, cresciuta lontana dallo show biz e dalle dinastie, cosa ci facevo al Fico, con gente molto più giovane di me, il cui primo approccio è “dove abiti?”, per inquadrare, da subito, se sei frequentabile.

S, intanto, non parlava molto, a volte si sente a disagio con la sua gente, che è gente che fa di tutto per metterti a disagio.

In passato provavo lo stesso disagio, per non indossare una borsetta da mille euro, e non chiamarmi Allegra, pur sfruttando ogni occasione per esserlo.

Poi, una sera di quasi due anni fa, a Bologna, in inverno, ho cenato con un grande scrittore, mio maestro, e molte altre cose, per me.

Ogni volta che mi sento, e mi fanno sentire inferiore, superata l’impasse iniziale, ripenso a quella cena, in un ristorante di lusso, una domenica sera, lo scrittore prese la parola per citare un articolo contro Bush letto su Newsweek, e scrisse il suo numero ad una bella bionda dalle tette in evidenza, aspirante attrice, ma la bionda meritava le attenzioni dello scrittore, e solo chi non lo considera un mito potrebbe immaginarsi a letto con lui.

Quando mi sento, e mi fanno sentire, inferiore, ripenso ai suoi libri, alla lettera che gli scrissi, a cui rispose, al bacio dato ad un suo amico, e mai replicato, all’ultima volta che ho visto lo scrittore ed il suo amico, in un tempo che sembra secoli fa, quando eravamo, tutti, altri noi.

Ripenso alla voglia che ho di scrivere allo scrittore, di vedere le sue presentazioni nei tetari, di scrivere il mio libro, senza bisogno di riparare con le pillole, al male che mi faccio.

I libri dello scrittore in questione mi hanno insegnato che bisogna essere aperta, che ad ogni bivio bisogna avere il coraggio di andare, “sei istintiva, ma questo è un bene, no?”, mi scrisse lo scrittore, sette anni fa.

Quindi, ben vengano gli amici degli amici con la residenza monegasca, le campagne elettorali da organizzare, le borsette firmate, le discussioni al Fico su come tenere la gente lontana dalle zone della città di loro esclusiva giurisdizione, le ragazze giovani che possono permettersi di indossare i tacchi anche se sfiorano l’uno e ottanta, e di non doversi cercare un lavoro.

Ma ben venga anche il ritorno, al mondo che preferisco.

di annarita at 12:32:22 11 Commenti

23/04/2004

SCANZI

Venti anni fa, una ragazzina e suo padre si aggiravano negli spogliatoi di uno stadio che attirava novantamila persone, la ragazzina chiedeva autografi, il padre della ragazzina la controllava.

Il francese fu presentato alla ragazzina da un amico del padre, i capelli ancora bagnati, prima di una conferenza stampa in cui avrebbe detto non più di quattro parole.

La ragazzina studiava francese, tifava per la squadra in cui giocava il francese, lo considerava bellissimo.

I due, la minorenne ed il francese, si dissero poche cose, anche in francese, la ragazzina sorrideva e lui le chiese se avesse voluto dei regali, lei non rifiutò, e si salutarono.

Quando il padre della ragazzina tornava dal lavoro, la ragazzina usciva dalla stanza in cui passava ore a studiare ed a creare storie, che forse scriverà, e gli andava incontro, per carpire i racconti da adulti.

Quando il padre tornava ed era ancora pomeriggio, la ragazzina era ancora più contenta, meno distratta dal cibo serale.

Nella settimana successiva all’incontro con il francese, il padre della ragazzina, rientrato dal lavoro, in un pomeriggio soleggiato anche se era febbraio, aveva un regalo.

Il pacco veniva da Torino, dentro c’era uno stendardo, del colore che la ragazzina avrebbe scoperto corrispondere allo champagne francese, migliore.

Il francese aveva mantenuto la promessa.

L’argentino, quel pomeriggio allo stadio, non diede neanche un autografo alla ragazzina, che lo fermò prima che salisse su una macchina che lo avrebbe riportato al suo inferno, fatto di roba per farsi, e di brutta gente.

