27/02/2004
Citofono
Sono le due di notte, o di mattina, secondo i gusti. Non sono appena tornata, come capita, né sto andando via da qualche casa, come cerco di non far capitare. Sono a casa, in camicia da notte e calzini, con il riscaldamento acceso in questo residuo di pioggia e vento, al piano di sopra dorme mia sorella, arrivata un’ora fa, quando ero a letto non troppo addormentata con addosso una copia spiegazzata di “Chi”, tutta letta. Con mia sorella abbiamo fatto un riassunto delle puntate precedenti, mischiando lavoro e privato, litigando per approcci completamente diversi, lei propone soluzioni, partendo spesso da pregiudizi non sempre veri, io sono un fiume in piena, con tendenza al monologo accentuata dalla posizione distesa e dalla notte che diventa giorno. Se fumassi potrei scrivere “sono alla finestra, guardo il cielo che schiarisce e fumo, addosso solo una camicia di seta”. Ma non fumo, non sempre, e non indosso lingerie di seta. Sono seduta su una poltrona del colore dello champagne, incapace di dormire. Sono in ascolto. Quello del primo piano sta rientrando, oggi prima del solito. Non è solo, come al solito, la voce di lei non mi sembra la solita, sono contenta che non è accompagnato da quella che durante l’orgasmo urla, perché non ho voglia di sentire quanto si divertono, di sotto. In strada non passa nessuno. La prima ad arrivare sarà la signora che fa le pulizie nell’agenzia di stampa che è di fronte, al secondo piano. La vedo alle 6,30 quando spengo il riscaldamento e contemporaneamente bevo acqua non fredda e mangiucchio quello che trovo, antipasto della colazione molto calorica, senza la quale non inizio. Dietro i vetri facciamo finta di non vederci, anche se lei mi ha visto molte volte senza vestiti quando salgo le scale per andare a prepararmi e a rifare il letto, io so che le piace la musica. Quando arriva, spalanca le finestre, e accende la musica, che si sente fino a me, anche se non riesco a distinguere quale musica. Gli altri due inquilini del palazzo o dormono o non ci sono, uno dei due lavora di notte. Mia sorella dorme, la guardo, mi sembra stanchissima, sono contenta di averla con me. Quello del primo piano non fa sesso, non ha musica, non arrivano suoni rumorosi, dormono. O è il citofono che sovrasta tutto. Rotto da quando, più di tre settimane fa, Emanuele mi citofonò nella nostra unica uscita, per adesso. Un bel giro del quartiere con la sua cagna, che è meravigliosa, quando la accarezzi sembra una pecora e quando ci siamo fermati davanti al mio portone in quelle situazioni in cui entrambi non sanno se hanno voglia di dormire o di altro, lei si è messa di guardia. Il citofono fa un rumore zen, un verso sempre uguale a se stesso, ripetuto senza soluzione di continuità. Potrei alzarmi dalla poltrona, aprire il cassetto dove tengo lo scotch, prendere lo scotch e continuare quello che sto facendo da ieri, avvolgere il citofono nello scotch. Non mi alzo, mi verrebbe da incrociare le gambe, tecniche di meditazione, immaginate di essere in riva al mare. Mi verrebbe di unirmi al citofono, nel suo canto stonato. Non faccio niente, non incrocio le gambe e non canto il canto zen. Mia sorella, di sopra, dorme, è stanchissima. Se avessi un martello spaccherei il citofono, urlando, come nei film americani. Non ho un martello, né attrezzi per cercare di aggiustarlo, né un elettricista, né il latte in frigorifero, perché contro l’insonnia un bicchiere di latte freddo e cacao sintetico può tutto. Ho un cornetto e dei biscotti ma voglio che li mangi mia sorella per colazione, glieli metto sul bagaglio aperto e non disfatto, insieme a “Chi”. Non mangio. Resto seduta, do calci involontari alla borsa che ho già preparato, piena di libri e giornali, inciampo nella busta in cui ho messo le cose del bagno, anche il balsamo, salgo di sopra, apro un cassetto, prendo un asciugamano celeste e arancione, scendo e cerco di sistemarlo nella borsa, non accendo la luce per non svegliare mia sorella, metto l’asciugamano sopra la camicia da notte. Ritorno a sedermi, non penso a niente. Il citofono canta ancora, è caldo e odora di gomma bruciata, perché Emanuele, per silenziarlo, ci mise dentro una gomma da cancellare bianca rimediata dalla mia vicina, una carissima amica. Quando suona la sveglia, di sopra, mia sorella non si sveglia, cambia fianco e dorme, sembra stanchissima. Mi alzo di scatto, corro di sopra per far si che almeno la sveglia non faccia troppo rumore. Scendo e inizio a prepararmi. Mi copro il viso di latte detergente e noto che ho dei brufoli. Passo sopra i brufoli le dita, e sento il fastidio delle imperfezioni, e dell’odore di gomma bruciata.
