30/03/2004

SEVERGNINI

C'è una città che mi fa arrabbiare, molto.
Incollo una lettera scritta ieri, e pubblicata da Severgnini in www.corriere.it/severgnini.
La lettera è mia, e racconto qualcosa di questa città, che rinnego, ma dopo la amo troppo per rinnegarla, e la mia voce tradisce troppo, da dove veniamo.
Rinnego invece l'uso dei due punti nel testo, che sono un'aggiunta legittima della redazione di Severgnini, che bacio, perchè è molto bello, ai miei occhi.
Cari Italians,
c'è una città in cui sparano, a Forcella hanno sparato a una quattordicenne, raccontano di lei che era bella e che le piaceva ballare.
In questa città la gente è simpatica, la mozzarella piace anche a chi ne è allergico, i dolci non fanno ingrassare, si va in aliscafo, Dionigi segna, e si organizzano cose letterarie, chiedendo ai visitatori un euro per il programma.
Il presidente della regione e il sindaco implorano la Coppa America, fanno decreti di finanziamento, la Coppa America la danno a un vero re e in questa città resta la coppa del nonno.
Dopo Forcella, il presidente della regione e il sindaco dicono: difenderemo la città, usano il verbo al futuro, per l'appunto.
Una marca di scarpe e borse famosissime fa una campagna internazionale in cui staglia le scarpe e borse sul golfo famosissimo della città di Forcella.
Il presidente della regione e il sindaco sono contenti della pubblicità, non sarà la Coppa America, però.
PS: da un anno vivo in un'altra città, però.

di annarita at 09:08:57 2 Commenti

25/03/2004

ESTRANEA

Il letto è posizionato nel sottotetto, alla destra c’è una finestra incavata nel tetto, che apro quando me ne sto a prepararmi con una lentezza esasperante, dall’esterno la pioggia entra in camera, con i suoni e gli spifferi, è bello risvegliarsi al suono degli uccelli e delle altre bestie che si rifugiano nel giardino, anche il suono della pioggia è piacevole.

Ieri sera sono tornata e non pioveva, ma la grandine che avevo preso andando da feltrinelli avrebbe dovuto essere interpretata come un segnale, ti farai male, diceva quella grandine.

In effetti, ne sono uscita con sensazioni stranissime, che non è possibile spiegare così, perché per farlo dovrei iniziare da lontano, e non mi sembra il caso, gli altri mi stanno insegnando che è meglio ignorare ciò che è stato, ed essere cinici, la letteratura è cinica, mi ha detto ieri sera Emanuele, incontrato con un codazzo di gente.

Nel tragitto di ritorno dalla feltrinelli ero così in balìa di ciò che è stato che, incrociato quello del supermercato che mi dà sempre le cose, non ho neanche risposto al suo buonasera, e ho alzato gli occhi dal marciapiede, in ritardo per dirgli buonasera.

Ho raccontato ad uno la storia complicata che c’entra con la feltrinelli di ieri, sbaglio a confidarmi, gli permetto di criticarmi, lui non mi permetterà mai di fare la stessa cosa, scritto proprio mai, non siamo sullo stesso piano, ha risposto, e non bisogna essere dei geni per capire chi dei due è sul piano sbagliato.

Gli ho risposto che gli atteggiamenti respingenti non mi fanno bene, e, tra le molte risposte alla sua domanda cosa dovrei fare, ho risposto dolcezza.

Intanto, hanno scarcerato i tifosi che durante il derby cercavano di mettere le mani addosso a Totti dandogli del tu, sono contenta che lo abbiano fatto in tempo per mandarli alla partita di stasera, adesso sono tranquilla.

Microsoft ha preso una multa e si è incazzata, ma il sentimento generale sembra essere siete ricchi, avete sbagliato, pagate, e pagate anche se non avete sbagliato.

La multa gliel’ha data un signore italiano che controlla la regolarità della concorrenza nell’euro, con un notevole umorismo mandiamo a puttane la concorrenza da noi ma mettiamo uno dei nostri a sorvegliare la concorrenza di tutti.

Tiziano Terzani ha, spero ha avuto, un cancro, e pubblica un libro in cui lo racconta, esterno a sé, che non è un punto di vista facile da conquistare.

A settembre 2002 Terzani, vestito di bianco e di scarpe orientali, ci incantò, eravamo a Mantova, lui seduto a gambe incrociate su un tavolino di legno che, contro ogni previsione, resse il suo peso, molti di noi seduti a gambe incrociate sull’erba della Cavallerizza.