Con il tempo, davano addosso, al più debole dei più forti.

Con il tempo, l’argentino ha fatto di tutto per farsi, male.

Andrea Scanzi, "Manifesto", ci ricorda che gli dobbiamo un giro.

«Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto». E' l'incipit, straordinario, che Eduardo Galeano dedica a Diego Armando Maradona. Era il '95, un anno dopo la squalifica per efedrina - «non è considerata una droga stimolante nello sport professionistico degli Stati Uniti e di molti altri paesi, ma è proibita nelle manifestazioni internazionali». Il libro è Splendori e miserie del gioco del calcio (Sperling & Kupfer). Galeano scrive anche che «Maradona non aveva mai usato stimolanti alla vigilia delle partite per moltiplicare le risorse del suo corpo. E' vero che era stato prigioniero della cocaina, ma si drogava nelle feste tristi, per dimenticare o essere dimenticato, quando già era assediato dalla gloria e non poteva vivere senza quella fama che non lo lasciava vivere». «Giocava meglio di chiunque altro malgrado la cocaina, e non grazie a lei». Maradona, che già da piccolo aveva problemi alla colonna vertebrale. Come se lo sentisse già allora, che non ce l'avrebbe fatta a reggere il peso. Quel peso. «Il corpo come metafora: gli dolevano le gambe, non poteva dormire senza pastiglie». Giocava, incantava, imbottito di analgesici e cortisone. Fin dall'inizio. Una volta, con la metafora-corpo già scricchiolante, dirà: «Ho bisogno che abbiano bisogno di me». Hanno bisogno. Non solo quelli che recitano il rosario, sotto la finestra della «Suizo-Argentina». Poche parole per raccontare un «bambino infinito», rubando a Emanuela Audisio un'immagine cucita su misura per lui. Le ha dette Eraldo Pecci, suo compagno di squadra e amico: «Diego è abituato da sempre a essere attorniato di gente, e tutti provvedono a lui. Sì, anche a 43 anni. Diego è un ragazzo d'oro. Però, purtroppo, è anche uno che se è con te e tu prendi un cioccolatino, lo prende anche lui. Ma se prendi un gin, lui prende un gin».

Difficile circoscrivere la vita di Maradona a un gesto, uno solo. Naturale che venga alla mente l'86, il suo mondiale. Il sacro e il profano in quattro minuti, il 22 giugno a Città del Messico, tra il 51' e il 55'. Il sacro della «mano di Dio», il profano di una rete oscenamente perfetta, sei uomini saltati come birilli. Sansom e Stevens a guardargli il sinistro, senza poterlo minimamente toccare. Shilton seduto a terra, sopra la propria vecchiaia. Dribblò tutto. Le Falkland, la Thatcher. Tutto.

L'ultimo gesto, prima del ricovero, è stato ancora il palleggio della foca, stavolta con una bottiglia sulla testa. Come allo zoo, lo zoo di se stesso. Del dover questuare soldi a un qualsiasi Carnevale italiano, il giorno in cui moriva un uomo a lui simile. Sportivo grandissimo, amico fragilissimo. Marco Pantani. Anche Manè Garrincha aveva un suo zoo. Saliva sul palco, quello della bella e potente Elsa Soares. Guardate, diceva: voi che siete normali, voi che siete sani, guardate. Come sono bravo. Come sono diventato. Come mi avete fatto diventare.

Ci si chiede perché Diego Armando Maradona sia così amato. La risposta è sempre lì, nei colletti bianchi di Vladimir Dimitrijevic: «Un mio amico mi dice: Maradona è una canaglia. Sì, e proprio per questo mi piace. Ha provato tutto, come un bambino che dà qualche tirata a un mozzicone dimenticato acceso. Ha pagato di persona». «Pelè, Beckenbauer, Platini sono ricchi, famosi. Si sono sottratti a tutte le sanzioni, non sono mai stati capri espiatori. Colletti bianchi. Io, nel calcio come in letteratura, preferisco quelli che hanno mantenuto l'impertinenza dei bambini». Quindi: «Quando don Diego fa il suo ingresso in un qualsiasi bar, tutti gli vogliono offrire un bicchiere. Ma a Beckenbauer no, aspettano che il giro lo paghi lui».