25/02/2004
Giornalista
La sala non è gremita, l’età del pubblico è alta, molte le sedie vuote con sopra una sciarpa grigia, la seconda dell’ultima fila della prima parte di sedie, o un giornale spiegazzato, di quelli che si prendono gratuitamente in metropolitana. Sono puntuale, mi siedo nella seconda sedia della prima fila della seconda parte di sedie, metto sopra la sedia la giacca di pelle e la mia “Repubblica”, comprata dieci ore prima. Il signore seduto alla mia destra ha un loden verde, di quelli da gentiluomo di campagna, i capelli grigi, una bella montatura di occhiali blu metallizzata, un’aria perbene. Mi parla. Mi chiede se “quello laggiù è un giornalista”. Mi volto e vedo un ragazzetto che ha nella stessa mano un cellulare con cui armeggia e un’agenda di pelle ricolma di roba. Il ragazzetto, percepiti gli sguardi indagatori del signore in loden e mio, alza la faccia dal cellulare, e ci guarda. E’ vestito del colore delle lucertole ma non riesce a mimetizzarsi sul muro bianco della libreria inaugurata da poco. Sopra il vestito ha un giaccone dello stesso colore mimetico, con il collo di lana colorato, tagliato orizzontalmente da una linea bianca. Sembra un alunno di high school o uno dei manager inglesi, che indossano cose colorate su vestiti sobri, illuminando le strade che attraversano di corsa, riscaldati dal cappuccino di Starbuck’s in mani prive di guanti. “Si, è un giornalista”, rispondo al signore in loden, convinta che la mia risposta fosse sufficiente. “Si ma che fa?”, insiste il signore in loden. “Prima lavorava in radio, intervistava i politici, adesso non so, forse sta a Sky”. Il ragazzo allora passa davanti alla nostra postazione, nello spazio che c’è tra i due gruppi di sedie, lo tocco “il signore vuole sapere dove lavora”, dico un po’ scocciata dalle domande del signore in loden, e li metto in contatto, “Sky”, il ragazzo sorride e risponde guardando entrambi, facendomi acquistare una immeritata credibilità giornalistica presso il signore in loden, che continuerà a farmi domande per tutta la presentazione del libro di Carelli. Il terribile Diaco è un ragazzo che sembra molto più piccolo dei suo anni, meno di trenta. Che parla al cellulare a voce alta rimarcando nomi e cognomi tanto per far capire che lui parla di Fassino e di Fazio mica di dove andare a mangiare una pizza. Che ascolta, uno dei pochi del gruppo di Carelli, tutta la presentazione, con interesse sincero. Che fa un po’ di scena ma sorride molto e è quasi fosforescente, nel neon del sotterraneo letterario. Che è molto carino con una ragazza del pubblico che ha cercato di fare una domanda a Carelli prenotandosi e usando il microfono ma che veniva regolarmente scavalcata da interventi approssimativi, di gente che cita i board di controllo delle tv inglesi come garanzia di informazione autentica ignorando però che alla BBC è più la gente che si è dimessa di quella che ci lavora ancora per una storia di dossier falsi o voluti considerare tali, e vai a capire cosa sono questi board. Quella ragazza sono io, e ero piena di pregiudizi su Diaco. Uno che per far parlare di sé dichiara in radio, e ne fa un tormentone, che la sua ragazza lo ha mollato per andare con una donna. Uno che indossa magliette leccaculo in base al politico che intervista. Uno di cui dicono malissimo, quelli che non raggiungono i suoi stessi traguardi. Uno che ieri è intervenuto dicendo malissimo della casalinga di Voghera, scatenando l’ira di chi non ha voluto capire che si trattava di una battuta buttata lì per dire che le nuove tecnologie, argomento del libro di Carelli, sono accessibili a tutti, soprattutto alle casalinghe. Diaco mi è piaciuto, gliel’ho scritto.