Allora, parlò di pace, e ci trasmise la sua tranquillità, il suo vanto di aver scelto l’isolamento dalla civiltà.

Leggerò il suo libro per sapere se sta bene, se ha continuato il suo eremitaggio, nonostante il cancro, se allora era già malato.

Per un gioco assurdo, la storia complicata che mi fa sentire in balìa ha avuto un frammento nella Mantova del settembre 2002, durante una colazione raccontai alla persona che me la offrì di quel signore vestito di bianco che arrivato in un prato ducale si tolse le scarpe basse, come dichiarazione di intenti.

Un saluto a Terzani, che voglio immaginare tornato in cima alla montagna dove vive e che quindi non può leggere di questo saluto, a Totti, che non voglio immaginare a ristorante con certa gente che scende in campo a dirgli se deve giocare, il saluto migliore all’inventore di storie, che scrive che i sogni sono un’attività sovversiva, quindi non mi odierà se continuo a sognare, nonostante ieri, l’inventore, sia riuscito a farmi sentire una completa estranea, quale sono.

di annarita at 17:51:10 Commenta:

23/03/2004

LIBRO

Ieri mi sono addormentata leggendo la parte finale di uno dei racconti di un’antologia di scrittori italiani.

Un paio di quelli che ho letto sono del genere docufiction, narrano episodi reali con stile giornalistico e ci mettono dentro un po’ di finzione, con il risultato di un prodotto che non è un articolo, non è un racconto, e, sul tardi, dopo una giornata di merda, può indurre in sonnolenza.

Le mie remore non sono aprioristiche, ma derivano dalla qualità delle scelte narrative, dalla non narratività di molte di quelle scelte.

In uno dei docuracconti, la voce narrante è uno statale come l’Autore, meridionale come l’Autore, trasferito da anni a Roma come l’Autore, un po’ nevrotico come l’Autore.

La storia c’è, un giovane meridionale non denuncia un fatto di camorra, di cui è testimone casuale, e usa quanto visto per confrontarsi sul tema “giustizia” con gli amici, in particolare con un amico magistrato.

La storia c’è, camorra, omertà, emigrazione, lavoro ministeriale, amicizia, grandi temi, eppure l’Autore non riesce, ma conoscendolo, non vuole, ad abbandonare la dimensione autobiografica e rinuncia, in partenza, a costruire uno schema narrativo che sfrutti al meglio questa storia.

Ne segue un docuqualcosa da cui emerge che l’assassino non sarà denunciato da nessuno, Autore/Narratore incluso, ma sarà assassinato dal padre, perché anche la camorra ha le sue regole, che l’amico magistrato dell’Autore/Narratore è uno colto e idealista, quel genere di amico che risolve molte serate noiose, che l’Autore/Narratore ha un bambino che controlla che non si parcheggi sui marciapiedi, per non fare male ai ciechi, ed è divertente come l’Autore/Narratore cerchi di convincerlo che mettere la moto sul marciapiede alle dieci di sera del novembre più freddo della storia non può danneggiare i ciechi, “dove cazzo vanno i ciechi a quest’ora”, è l’ottima argomentazione.

In un altro docuqualcosa l’Autore, anche in questo caso perfettamente identificabile con il Narratore, descrive Roma.

Si va sul set di questo regista, molto teatrale e di sinistra, che una volta ho incontrato in compagnia di una scrittrice bionda presente nell’antologia, e si resta lì, possiamo immaginare qualcosa di quel set ma immaginiamo lo stesso qualcosa di un set qualsiasi, Roma non pesa, non pesa lo stile dell’Autore/Narratore.

Si va in una via, nell’edicola dell’amico dell’Autore/Narratore, e l’Autore/Narratore parte con un temino di critica letteraria comparata.

Ho letto anche un paio di racconti, che, a prescindere dai gusti letterari, si avvicinano più alla fiction che al docu.

Nel primo si narra la rivoluzione sociale di una giovane emigrante, alloggiata presso un istituto di Bergamo, per donne lavoratrici.

Una sera l’emigrante, con il sostegno di un’altra ospite dell’istituto e di una paziente matta, prende un trattore pieno di letame e va a depositare quel letame nella casa di una conduttrice, e di gente della moda, senza spiegare troppo perché una poveraccia che non ha i soldi per l’affitto conosce il codice di accesso alle ville dei miliardari, e senza considerare che la gente di moda letamata ha pagato successo e fama con incidenti d’auto.

