29/07/2003
Mischiati
Lavoro tanto, mi sposto a scrivere finché voglio, raccontini per concorsi dove mi segano, presentazioni per master per cui sono troppo vecchia con i 31, lettere a gente che voglia ascoltare, giorni ai monitor. Per http://kinglear.splinder.it Bernelli e Avoledo, diversi mischiati, come mi piace fare quando faccio un salto nella realtà per un gelato. Da L’ultimo bacio: a ciò che siamo stati, a ciò che saremo, a ciò che non saremo, da gridare in gruppo in coro prima di buttarsi dal ponte possibilmente con l’elastico. A pagina 173 di I ragazzi del Mucchio, Silvio Bernelli, Sironi, e non importa cosa sia il Mucchio e cosa racconti Bernelli e chi sia Bernelli, quelli del Mucchio camminano su un pontile di legno, dalla spiaggia bianca di San Diego piena di gabbiani vanno verso l'oceano, fino alla balaustra di legno. Quelli del Mucchio si schiacciano sulla balaustra, ma non possono superarla, c'è l'oceano. Tutto inizia a Torino, anni settanta e ottanta, un gruppo di giovani non sogna Fiat ma gloria, successo, femmine pronte a spogliarsi, qualche canna che non fa mai male. Bernelli, per sua dichiarazione iniziale, è proprio l’io narrante, e pazienza se con quella dichiarazione e con la dedica ai ragazzi del Mucchio abbia ridotto la magia del dubbio, perché di storie come quella del Mucchio non è che ce ne siano tante in giro, nella realtà. Bernelli è un ragazzino piemontese che ascolta punk rock, quando in Italia il punk rock era un fenomeno quasi clandestino, mentre siamo stati condannati a sorbirci tutti i dettagli di altri movimenti paninareggianti, scontati (l’ho capito il giorno, non così lontano, in cui ho buttato la borsa naj oleari verde smeraldo e blu acceso). Se Bernelli si fosse limitato ad ascoltare musica strana niente sarebbe cambiato nella scena musicale italiana, nella sua vita, nella vita di quelli del Mucchio ma è il regalo di una costosa chitarra, estorta a genitori molto aperti per allora, a dare inizio all’avventura. Può un diciassettenne piemontese racimolare altri diciassettenni e creare una band competitiva a livello internazionale nel settore musicale del punk rock, pare di si, a sentire la storia di Bernelli e dei suoi amici. Quello che segue è un percorso trovato tante volte nelle parole dei divi, prove in cantine buie (e la cantina buia dove noi respiravamo piano, dice niente), difficoltà economiche normali se non si studia e lavora perché c’è solo la musica, competizione tra band, c’è un momento nel libro in cui al lettore sembreranno la stessa cosa i Declino i Negazione e gli Indigesti, c’è un momento nella storia, il più bello, in cui i Declino i Negazione e gli Indigesti saranno veramente la stessa cosa, scambiandosi batteristi e panini, pulmini da tournée e tavolette di cioccolata, donne straniere, fate del Nord e senoritas, e ragazzine torinesi troppo indietro. La musica cresce, i prodotti artigianali non per niente made in Italy, al sapore della birra del pub dove il Mucchio fa mucchio, arrivano a insidiare i primati americani, tutti muscoli e tecnologia. Le persone crescono, non sempre nelle stesse direzioni. Quello che segue è un percorso vissuto direttamente, ognuno si fa seghe mentali di aspettative e sogni, e si lascia segare da quelle seghe. Nel bailamme di batteristi e cantanti che vanno e vengono, di dischi autoprodotti e concerti metaforicamente non fatti, ogni pezzo di Mucchio attraversa fasi e prende strade. Alcune fasi passano, e è meglio per tutti, alcune strade curvano e riportano a casa, altre fasi travolgono e le strade curvano ma nella direzione più strana. Su Bernelli il bailamme scivola, chi lascia il Mucchio è sostituito e perdonato, la ragazzina che lo abbandona è perdonata, anche se lo abbandona dopo che lui si è rotto l’impossibile cadendo dal motorino e rischia l’impossibile, anche di non potere muovere la mano per suonare, le fate del Nord e le senoritas cedono ad altre fate. Anche la musica sembra scivolargli addosso, dopo esperimenti, successi esagerati, energie esagerate, giorni di scuola chiusi a suonare. La storia del Mucchio, che non si conclude a pagina 173, prosegue dopo quella balaustra ma a segno inverso, toccato l’oceano si