24/02/2004
Carnevale
Martedì grasso di un anno fa, quindi poco più di un anno fa, mi telefonò la segretaria di uno dei capi, stetti un pò in linea, arrivò lui, un enfant prodige del settore in cui lavoro. Mi disse che i colloqui, fatti nell’ambito di una riorganizzazione aziendale, erano andati benone, che il ruolo a Roma era mio, “è uno scherzo di Carnevale?”, risposi quasi speranzosa che fosse uno scherzo, “ci faccia sapere quando arriva, ci vediamo presto”, tagliò corto lui. Riattaccai, ero seduta ma tremavo, alzai nuovamente la cornetta, lo dissi a casa, dove, come al solito, invece di esserne contenti e fieri, reagirono malissimo. Andai da quello che era il mio capo. Bussai alla porta, qualche stanza dopo la mia, al quarto piano di un palazzo del 1836. Mi fece entrare subito, mi ha sempre apprezzato, da molti punti di vista. “Mi vogliono a Roma”. Poi parlò lui. Mi spinse ad esserne contenta, mi concesse un trasferimento lento, decidemmo che mi avrebbe dato il nulla osta al cambio di sede solo da maggio. L’ultimo giorno di lavoro fu lui l’ultimo collega che salutai. Estrasse dalla tasca della giacca, aperta su una pancia rigogliosa, un pacchetto. Quello fu uno degli ultimi giorni di una parte della mia vita. Fino ad allora mi dividevo tranquilla tra l’ufficio, con orari molto regolari, palestra, ossessivamente perché avevo un po’ di chili da buttare via, libri e scrittura. Vivevo in un monolocale in centro, il piano ammezzato di un palazzo di ricchi in cui non ho fatto amicizia con nessuno, eccetto quattro parole scambiate con quella della mansarda della terrazza, incontrata due volte in merceria, e la cordialità del portiere che troppo spesso trovavo a pulire le scale davanti al mio monolocale. Nella stessa strada abita un’amica eccezionale, con cui ci scambiavamo scope, ricette che siamo incapaci di realizzare, maschere per sgonfiare le occhiaie che passavano da un frigorifero all’altro della stessa via, soprattutto chiacchierate. A volte, dopo l’ufficio, il laboratorio di scrittura e la spesa, prendevo la strada dall’alto, fermandomi al citofono della mia amica, prima di arrivare alla mia casa, posizionata al centro di quella strada. “Aperitivo?”, rispondeva, spesso senza chiedere “chi è?”, “però sali a rifarti il trucco”, aggiungeva. Vivevo facendo molte cose per conto mio, perché la mia città è più piccola del più piccolo dei paesi. Giri chiusi, cui per nascita appartengo, da cui spesso mi espellevo quando non mi espellevano gli altri. Andavo alle feste ritrovandomi distesa su uno dei muri, osservavo quelli come me, stesse scuole, stesse villeggiature, stessi vestiti e abitudini costose, stessi amanti, in ingarbugliate sovrapposizioni sentimentali, di cui adesso ho perso il filo. Andavo spesso dalla mia famiglia, mangiavo, mi buttavo sul divano, cambiavo canale per due ore, mi alzavo, salutavo, mettevo in tasca il biglietto della funicolare e continuavo a fare le mie cose. Ogni tanto mi innamoravo, mettendomi in situazioni assurde, comunque non ricordo un fidanzato che mi sia stato veramente vicino se non in senso biblico. Il due maggio il monolocale era quasi vuoto, tranne la bottiglia di aceto che ho volutamente sistemato sul tavolino a più ripiani della cucina, come un totem, perché nella prima luce estiva faceva un bell’effetto. Il due sera, era un sabato, dormii di nuovo nella vera casa, nella mia stanza avevo preparato una valigia rigida molto capiente e un trolley. Sono riuscita a traslocare come se andassi via per una settimana, con la stessa leggerezza.