C'è un giro da pagarti, Diego.

di annarita at 11:05:51 7 Commenti

20/04/2004

TRANCE

La segretaria della dottoressa X è simpatica, e molto giovane, a giudicare dalle scarpe da ginnastica americane che spuntano da sotto il camice bianco.

Mi hanno spostato l’appuntamento decine di volte, chiamandomi anche il giorno di venerdì santo.

La sala d’attesa dello studio non è una vera sala d’attesa, e lo studio è una casa, piccola, adattata a studio.

Fuori diluviava, da giorni, sentivo il colore nero degli stivali stingermi le calze chiare, la gonna blu bagnata aderire alle gambe, i capelli mi ricadevano come spaghetti, l’ombrello piccolo a stento mi copriva la faccia, il giubbino di pelle marrone, invece, sembrava indifferente ad ogni rovescio d’acqua ma sgocciolava.

Sono arrivata qualche minuto prima, ed ho aspettato qualche minuto, non dissimulando il fastidio di non essere ricevuta, con quell’aria di chi ne ha di cose da fare, altro che aspettare la dottoressa X.

Mentre esaminavo l’arredamento, con addosso il giubbino e l’ombrello nella mano destra, sgocciolante peggio del giubbino, e l’umido dei temporali, la segretaria mi ha detto che potevo andare da X.

Ho provato a bussare ad una porta, ma la porta era imbottita e le mie mani non hanno fatto rumore.

Ho provato a spingere la porta, la porta si è aperta, X era seduta nel suo trono, una penna nella mano destra, di fronte a lei un computer non di ultima generazione.

Prima di visitarmi, X mi ha chiesto cos’era successo in questo periodo, se avevo avuto malattie ed interventi, se avevo intolleranze (questa lista è stata ampia), se avevo hobby, e credo di averle detto “scrivo”, mentendo, perché per me non è un hobby.

Ero seduta dall’altro lato del trono di X, ho poggiato l’ombrello su un pavimento che non ricordo e non ho tolto il giubbino, appendendo la borsa alla mia destra, avevo bisogno di sentire tutte le mie cose vicine, per poter fuggire, all’occorrenza.

Mentre X domandava ed io rispondevo, vedevo X che mi scrutava, senza farmi capire che tipo di risposte le stavo fornendo, non mi incoraggiava molto, come da ruolo.

Ogni tanto, X faceva qualche commento, “i giochi si fanno entro i 35 anni”, è stato il suo commento alla mia affermazione di stanchezza.

Da quel momento il nostro non dialogo è stato viziato dalla mia distrazione, "se i giochi si fanno entro i 35, io che sto per compierne 32, sono sulla buona strada per uscire dai giochi", pensavo.

Poi X si è alzata, rivelandosi un donnone morbido, “si spogli”, mi ha detto.

E senza che potessi ribellarmi, mi sono trovata distesa su un lettino, senza il giubbino umido, con la maglia fucsia alzata fino a sopra il seno, che si mostrava ad una estranea sotto il neon di una lampada, senza il filtro del reggiseno.

Ha preso degli strumenti ed ha fatto quello che doveva fare, tastandomi tutta e iniziando una diagnosi in un linguaggio tecnico fastidioso, ed evocativo di medicine.

“Si rivesta”, ha detto X quando era già seduta sul trono, e per me è stato un sollievo ricoprirmi il seno, riinfilamri il giubbino grondante, ed allontanarmi dal neon.

X scriveva una ricetta lunghissima che poi mi ha passato, dal trono.

A prima vista, mi prescriveva un totale di otto medicine giornaliere ed ammennicoli vari.

