23/03/2004
LIBRO
Ieri mi sono addormentata leggendo la parte finale di uno dei racconti di un’antologia di scrittori italiani.
Un paio di quelli che ho letto sono del genere docufiction, narrano episodi reali con stile giornalistico e ci mettono dentro un po’ di finzione, con il risultato di un prodotto che non è un articolo, non è un racconto, e, sul tardi, dopo una giornata di merda, può indurre in sonnolenza.
Le mie remore non sono aprioristiche, ma derivano dalla qualità delle scelte narrative, dalla non narratività di molte di quelle scelte.
In uno dei docuracconti, la voce narrante è uno statale come l’Autore, meridionale come l’Autore, trasferito da anni a Roma come l’Autore, un po’ nevrotico come l’Autore.
La storia c’è, un giovane meridionale non denuncia un fatto di camorra, di cui è testimone casuale, e usa quanto visto per confrontarsi sul tema “giustizia” con gli amici, in particolare con un amico magistrato.
La storia c’è, camorra, omertà, emigrazione, lavoro ministeriale, amicizia, grandi temi, eppure l’Autore non riesce, ma conoscendolo, non vuole, ad abbandonare la dimensione autobiografica e rinuncia, in partenza, a costruire uno schema narrativo che sfrutti al meglio questa storia.
Ne segue un docuqualcosa da cui emerge che l’assassino non sarà denunciato da nessuno, Autore/Narratore incluso, ma sarà assassinato dal padre, perché anche la camorra ha le sue regole, che l’amico magistrato dell’Autore/Narratore è uno colto e idealista, quel genere di amico che risolve molte serate noiose, che l’Autore/Narratore ha un bambino che controlla che non si parcheggi sui marciapiedi, per non fare male ai ciechi, ed è divertente come l’Autore/Narratore cerchi di convincerlo che mettere la moto sul marciapiede alle dieci di sera del novembre più freddo della storia non può danneggiare i ciechi, “dove cazzo vanno i ciechi a quest’ora”, è l’ottima argomentazione.
In un altro docuqualcosa l’Autore, anche in questo caso perfettamente identificabile con il Narratore, descrive Roma.
Si va sul set di questo regista, molto teatrale e di sinistra, che una volta ho incontrato in compagnia di una scrittrice bionda presente nell’antologia, e si resta lì, possiamo immaginare qualcosa di quel set ma immaginiamo lo stesso qualcosa di un set qualsiasi, Roma non pesa, non pesa lo stile dell’Autore/Narratore.
Si va in una via, nell’edicola dell’amico dell’Autore/Narratore, e l’Autore/Narratore parte con un temino di critica letteraria comparata.
Ho letto anche un paio di racconti, che, a prescindere dai gusti letterari, si avvicinano più alla fiction che al docu.
Nel primo si narra la rivoluzione sociale di una giovane emigrante, alloggiata presso un istituto di Bergamo, per donne lavoratrici.
Una sera l’emigrante, con il sostegno di un’altra ospite dell’istituto e di una paziente matta, prende un trattore pieno di letame e va a depositare quel letame nella casa di una conduttrice, e di gente della moda, senza spiegare troppo perché una poveraccia che non ha i soldi per l’affitto conosce il codice di accesso alle ville dei miliardari, e senza considerare che la gente di moda letamata ha pagato successo e fama con incidenti d’auto.
Dal racconto capiamo che a Bergamo fa freddo, i pasti della mensa fanno schifo, i matti sono buoni, all’Autrice/Narratrice stanno sulle palle la conduttrice, i suoi bambini e i miliardari, di tutto il mondo.
Il secondo racconto è quello che inaugura l’antologia, l’Autore è nato nel 1976 e sta scrivendo il primo libro, omonimo del racconto, il fatto del 1976 suscita una certa invidia, e impone una seconda lettura del racconto per migliorare il grado di obiettività.
La storia di una ragazza di successo che, tra una pubblicità per giochi giapponesi che danno epilessia, una festa di pubbliche relazioni e un breafing a Londra, trova il tempo di scopare e di farsi mettere incinta da un fidanzato che vuole mollare, narrata da un Autore, diventa la storia di una ragazza di successo che vuole sembrare un ragazzo di successo.
Le ragazze di successo che conosco abbandonano incontri di lavoro importanti per l'invito di uno che non chiama mai ma che quella volta le ha invitate, scrivono sms su sms nei breafing, vanno a letto alle nove di sera a Londra, dove lavorano per settimane, dopo essersi comprate la cena a base di uvette da mark’s & spence, quello del simply food, come da slogan.
L’Autore, nel finale del racconto, fa fare alla ragazza esattamente quello che avrebbe fatto qualsiasi ragazza, anche non di successo, tiene il bambino e prende un anno di pausa dal lavoro, ma non cambia la sensazione che l’Autore, e gli uomini, non sanno che le donne sono appassionate del successo, ma non quanto lo sono per i saldi.
PS la scelta di non fare nomi e titoli è una scelta.