23/02/2004
Fiction
Per chi crede che l’amore non esiste, per chi ha appena compiuto 31 anni o, peggio, va per i 32, per chi a teatro regolarmente si addormenta, per chi ha provato di tutto, palestra, dieta, lifting, lookmaker, tacchi a spillo e minigonna, analisi freudiana e junghiana, ma non ha rimediato uno straccio di fidanzato, lo spettacolo “Singles”, al Teatro dè Servi di Roma, fa per voi. Alexia Murray, Nick Nicolosi e Giacomo Gonnella interpretano tre trentenni, compagni di liceo, che si ritrovano puntualmente nel ruolo di lanciatori di riso ai matrimoni, matrimoni degli altri ovviamente, perché loro, per cause diverse, sono single. Il bello dei tre, lasciato cinque anni prima dalla fidanzata storica non si è più ripreso, nonostante l’atteggiamento da single per scelta, sprezzante verso il mondo e convinto di essere un grande attore pur recitando, nella fiction di lui che fa il suo personaggio che recita, da cane. Il brutto dei tre non ha frequenti frequentazioni femminili, si veste con i jeans marroni sgualciti che ha dal liceo, soprattutto, orrore, predilige i sandali con i calzini, nel primo atto i calzini sono bianchi, e studia con grande serietà. Insomma, il tipo che farebbe orrore a molte, ma che a me non dispiacerebbe, calzini bianchi a parte. Lei si crede brutta e paffutella, e ovviamente non è né l’una né l’altra, è innamorata del bello dei tre, che praticamente non la considera un essere di sesso femminile, è la più disperata dei tre. Si riempie le giornate di passatempi, compresa una serata rebus, con lei che inventa rebus da sottoporre agli anziani di una casa di cura, quello che spiega agli amici nello spettacolo ha come risultato la parola “incontinente”. Fa lezioni in un coro. Va in palestra vestita da tennis per riciclare l’equipaggiamento che già possiede, e non ci fa una gran figura. La sera del suo trentunesimo compleanno, ancora vestita da tennis, spegne le candeline da sola, e racconta bugie alla madre, fingendo, durante una esilarante telefonata, di stare facendo una festa con gli amici, in particolare con un amico, cui dice con tono civettuolo “smettila, non vedi che sono a telefono, smettila, non adesso”. Convince gli altri due protagonisti ad aderire ad un weekend organizzato da “singlefafigo”, che è il nome del sito dello spettacolo, imperniato su una caccia al tesoro nei boschi il cui tesoro, a detta degli organizzatori, avrebbe dovuto essere l’amore. In realtà, rimediano un’intossicazione da funghi dai pesanti e maleodoranti effetti collaterali. Mette un annuncio su una rubrica per anime solitarie, firmandosi, su consiglio del bello del gruppo, Marilyn e descrivendosi come rag. serv., ragazza servizievole. Annuncio che renderà meno single due di loro.. L’argomento, come è evidente, è trito e ritrito, dal libro di Bridget Jones in poi, sabato in libreria ne ho contati quaranta del genere “la mattina dopo” o “ventimila regole su come trovare un marito”, le cui autrici risultano regolarmente separate. L’elemento vincente della commedia è l’approccio lieve e disincantato. Scene di feste in locali da single o approcci goffi al primo incontrato le abbiamo vissute quasi tutti, e spesso con una buona dose di umiliazione. Diverso è ballare nel locale per single riuscendo a sorridere dei cocktail dal nome “coito” o inventare rebus sulla