Le ho chiesto se avessi avuto effetti collaterali, se si trattava di medicine che mi avrebbero fatto ingrassare, ha negato, “non si può prendere a cannonate un moscerino”, ha detto al moscerino.

Credo di averle regalato una faccia abbastanza scoraggiata, perché ha aggiunto “la vernice si è scrostata, ma l’intonaco sotto sta bene”, credo che metaforicamente queste fossero parole che mi autorizzavano a pensare che starò meglio.

Poi mi ha liquidato, X aveva fretta mentre io ero in trance, non le ho chiesto perché ho quello che X sta cercando di farmi passare, ho preso il suo ricettario di medicine ed ho firmato l’assegno alla sua segretaria.

Poi ho preso appuntamento, per il giorno che precede il mio compleanno, ed ho notato che lo screensaver del computer della sua segretaria è illuminato da una scritta in ogni colore.

Ero già verso le scale, quando sono tornata indietro ed ho detto alla segretaria che avrebbe potuto sceglierne uno figo, scherzavo ma non troppo, la segretaria ha fatto una faccia rassegnata, quanto la mia.

Fuori diluviava, da giorni, sentivo i piedi umidi, ho acceso il cellulare, ed ho sceso le scale di corsa, ho aperto l’ombrello piccolo fuori dal palazzo, e sono andata alla conad ed in farmacia.

Poi ho portato in lavanderia il jeans che avevo macchiato di olio, portandomi a casa una pizza ed una patata al cartoccio, l’olio della patata al cartoccio, e mi sono fatta fare le mani, mentre continuavo a sentirmi in trance.

di annarita at 18:15:28 3 Commenti

16/04/2004

DIETE

Gattostanco (http://gattostanco.diludovico.it) dice che leggere un blog è un buon motivo per saltare la dieta.

Inoltre.

1- Il jeans mi va largo (nota del traduttore: il jeans prima andava molto più largo).

2- Non ho fatto colazione (alibi valido a pranzo ed a cena).

3- Cenerò poco (alibi valido a pranzo).

4- Non farò colazione (alibi valido a cena).

5- Il mio fidanzato mi ha lasciato perché sono troppo magra (alibi che può essere del tutto inventato).

6- Un anno fa sono andata in palestra, ed ho bruciato 600 calorie al corso di aerobica.

7- Ieri ho mangiato due fette di dolce, non di più.

8- I genitori mi vedono sciupata.

9- Ho giocato a tennis, ed ho sudato molto (agosto del 2002).

10- La pizza non fa ingrassare.

11- Ho sentito dal dietologo di Costanzo che basta non mischiare pasta e pane.

12- Ho sentito da Nina Moric intervistata dal TG4 che lei non fa diete, quindi perché dovrei farne io.

13- Andrò al mare, non prima di maggio.

14- Mi iscriverò in palestra, lunedì.

15- Ho la 38 (alibi che è più bello se è vero, ma che non spiega perché il mio culo è sempre enorme).

16- Scopavo molto di più, e pesavo di più.

17- Salgo le scale a piedi (alibi valido dal sesto piano in poi).

18- Vado in bicicletta (anni ottanta).

19- Ho visto “Primo amore” dove la protagonista arriva a 42 chili, ma tenta di uccidere il fidanzato, ed ha una fame boia al punto da desiderare il purè.

20- I blogrodeo sono dalle 13 alle 14, quindi prima devo mangiare bene per scrivere bene.

21- Se mangio mi cresce il seno come quello di Anastacia (e divento anche una cantante di successo).

22- L’anoressia non è più di moda, o no?

23- Ho fame!!

24- Se non provo la torta che ha fatto X, X si offende (alibi adattabile ad ogni cibo, e ad ogni persona).

25- Niente cellulite, o no?

di annarita at 17:12:55 4 Commenti

16/04/2004

BLOGRODEO

Nessuno sa cos'è il Blogrodeo (www.blogrodeo.org), non un rodeo ma una gara che non è una gara perché il vincitore è estratto da un bambino bendato, non gara di scrittura ma una scrittura molto più internet che letteratura e molto l'inverso, organizzatori sadici che regalano una delle frasi del testo della non gara.