Dal racconto capiamo che a Bergamo fa freddo, i pasti della mensa fanno schifo, i matti sono buoni, all’Autrice/Narratrice stanno sulle palle la conduttrice, i suoi bambini e i miliardari, di tutto il mondo.

Il secondo racconto è quello che inaugura l’antologia, l’Autore è nato nel 1976 e sta scrivendo il primo libro, omonimo del racconto, il fatto del 1976 suscita una certa invidia, e impone una seconda lettura del racconto per migliorare il grado di obiettività.

La storia di una ragazza di successo che, tra una pubblicità per giochi giapponesi che danno epilessia, una festa di pubbliche relazioni e un breafing a Londra, trova il tempo di scopare e di farsi mettere incinta da un fidanzato che vuole mollare, narrata da un Autore, diventa la storia di una ragazza di successo che vuole sembrare un ragazzo di successo.

Le ragazze di successo che conosco abbandonano incontri di lavoro importanti per l'invito di uno che non chiama mai ma che quella volta le ha invitate, scrivono sms su sms nei breafing, vanno a letto alle nove di sera a Londra, dove lavorano per settimane, dopo essersi comprate la cena a base di uvette da mark’s & spence, quello del simply food, come da slogan.

L’Autore, nel finale del racconto, fa fare alla ragazza esattamente quello che avrebbe fatto qualsiasi ragazza, anche non di successo, tiene il bambino e prende un anno di pausa dal lavoro, ma non cambia la sensazione che l’Autore, e gli uomini, non sanno che le donne sono appassionate del successo, ma non quanto lo sono per i saldi.

PS la scelta di non fare nomi e titoli è una scelta.

di annarita at 16:06:08 8 Commenti

22/03/2004

SURROGHE

Non sono tornata a casa, per stupide liti che avremmo superato vedendoci, per le telefonate per me inutili, che non spiegano che sono quasi quattro settimane che non torno, che sono stati da me solo una volta in quasi un anno, che ogni volta che parlo con mia sorella finiamo per diventare roche, che l’impressione che do agli estranei è proprio di una senza riferimenti, che è vero, ma non totalmente.

Non sono uscita con amici, piena della mia alienazione, perché ho seguito la musica classica, roba pesante, che mi ritrovo a vivermi da sola, a commentare con estranei, spesso diffidenti di questa ragazza che va in giro da sola a soddisfare curiosità e a surrogare elementi importanti, non dominanti, per adesso.

Non ho fatto una buona spesa, con il risultato di pochi pasti e tutti irregolari, con il ritorno di brufoli psicoallergici, non so esattamente a cosa sono allergica, oltre a quello che già evito, mi hanno fatto notare che sono di nuovo inguaiata, dopodomani dovrei vedere una persona che non vedo da giugno e, anche se so che non siamo valutati da chi dovrebbe volerci bene in base ai brufoli, perché non siamo valutati, mi sento in difficoltà, perché do veramente l’impressione di una inguaiata.

Non mi sono riposata, e adesso provo quella spossatezza che ti prende se l’aliscafo prende male le onde e ti considerari fortunata perché per la fretta di prendere l’aliscafo non avevi mangiato, quindi non vomiterai, ma passerai un giorno in questo stato, a osservare gli altri che sembrano muoversi sinuosi davanti ad i tuoi occhi, occhi stanchi.

Non sono andata al mio reading, quindi non so l’effetto sui lettori di quel mio racconto, una storia che, mi piace credere, prelude a esperienze e stati d’animo migliori.
Non ho ricevuto la telefonata di D., che, anzi, questa mattina ha posto una condizione alla nostra amicizia, ovviamente da me accettata, e ha dato risposte molte scocciate, con il tono di chi ha di gran meglio da fare che stare a scrivere ad una che non ha mai visto, di cui non ha neanche la curiosità di sentire la voce.

Non ho scritto a mia cugina, anche se l’ho sognata, vive all’estero, nel sogno mi spiegava che è arrabbiata con me, in realtà è un sogno dovuto al fatto che il mio ultimo fidanzato, incontrato per caso, ha ricambiato la mia scelta di evitarlo, solo che lo ha fatto con uno sguardo così cattivo e un atteggiamento così mafioso che, se non leggerete questo diario per un po’, preoccupatevi, potrebbe menarmi, e nascondermi.