terza età, piuttosto che sprecare tempo a lamentarsi. L’elemento vincente è la morale che, in alcuni casi come questo spettacolo, è necessaria. L’amore e l’amicizia sono dietro l’angolo, basta approfondire il proprio sguardo, senza smettere di sorridere, di sé stessi prima di tutto. L’elemento che fa davvero la differenza, rispetto ai tanti spettacoli dei teatri sperimentali, è la recitazione dei tre single per fiction. Su tutti, lei, che ad un certo punto della storia inizia a tirare fuori le unghie, alzando la voce quando è necessario, rivendicando il diritto ad essere considerata una donna, non un fagotto, tirando fuori i tacchi a spillo e indossandoli con scarsissima disinvoltura quando va ad incontrare un sedicente Brad Pitt che ha risposto all’annuncio di rag. serv., che si rivelerà molto meno bello e a lei molto più noto del vero Brad. Gli oltre duecento posti del Teatro dè Servi sono sempre esauriti. La sera di San Valentino hanno fatto una cena dopo lo spettacolo, il giorno dopo, giorno dei single, hanno organizzato durante lo spettacolo degli speed date, appuntamenti al buio di due minuti. I quotidiani nazionali, nelle pagine locali, se ne occupano da giorni. Il pubblico ride in continuazione, o quantomeno sorride. Lo spettacolo, peraltro non lunghissimo, vola, e l’idea di far uscire gli attori, per i consueti ringraziamenti al pubblico, sulle note di “sarà perché ti amo” e di far dire a lei una cosa del genere “ogni riferimento a fatti o persone reali è voluto”sembrano le ciliegine su una torta cucinata benissimo dalla direzione marketing. PS la lei dello spettacolo mi ricorda qualcuno
19/02/2004
Classifica
Il tragitto da casa al bar, dove faccio colazione tutti i giorni che sono in questa città, è lo spazio tempo delle grandi riflessioni. Considerando che il bar dista circa due minuti da casa, un lettore attento potrebbe dedurre che rifletto sulle grandi questioni per non più di due minuti al giorno, il che non sarebbe comunque un risultato insoddisfacente, sommato per tutte le volte che vado a fare colazione. In realtà, le riflessioni principali da casa al bar sono ripetutamente integrate da riflessioni secondarie spontanee, originate ovunque e in ogni momento, con un fastidioso effetto di sovraffollamento intellettivo, che sta minando la mia capacità di integrarmi in un contesto sociale già di per sé disintegrante. Quelli che ho deciso di chiamare “elementi di disturbo del sorriso” costituiscono un elenco non dell’ultima ora ma frutto del sovraffollamento di cui sopra, elenco destinato a cambiare come il rapporto tra l’euro e il dollaro, ieri record storico a 1,2927 oggi un minimo sul mercato europeo a 1,2638. Primo in classifica, riesaminato nel tragitto casa bar di stamattina, è il disturbo costituito dalla nuova semiconvivenza del mio ex semiconvivente, a me imposta per la forzata comunanza logistica ma a me estranea dal punto di vista più importante, quello dei sentimenti, impossibili conviventi della meschinità altrui. Oltre la logistica, si tratta della faccenda delle finestre di fronte, ci si mette anche l’acustica. In pratica, anche volendo ignorare l’andirivieni della casa di fronte, andirivieni preferibilmente notturno, ogni qualvolta la sua ospite arriva o va da lui impiega circa venti minuti per tirare fuori la macchina dai duecento