I primi rodei sono stati fatti, dalle 13 alle 14, ieri e today.

La frase in regalo today è "mi tolgo le mutande, così facciamo prima", da "Cosa voglio da te" di Scarpa.

Nessuno può chiedermi di stare a dieta, per il momento, così mi sono collegata alle 13,45.

Questo è il racconto, dove Andrea è l'omaggio ad uno scrittore che amo, il teatro dove Andrea mi aspetta è a Bologna e confina davvero con un mac, ma in quel teatro ad Andrea ho solo sorriso, anni fa, e non gli ho regalato le mie mutandine, per il momento.

Buona lettura!!

Andrea era di spalle, mi aspettava davanti al Teatro, ero in ritardo, di mezz'ora, mi manda a cagare, pensai.
Invece, non disse niente, ma aveva la bocca sporca di panna, nell'attesa si era fatto un doppio gelato dal mac accanto al teatro.

Il concerto era iniziato.

Andrea continuava a non dire niente.

Quelli del teatro ci fecero prigionieri nel foyer, a guardia misero la ragazzetta della biglietteria, che ci avrebbe liberato per il secondo atto, è la musica classica, bellezza.

A quell'epoca io ed Andrea non stavamo insieme, eravamo entrambi molto indecisi, anche sui gusti sessuali, avevamo quella perplessità che non ci vietava, ogni tanto, di baciarci.

Mi tolgo le mutande così facciamo prima, gli dissi, ad alta voce, così che la guardiana sentisse.

Lo feci, e misi sulle gambe di Andrea gli slip fucsia taglia seconda, un po’ macchiati di roba gialla.

La guardiana corse a chiamare quelli del teatro.

Noi entrammo durante il primo atto, Andrea con le mie mutande fucsia in mano, ci sedemmo facendo rumore e per tutto il resto del primo atto mi feci allegramente mettere le dita dentro dal mio amico.

di annarita at 16:25:08 Commenta:

15/04/2004

IRAQ

Nella biblioteca del Senato ieri le parole di Ralf Dahrendorf, “democracy is a good project”, mi sono risuonate irreali, ben prima che il ministro degli esteri comunicasse da uno studio televisivo che alcuni banditi forse avevano ucciso un connazionale, davanti al conduttore che aveva la faccia di uno cui stanno facendo il re dei pompini.

Lo studio televisivo era addobbato a festa, la scritta bianca su sfondo nero, un ostaggio italiano ucciso, illuminava la scena, roba da vincere un telegatto per la scenografia.

Da quanto tempo la democracy non è più un good project?

Ieri lo avrei dovuto chiedere a Dahrendorf, se non fosse che parlava in un inglese per me incomprensibile ed ero distratta dalla mia prima volta al Senato, e da un conoscente che per caso era seduto nella mia stessa ultima fila.

Da quanto tempo noi occidentali, figli di un dio maggiore, imponiamo la democrazia con le armi, se c’è da guadagnarci in petrolio e altri commerci, e lasciamo scannare i popoli, se non c’è roba da acquisire?

Da quanto tempo noi, figli di un dio maggiore, predichiamo disprezzo e schifo per i figli di un dio minore? quelli che si coprono con i veli, che vestono male e sono grassi e sporchi, e pregano uno che aveva la pelle scura, e sono dei fannulloni, meno 40% di immigrati in meno, dice un cartellone dell’Eur.

Siete tranquilli, adesso che il 40% dei fanatici è rimasto nelle capanne, dove proliferano tra superstizioni e progetti terroristici?

Da quanto tempo non rileggiamo i poemi epici?

Da quanto tempo non diciamo “ti voglio bene”?

La democrazia portata con le armi è una merda, non è un buon progetto.

