Dopo Pantelleria
Da giorni clicco su Word, File, Nuovo. Clicco e mi fermo a contemplare lo schermo bianco panna. A volte inizio, un elenco di Pantelleria, dominato da capperi e strade sterrate e mare, un discorsetto sulle città agostane, tutto chiuso, tutto vuoto. Ma non pubblico né i capperi né il discorsetto. Il problema è la sospensione agostana. Per chi non può o non vuole essere altrove sembra diventare insopportabile la routine. Si arriva a pensare: ma come, mentre io fatico c'è qualcuno che si diverte. Lo si pensa con un pò di invidia. Però la routine è protettiva. Ora, per esempio, avrò pochi giorni di non lavoro, dovendo organizzarmi in solitudine sono più atterrita che entusiasmata dal cosiddetto tempo libero. Avevo pensato di raggiungere, non invitata, qualcuno, da Formentera a Capri. Tutti hanno da fare. Allora ho scritto Capri su google, e ho telefonato a tutti. Non ho ancora trovato posto né sono certa di avere desiderio di stare in albergo da sola, con il rischio di chiudermi in camera anche se fanno balli e cotillon. Di Pantelleria resta l'abbronzatura quasi perfetta, il tentativo di non abbronzarmi è fallito a causa della meravigliosa invadenza della natura pantesca e del meraviglioso bisogno di ozio ai bordi della piscina chiara come il mare, piena di mare. Resta il top rosso brillante, lo osservo nei momenti di stanchezza, emana sapore di relax e di feste. Resta il dammuso, con il pressing di Adalberto, che ha avuto il merito di aver sopportato la mia aggressività, è andato oltre, fino al confine che ho tracciato, e mi ha messo la chiave nella portiera, mentre al buio cercavo la portiera e il posto della chiave, una piccola attenzione che ricordo ancora. Resta la guida per strade sterrate, fatte di buche e sassi e animali. Resta la sensazione di stare in nave pur stando nella terrazza, circondati dal mare meraviglioso e brillante. Resta un passito bevuto di notte con un onorevole, antipatico e presuntuoso anche lì. Restano i dolci non mangiati, compensati dalle porcate di ora. Resta il morso di medusa, esploso a una settimana di distanza, mentre scrivo mi gratto la coscia destra, bolle pantesche. Dei capperi ho detto, alimento dall'effetto devastante, li mangi e te ne accorgi dal retrogusto salato che ti trovi in bocca cinque ore dopo. Altro retrogusto il telefono, rispondevo rifugiandomi verso la piscina grande, rannicchiata sul muretto, a destra il mare illuminato dalla luna, calmo. Restano soprattutto alcuni messaggi, benedetti dal Tempio di Venere, dopo i quali sembra strano andare sola in albergo, quasi innaturale.