metri in cui la parcheggia, con spiccata predilezione per i duecento metri più vicini possibili alle mie finestre, una specie di marcamento del territorio, come il cane che piscia sull’albero che vuole tutto per sé, e con questo non vorrei offendere i cani. Stamattina, l’accanimento contro la frizione è stato tale da richiamare la mia attenzione quando ero in fase di uscita, costringendomi a temporeggiare, perché non ho la minima intenzione di incontri sgradevoli, non prima di avere bevuto il primo cappuccino della giornata. “Questa situazione mi disturba”, mi dicevo nei due minuti da casa al bar, distogliendo l’attenzione dal percorso accidentato di pozzanghere per il diluvio in essere e dalle macchine che più vedono pozzanghere in strade strette più si divertono a riempire di acqua fangosa le “ragazze” che in gonna e stivali vanno verso il loro cappuccino. Poi altri stimoli hanno prevalso, stimoli coerenti con l’appetito da camionista di questi giorni carnevaleschi, che in realtà il carnevale non c’entra e neanche me ne frega, a parte la maschera che devo inventarmi entro domani sera per una festa di cui non so niente se non che mi ci dovrebbe portare un amico e il menu della mensa di oggi coerente con il fatto che oggi è giovedì grasso e molto gradito dal camionista che ho scoperto esserci in me. L’unica soluzione al primo disturbo della mia classifica è che, durante le notti che immagino dedite a libagioni, dialoghi e sesso sfrenato, i piccioncini dialoghino di come si usa la frizione, così da guadagnarsi la gratitudine del vicinato. Al secondo posto ci sono i disturbi da incomunicabilità. L’incomunicabilità con mia sorella. Dopo due settimane di tentativi sono riuscita ad incastrarla, “puoi parlare?”, le ho chiesto alle nove di stamattina, “si”, ha risposto non proprio entusiasta. In realtà, ogni tentativo di parlarci ha dietro l’angolo la rissa. Non ci sono meriti o demeriti individuabili, da parte sua c’è molto nervosismo e pochissima curiosità verso le mie cose, “ieri sera ho rimorchiato uno qualunque e me lo sono portato a casa perché avevo voglia di una scopata”, “ah”, risponderebbe dall’alto dei suoi studi psicologici. Da parte mia c’è un po’ di nervosismo perché è un periodo impegnativo, raccontavo ad un amico del loop letterario dolciario in cui mi trovo avviluppata, liberandolo però dal redimermi, anche se non mi sembra del tutto impotente. E provo molta rabbia nel vedere mia sorella, studiosa di meccanismi relazionali, così maldestra con la nostra relazione e così cattiva con la relazione con sé stessa, ma questo è un vizio di famiglia, una tara genetica, posso scriverlo tanto in famiglia non mi legge nessuno, a stento sanno dove vivo. L’incomunicabilità con le persone che mi interessano, verso le quali mi scopro incapace di dire e fare e parlare come dico, faccio e parlo in altre situazioni meno coinvolgenti. L’incomunicabilità con il mondo dei libri, che ogni tanto, adesso no, mi espelle perché non ho titoli, non ho i quattro quarti di appartenenza ad albi o scaffali di librerie. Gli altri disturbi della classifica sono disturbi secondari, l’umidità che rende i capelli spaghetti cinesi, l’immaginazione e la disciplina per scrivere che vanno e vengono, il sogno del libro e di riscoprire un contatto carnale, le distanze camuffate dalla virtualità.