Non mi sono trattenuta dal non litigare, nel primo caso con quello seduto alla mia sinistra, durante la musica classica, mi raccontava dei suoi studi, quindi gli ho chiesto se aveva un’idea di mestiere, ha risposto, il creativo, voglio essere tra quelli che le aziende pagano per sedersi intorno ad un tavolo ed inventare idee, mi è sembrata una risposta così stupida che non ho nascosto le mie perplessità, nel secondo caso, ho litigato con uno sconosciuto che si è inserito in una conversazione tra me ed un’altra persona, stava per menarmi, mi ha detto lo sconosciuto, quando sono andata a scusarmi, mi sono scusata in entrambi i casi, è conseguenza dei sensi di colpa che mi prendono se spendo troppo per le scarpe, se mi riempio di brufoli non desiderati e se mando a cagare i primi che capitano.
Potrei evitare di giustificarmi per reazioni della pelle dovute a patologie che ignoro, facendo notare agli interlocutori quanto sono brutti, potrei mandare a cagare e non scusarmi, potrei telefonare a mia sorella con tranquillità, certa, come sono, che ci vogliamo un gran bene, prendere un treno e non vergognarmi di avere bisogno dei miei genitori, quando vivevo con loro avevo una pelle di pesca, potrei non sentirmi così da aliscafo, potrei scrivere il numero di cellulare, e ascoltare D., e dirgli che non deve darmi condizioni, ma altro.

di annarita at 16:34:33 2 Commenti

18/03/2004

POST

Il reading si terrà domenica 21 alle 18,00 presso Il pavone nero di Napoli, nell’iniziativa 100% Post, primo esperimento di letture pubbliche di post dai blog, poesie, racconti, osservazioni, pensieri, alcuni editi e molti altri inediti, e intrusioni d’autore.

L’idea è di Serena Gaudino, che per Galassia Gutenberg ha curato il primo raduno nazionale di bloggers a Napoli, lo scorso febbraio, per dare voce e pubblico ai tanti post raccolti nel corso dell’iniziativa 100% Post (http://galassia2004.splinder.it).
Si leggerà un mio racconto.

di annarita at 09:56:10 1 Commento

17/03/2004

AUTOSTIMA

Un amico, che non sa come sono fatta, mi ha assegnato un rating molto basso, e dimostra continuamente di avere un'opinione di me, impietosa.
Non sta a me confutare questa sua opinione, impietosa, però ho deciso di elencargli i miei pregi.
Come tutti gli elenchi, quello che segue è menzognero, incompleto, occasionale, elaborato in piedi, davanti al mio portatile, mangiando pizette unte, e il trucco da rifare, che è fondamentale se si va a vedere Baricco.

Sono ammesse le bugie, ovviamente, pur di crescere di autostima.

1) Ascolto
2) Chiedo
3) Propongo
4) Vesto bene, se ho voglia
5) Ho un bel corpo, prima di tre kg fa
6) Sono sempre allegra, oppure fingo di esserlo
7) Mi diverto
8) Sono divertente, e mondana q.b.
9) So cenare nelle bettole
10) Ho molti conoscenti, e amici q.b.
11) Dove mi metti mi trovi, sono adattabile
12) Ho una casa estiva, che può sempre essere utile
13) Viaggio, se capita
14) Ho un viso carino, se non sono stressata
15) Va bene la coppia aperta, però tendo a vendicarmi
16) Mi piace accarezzare
17) Mi piace essere accarezzata, sulla pancia
18) Faccio bene l'amore
19) Mi fido, molto.

di annarita at 12:07:43 5 Commenti

15/03/2004

MARGARET

Il palazzetto dello sport di Scandicci era pieno, si presentava il libro di uno dei miei autori preferiti, seduto alla mia destra c’era un grande editor, l’editor di quell’autore e di molti altri.

Ci conoscemmo in quell’occasione, e, agevolati dalla comune origine meridionale, conversammo di sport, e, ovviamente, di letteratura.

Mi disse, tra l’altro, che il miglior libro che aveva pubblicato quell’anno era quello di una certa signora, gli risposi che il precedente, “Il catino di zinco”, non mi aveva tanto convinto e anche il monologo, da lei scritto e interpretato, “Manola”, mi era sembrato niente di che.