Che poi “torneremo di nuovo a cantare e a fare l’amore, l’amore, con le infermiere” è una certezza, che non lenisce lo show dell’orrore, che va in onda dall’inferno iracheno, che siamo riusciti a creare.

di annarita at 15:51:14 Commenta:

14/04/2004

LORENZO

Nelle vacanze sono stata molto nervosa, e ho reso le vacanze turbolente, per la mia famiglia, che non mi vede spesso, e che ha tirato un sospiro di sollievo alla mia partenza, anticipata di un giorno, tanto per chiarire quanto sono stata nervosa.

Il nervosismo va via con una serie di rimedi, non tutti praticabili.

Provato con pane e cioccolata ma la cioccolata era poca e quindi non ha avuto effetti, sono uscita senza rifarmi il trucco, una lavata di denti e via, ho preso il libro che stavo leggendo e l’ombrello di pelle blu piena di colori, che mi piace da anni.

Mi sono chiusa nella Fnac, che non è il mio megastore letterario preferito, ma nella mia città di origine è a qualche minuto da casa, e le ragazze del bar sono molto carine e simpatiche.

Lo scopo è di prendermi una cosa e nel frattempo leggere, seduta senza poter fare male agli altri, soprattutto se a questi altri voglio bene.

Accanto al bar c’è una colonna di cd, diciotto piccoli anacronismi il titolo, autore Fabrizio Consoli.

Un complesso prova dei suoni, al centro del palco c’è Fabrizio Consoli, vestito tutto di scuro, come si usa tra artisti, sovrastato dalla chitarra, alla sua sinistra un giovane fisarmonicista, che poi ho scoperto venire dalla Svizzera, ed alla sua destra un contrabbassista e un batterista, capellone il primo, completamente pelato il secondo, in un divertente gioco di compensazione.

Il pubblico sta prendendo posto, ma davanti a loro si agita un uomo, capelli colorati di chiaro e felpa da quindicenne, apre e chiude un cellulare, organizza con un’agitazione misurata.

Lorenzo è il discografico di Fabrizio, e se volete sapere chi è Lorenzo e come si arriva alla sua casa discografica da Bologna e da Milano (uscire a Borgo Panigale nel primo caso, non so dove nel secondo caso) andate in www.stranisuoni.it.

Scoprirete che Lorenzo, oltre che discografico, è fonico e arrangiatore e molte altre cariche, che ha collaborato con un sacco di gente, anche con il mitico Eros, che ha scritto canzoni pubblicitarie, ma non vogliamo sapere quali canzoni pubblicitarie.

La prima sensazione quando ho visto Consoli, che come ha precisato non è parente della più famosa e lamentosa cantante, i musicisti, Lorenzo ed il suo cellulare enorme, è stata di fastidio, leggere con un concerto in sottofondo può essere bello ma anche difficile.

Ho preso una sedia dal bar e me la sono posizionata oltre le ultime file, ho iniziato a leggere ed ho scritto due frasi per un concorso della Fnac (descrivi il piacere di leggere, leggere è come scopare, ho scritto).

L’ombrello è caduto dieci volte, le cartoline del concorso, poggiate su un tavolino, si sono stinte di cocacola assumendo un simpatico colore marrone, leggere era difficile perché Fabrizio suonava, ah se suonava, e anche il fisarmonicista ci dava dentro, per non parlare del batterista e del contrabbassista, mentre Lorenzo il discografico, in prima fila, ascoltava il suo artista tra una telefonata e l’altra.

Infastidita ho cambiato posto dieci volte, ho anche provato ad alienarmi dietro la sala dell’esibizione, ma la musica arriva comunque, con lo svantaggio di non vedere il palco.

Consegnate le cartoline del concorso, lanciate nello scatolone trasparente predisposto all’ingresso del megastore di modo che la gente non riuscisse a sbirciare la genialità delle mie farsi sul piacere di leggere, e meditato di mettere nello scatolone anche l’ombrello che tanto mi piace ma che cade continuamente, dovevo trovare il mio posto nella Fnac, decidere cosa fare di quel pomeriggio rabbioso e piovoso e vacanziero e scazzato, per dirla tutta.