18/02/2004
Archiviazione
La prima volta che l’ho visto, GS presentava il libro di un critico, giornalista e scrittore molto importante, era tanto che volevo incontrare quel critico, la presenza, dietro il tavolo, di GS non costituiva inizialmente nessuna attrattiva, per me. La presentazione durò molto, di quelle lunghe e corpose, GS faceva domande intelligenti, sorrideva, assecondava anche l’elemento di disturbo statisticamente presente in qualsiasi pubblico, in quel caso era un elemento che smaniava di protagonismo, ieri sera, in un’altra presentazione, siamo arrivati al paradosso di uno che si alza e chiede all’autrice, ebrea, di spiegargli il “concetto di ebreo, che lo ignoro” e un giornalista di “Repubblica” che smette l’aplomb che lo rende uno dei più desiderati della città e si rivolge allo spettatore con un garbato “lei è un idiota, e lo dico consapevole di offenderla”. Invece GS non si alterava, si metteva un passo dietro l’autore che, abituato al pubblico, rendeva quella presentazione particolarmente gradevole. Non sapevo chi fosse GS. Dopo, mi avvicinai, scoprendo che, oltre al vezzo di non allacciare i polsini della camicia, era altissimo, troppo per le mie possibilità. Gli chiesi “posso chiederti il nome?”. Un suo amico, un attore, disse, con l’aria di chi ti prende per il culo, “scommetto che lo hai visto in televisione”, ottenendo una delle risposte che mi rendono antipatica, “ho la televisione rotta, e comunque non guardo la televisione”. “No, perché lui è un giornalista del TGX”, insisteva l’attore, convinto di cogliermi in fallo in un grossolano tentativo di abbordaggio. Liquidato l’attore che non faceva ridere, ci siamo impigliati in una chiacchierata leggera, in cui sono emersi i nostri campi di attività reali e i nostri interessi ancora più reali, sintetizzabili in quell’oggetto misterioso che è ogni libro. Non ha dovuto insistere molto per convincermi a comprare il suo libro, perché mi ero già convinta di avere di fronte uno interessante. Ieri sono uscita dal lavoro alle 18, ho fatto un percorso di metropolitana e passeggiata durato cinquanta minuti e sono corsa alla Feltrinelli di Largo Argentina per la presentazione del libro di GS, un giallo, come altri relatori il critico che un mese fa GS aveva presentato in un’altra Feltrinelli e il maestro di tutti i giallisti, Andrea Camilleri. La saletta delle presentazioni, pur spaziosa era troppo piccola per il pubblico, per cui ho seguito l’incontro dal soppalco dove si vendono i libri catalogabili nel comparto “scienze sociali”, posti in piedi e nel mio caso d’angolo, con un interessante effetto radio, nel senso che vedevo i relatori solo quando AB, collega di GS nel TGX, si spostava alla sua destra, liberando uno spicchio di visuale grande quanto le fessure del legno della mia mansarda. Ieri è stata la classica giornataccia. Al lavoro mi sono sentita in difficoltà perché a volte il gruppo emargina e a volte non la prendo bene, così ho passato una giornata a litigare con chiunque, convinta di avere ragione. Al risveglio non avevo avuto voglia di fare lo shampoo né di vestirmi in modo speciale, per cui mi presentavo al secondo incontro con uno che mi piaceva al peggio della mia forma. Dopo la presentazione, ho fatto una fila di signore fanatiche e impellicciate, mista per GS e Camilleri, che ho scoperto riscuotere nel pubblico femminile un grandissimo consenso, trovandomi di fronte a GS con in mano niente, mentre le signore avevano tutte una copia del libro. GS, senza accennare un saluto, continuava ad autografare copie a indossatrici di bestie, mentre io mi guardavo attorno con finta sicurezza, convinta che si sarebbe accorto della mia presenza. A distanza di un giorno, non rifarei quella fila, per ottenere non so neanche io cosa. Comunque, GS si è destato per un attimo dalla funzione di autografatore, mi ha guardato, “ciao, la mia copia è a casa”, ho detto, e gli ho messo la mano in mano sorridendo in modo ebete, come quando mi sento rifiutata dalla società. Lo scrittore del TGX, in un eccesso di simpatia, “peggio per te”, ha risposto senza guardarmi, rendendo inutile il ritocco