13/03/2004
COMMENTI
Nel diario di Pierluigi Cappello, pordenonelegge, è successa una cosa molto bella. Cappello ha pubblicato un racconto, Corpo, che trasuda sensualità, che fa venire voglia di distendersi e di accarezzare le cicatrici di quel corpo, di esaminare la palma circondata da pietre in cui il proprietario del corpo è riuscito, con fatica e sofferenza, a trasformarlo. Il corpo è una delle mie ossessioni, che mi rende ridicola, che mi isola nelle relazioni, perchè deve essere difficile innamorarsi di una che può entrare in crisi per due chili in più. A differenza del protagonista del racconto, i miei segni sono quelli che mi sono causata, le smagliature ai lati delle gambe, che iniziano dal fondoschiena e scorrono come fiumi sul corpo, per tutte le volte che ho cambiato peso, e quelli del tempo, le prime rughe ai lati degli occhi, che, sotto alcune luci e dopo una notte insonne, dimostrano i miei anni. Una lettrice di Cappello ha scritto nei commenti il suo numero di cellulare, facendo quello che volevamo fare tutti, io stessa avrei desiderato annullare le distanze, continuare a raccontarci del corpo, ma ha prevalso la certezza di essere respinta. Intanto, con il copia e incolla, e senza chiedere il permesso all'Autore, di cui non ho indirizzo e numeri, conservo qui Corpo. Il mio corpo è una terra inospitale. È stato aperto più volte dal bisturi, aperto come un fiore. Non ne ho ripagata l'ospitalità se non con l'insulto. Per molto tempo ho risalito i sentieri delle sue cicatrici per rifugiarmi nel silenzio della mia testa, abbandonando province intere al fuoco. Mi sono sbucciato i gomiti, le ginocchia, sono caduto sulla fronte per darmi conto della sua lontananza, per darmi conto del mio silenzio. Adesso lo conduco e lo curo un po' meglio, ma ciò che rimane è una palma circondata da pietre. Lui risponde per come può, per come deve, quando gli dico andiamo dentro l'umore del giorno. Il mio corpo è tre volte uomo, come Ettore fuggito tre volte davanti ad Achille. I segnali che mi mandava erano i segnali di un naufrago. Provo a sforzarmi e immagino: la linea del mare, vuota; l'azzurro denso del cielo, vuoto nel mare; una linea di sabbia vuota di orme. Ho dovuto avvicinarmi al silenzio per entrare nella sua cenere e con stupore e con rabbia scoprirne la sete. Con mani nuove gli ho dato da bere e ho misurato il tempo della sua falcata. Ne ho apprezzata l'andatura, lenta, ma resistente come un cammello. Ho ricondotto la velocità del pensiero alla lentezza naturale delle sue dita. Nell'intervallo tra la parola pensata e la parola deposta sul foglio, ho imparato a considerare la superficie lucida della sua voce, una moneta appena coniata. Adesso respira.di annarita at 14:50:03
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