Tra andare via ed ascoltare il concerto ho scelto il concerto, convinta che ogni tanto non leggere non può che farmi bene.

Mi sono seduta nelle ultime file, alla mia sinistra due signore praticamente innamorate del Consoli, con cui evidentemente intrattenevano dei rapporti già prima dell’esibizione, ma escludo rapporti di parentame, a giudicare dai commenti sul Consoli uomo, più che musicista.

Il fastidio iniziale veniva sconfitto dalle canzoni, e dai discorsi sconclusionati di Consoli, che prima di ogni canzone, almeno prima delle canzoni che ho ascoltato seduta in posizione regolare, attribuiva l’ispirazione a donne non precisate ed alla difficoltà dei rapporti con le donne, ne ho dedotto che il cantante autore chitarrista sconclusionato deve aver avuto con le sue fidanzate rapporti non migliori dei miei rapporti con i miei fidanzati, quando usavo le cosiddette per relazionarmi.

La cosa più divertente che ha raccontato, e che mi ha esposto negativamente nei confronti delle fans del Consoli, è quella notte a Firenze, quando dormiva da un amico che rientrò all’alba, causa compagnia femminile, lasciando Consoli a fissare l’Arno, ed a comporre una canzone in cui spera di incontrare qualche straniera che la dia via un po’ più a buon mercato dell’italiana che gli aveva dato bidone quella sera, la traduzione è mia e so che l’Autore la rinnegherebbe.

Durante la canzone dice “ci provo con quella là”, e nell’esaltazione artistica del momento ha indicato me, gelando le fans, che poi mi hanno radiografato per scoprire eventuali collegamenti con il loro cantante preferito, dal canto mio ricordo che sono diventata rossa e mi sono coperta la faccia con la mano per tutto il resto della canzone, e forse anche durante la canzone che è seguita.

Dopo il concerto, saluto Consoli, che ha occhi chiari bellissimi e la barba di qualche giorno, ma che mi preferisce un signore pelato che lo porta fuori a fumare ed a fare discorsi da uomini.

Conosco anche Lorenzo il discografico, che a differenza di Consoli sembra preferire me ai signori che fanno discorsi da uomini.

Così, ci spariamo una chiacchierata sconclusionata quanto le introduzioni vocali di Consoli, una di quelle chiacchierate da "prima volta che ci consociamo" in cui cerco di dire cose intelligenti, ma ricordo più che altro le seguenti espressioni “Ligabue è un figo, Vasco è Vasco, nel mondo letterario c’è un sottobosco, è una merda”, dimostrando a Lorenzo grande padronanza di linguaggio e di cultura musicale, cose dette con quell’aria dell’io so tutto che riesce a rendermi antipatica, spesso.

Invece Lorenzo è simpatico, nonostante i capelli tinti e dritti, e ha quel fisico di chi non sta a dieta che mi piace, perché c’è un tempo per tutto, e questo per me è il tempo del piacere alimentare, delle torte carote e noci con lo yogurt, dei gelati con la panna e di tutte le cose buone che non mi so fare ma che mangerei volentieri.

Lorenzo mi ha detto una cosa, che potrebbe essere un titolo e forse un giorno lo sarà, masticare le origini, gli racconto che ho ascoltato il concerto del suo artista per caso, perché sono nella mia città di origine e non sapevo che fare, quindi mi sono ritrovata a rifugiarmi tra i libri, ha detto solo “fai bene, ogni tanto bisogna masticare le origini”.

Quando sentirete Fabrizio Consoli, Federico Poggioqualcosa, il chitarrista di Ligabue, ed il nuovo Luca Bui, sono artisti di stranisuoni, di Lorenzo, artisti superbi, a giudicare dagli anacronismi di Consoli.

Non è una pubblicità, ma quasi.

E ricordate che, venendo da Bologna, la casa discografica è all’uscita di Borgo Panigale.

di annarita at 16:06:50 1 Commento