al trucco realizzato nel bagno del lavoro e il doppio passaggio di gloss sulle labbra effettuato alle spalle del suo collega del TGX che mi copriva la visuale della presentazione. L’indifferenza mista a fastidio di GS mi ha così spiazzata che sono rimasta un minuto intero dritta di fronte alla sua nuca china sui libri da autografare, con nelle spalle le gomitate di una signora belga che con accento esotico invocava uno sguardo di Camilleri, anche un bacio in bocca, volendo. Ho avuto bisogno di andare in bagno, al secondo piano, dietro il bar con le vetrinette ingombre di panini invenduti con la finta mozzarella ingiallita. Mi sono chiusa a chiave e ho cercato di darmi un tono. Mentre rimettevo il gloss sulle labbra ho pensato alla famiglia lontana, al loro modo di essere lavoratori che si sono sempre guadagnati da vivere con onestà e senza troppi lustrini. L’opposto di me, per quanto riguarda i lustrini. Da fuori hanno iniziato a battere i pugni sulla porta, “occupato”, rispondevo infastidita, pensando che c’è gente in giro veramente maleducata e che ieri ce l’avevano proprio tutti con me. Quando hanno ricominciato a bussare, mi sono decisa ad uscire, con la vicenda GS ormai fascicolo archiviato, avanti un altro. In Largo Argentina c’erano un sacco di taxi. Sono salita sul primo taxi, e ho detto “Via dei Fienaroli, conosce la libreria Bibli?”, con un tono incerto, non sapevo se avevo voglia di chiudermi in casa o di stare tra la gente, però l’immagine del frigo vuoto e la sensazione di fame, che in questi giorni è troppo presente, e della torta al cioccolato di Bibli sono state più decisive dell’interesse per l’altra presentazione che ho visto ieri sera, durante la quale non ho fatto altro che sbadigliare e dare il numero di telefono ad un perfetto estraneo seduto alla mia sinistra che fa un programma di libri su una rete locale. Vai a capire in cerca di cosa.
17/02/2004
Lettera
La lettera era nella cassetta interna all’ingresso della palazzina dove abito, lo sportello della cassetta aperto, da quando sono riuscita a romperne la chiavetta, che resisteva lì da anni. Dal mittente ho capito, anche se ho sperato di non aver capito bene finché non l’ho letta, la lettera. Rientravo da un treno, da una giornata di lavoro piena, addosso il bagaglio pesante delle cose buone o utili che mi porto da casa, in una casa fredda dopo tre notti di riscaldamento spento, senza cena, nel quartiere dieci pizzerie ma odio andare da sola a comprare una pizza, di sera tardi. Salita a casa, dopo aver acceso il riscaldamento, aver posato il bagaglio e il cappotto a terra, aver fatto pipì, ho riletto la lettera, che avevo già letto nei due piani tra la cassetta della posta a la mia casa. Convinta che era colpa di una lettura superficiale se nella lettera non avevo individuato le parole “le comunichiamo che è risultata vincitrice del concorso letterario “Ma adesso io” indetto dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Faenza”. Invece, la lettera della dott.ssa Donatella Calligaris mi invitava domenica 8 marzo a Faenza alla premiazione del concorso “Ma adesso io”, cui hanno aderito 1323 amiche, diceva proprio “amiche”, tra cui lei che quindi ha contribuito alla crescita del concorso, la ringrazio della partecipazione, saluti e baci. In merito ai concorsi letterari ci sono due scuole di pensiero, “non partecipo perché tanto in questo Paese è tutto truccato, i concorsi sono truccati, si sa già chi vince”, “partecipo con un buon prodotto e mi convinco che posso vincere, conquistando lo status di facente parte del mondo dei libri”. Sono quella che partecipa, ai concorsi letterari interessanti o a quelli in cui riesco a inviare il materiale entro la scadenza o quando ho materiale da inviare. Tra le 1322 partecipanti al concorso di Faenza ce n’è almeno una più brava di me. Resta un sapore amaro, come di cicoria saltata, che dovresti riempirla di miele per buttarla giù. E’ che mi sento una aspirante velina, della letteratura. Mi aggiro per provini concorso mentre il tempo passa, gli esordienti veline sono sempre più giovani e osservare dall’esterno non basta, non a tutti.