L’editor insistette, leggilo, è bellissimo, sostenuto da una giornalista, seduta alla destra dell’editor, è bellissimo, confermò quella giornalista.

La prima cosa che feci, rientrata a casa, fu comprare quel libro, sulla copertina il disegno di una bambina che corre sul verde.

Era il novembre 2001, quel libro bellissimo si intitola “Non ti muovere”, arriveranno, dopo allora, il premio strega, le vendite, le interviste a Margaret Mazzantini, la più bella fatta da una casa al mare, in cui raccontava ad una giornalista che si, era molto contenta del premio strega, che si, molto contenta delle vendite del libro, che si, magari ne faremo un film, ma per allora doveva andare a friggere le patatine per i bambini.

Timoteo è un chirurgo di successo, ha una moglie bella, giornalista di successo, una figlia bella e ribelle, quanto lo può essere una quindicenne borghese, per cui il massimo della ribellione è fidanzarsi con uno che si tinge il pizzetto di biondo.

La prima scena, del libro, del film, di quello che ricordiamo, è una grande pioggia, sotto la quale c’è un motorino, un casco slacciato, una ragazza dai capelli lunghi.

Quella ragazza è figlia di Timoteo, viene portata nel suo reparto chirurgico e affidata a due suoi colleghi, due amici, perché Timoteo sceglie di non operare una persona che ama, dopo aver fallito, una volta.

Quella figlia è in sala operatoria, con i capelli insanguinati, tagliati per asportare l’ematoma al cervello, con il diario pieno di top secret e di disegni di rane, e Timoteo ripercorre quanto gli è accaduto, prima e durante la nascita di quella figlia.

Nel libro il gioco dei ricordi si realizza affidando la narrazione a Timoteo, nel film c’è un Castellitto grigio, che aspetta davanti ad una sala operatoria la cui porta è stata volutamente lasciata aperta, e un Castellitto giovane, molto annoiato dalla patina mondana della moglie, sullo sfondo di belle case in centro e di alloggi diroccati della periferia, di amiche della moglie che festeggiano compleanni a Sabaudia con vestiti colorati e di canzoni cheap degli anni ottanta, ascoltati in compagnia di una derelitta, con i denti e le unghie nere, Italia, si chiama, non a caso, la derelitta.

In ogni libro e in ogni film c’è una scena su tutte.

Nel libro, c’è una mamma, ancora bella e mondana, fatta ritornare da Londra, dove, scesa dal volo dell’andata, le hanno detto che uno della sua famiglia aveva avuto un incidente e l’hanno rimessa in volo, verso sua figlia.

Ha i capelli non lunghissimi come quando era giovane, ma lunghi, un caschetto ordinato.

La prima cosa che farò, mi taglierò i capelli, così quando ti ricresceranno li avremo corti tutte e due e ci faremo una foto con gli occhiali da sole, come due sceme, dice una mamma ad una figlia, che non si deve muovere dalla vita.

Nel film, una mamma e un padre stanno per diventare genitori, di quella figlia che non si deve muovere, lei sta preparando le cose da portarsi in ospedale, cerca un libro, poi prende il telefono e chiama alla ginecologa, ci siamo, le dice, lui la guarda stupito, non mi avevi detto che il tuo ginecologo non è Manlio, quante cose non ci diciamo, risponde quella mamma a quel padre.

La storia di Timoteo non è una bella storia, non nel senso di una storia buonista.

L’Autrice ha scelto di dare voce alla sporcizia, al lato che rifiutiamo, rappresentato dalla violenza di Timoteo, che le prime volte violenta Italia e le lascia i soldi nelle buste dei surgelati, dalla povertà e sporcizia fisica di Italia, un destino di emarginata, fin da quando da bambina era violentata, dal carrierismo della moglie, che non ha tempo di tagliare a Timoteo le unghie dei piedi, come, invece, fa Italia.

Questa è una storia di sentimenti, senza vergognarci di leggerne, scriverne, vederne, di sentimenti.

Voglio trovare il senso a questa vita, voglio trovare il senso a questa storia, canta Vasco Rossi, sulle chitarre elettriche, mentre Castellitto cammina con una busta di plastica in mano, nel cortile di un ospedale, e incrocia una comparsa, dai capelli ramati a caschetto, che frigge patatine ai suoi figli, e trova anche il tempo di scrivere best seller.

di annarita at 10:50:48 11 Commenti