torna tutti a casa, chi a fare lavori routinari e a sposare donne che riscaldano, chi a dimenticare il Mucchio, chi a non dimenticare il Mucchio, al punto da passarci quattro anni sui ricordi, al punto da dedicargli quattro anni di scrittura. Le pagine dell’io narrante immobilizzato a casa dopo l’incidente, mentre non sa se raggiungerà il Mucchio che aveva appena iniziato ad essere il Mucchio, potrebbero valere i tot euro del libro, e anche qualcosa in più. Poi ha davvero così importanza stabilire se Bernelli sia un bravo chitarrista punk rock, un bravo scrittore, un bravo pubblicitario, il suo mestiere reale, e niente di tutto questo, solo uno che vuole quello che vogliamo tutti, fama e femmine che si spogliano. Diverso ordine delle cose. Tullio Avoledo, L’elenco telefonico di Atlantide, Sironi, 17 euro, ha resistito. Al cellulare del vicino sull’Eurostar Roma Napoli delle 20,45, al freddo del monolocale, ai rumori dell’ufficio, non al divano di *, non da quando * è arrivato, al pregiudizio con cui si affronta un Autore che alla prima prova narrativa sforna centinaia di pagine su miracoli veri e presunti, intrighi finanziari egiziani, amore e ordinario sesso infedele, AIDS. Sullo sfondo la Storia (il nazismo), il Presente (il liberomercato), il Futuro (il ruolodellesupertecnologie). Alla faccia del minimalismo. Il Dr Giulio Rovedo, pericolosamente in rima con Avoledo, sembra un tranquillo bancario di provincia. Quarant’anni, stipendio fisso, utilitaria figlio e moglie a carico, Natalie evocativo di bellezza sommersa da tonnellate di bucato e vomito del bambino, una casa cittadina, una campagnola, girovita in espansione. Il Dr Giulio Rovedo è uno che imbratta con cacca e pipì l’intero palazzo, per incolpare il condomino rumoroso che lo ha costretto a cambiare dimora, uno che non ha passione per il lavoro. Come ogni mattina da un anno a questa parte, l’idea stessa di andare al lavoro gli dà la nausea. Così deve cercare di anestetizzarsi in qualche modo: comprando cose che non gli servono, mangiando e bevendo troppo, ascoltando musica, guardando altre donne. Un gran rompipalle, il bancario di provincia. Nella fusione aziendale, la piccola Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamento e del Piave fagocitata dalla mastodontica Bancalleanza, non prepara le valigie destinazione Milano, dove vorrebbero trasferirlo, e sceglie di resistere, immischiandosi in vicende molto più grandi di lui. Bancalleanza ha come simbolo l’Arca, l’Arca è il simbolo di non so bene cosa nella mitologia egizia, la fontana della cantina del palazzo di Rovedo va ad acqua santa, il consulente cattivo che vuole spedirlo a Milano è ebreo, l’uomo del treno dice di essere ebreo, Rovedo è prossimo all’antisemitismo, ascoltare un personaggio che insulta i terroni può far male, anche nella finzione letteraria anche condizionata dall’essere una terrona. Tra un’indagine e l’altra il tranquillo Dr Rovedo ha il tempo di assistere un amico malato di AIDS, tradire la moglie con la prima collega disponibile (neanche una gran figa, pare), lasciare la villetta agreste per il covo in centro, inseguire un hacker che potrebbe essere matto e un ipotetico professore che matto lo è, sbronzarsi a gogo (le parti del libro su divinità mediorientali e realtà virtuali ispirano ispirazione alcolica). L'elenco è come un gateaux mariage. Strati su strati, non di panna, di storie e aspiranti tali. Avoledo riesce quasi a non nausearci con tutta questa panna. Mette ogni storia nello strato opportuno. Ci accompagna, fetta dopo fetta, alla scoperta di mondi paralleli, in cui la Germania ha vinto la seconda guerra mondiale, la virtualità ha sconfitto l’umanità, noi siamo nient’altro che file. Accade di perderci, di non avere voglia di mangiare qualche fetta. Avoledo viene a riprenderci, tentandoci con una scrittura morbida e calda, molto morbida e molto calda per un esordiente. L’elenco è un libro misterioso nella trama, nel potere di legarci all’esordio minimalista di cinquecentoventisette pagine. Perché le cose non sempre, quasi mai, sono come sembrano. Lei deve sospendere la sua incredulità, Giulio. Accettare un diverso ordine delle cose.27/07/2003
Beppo
Da: xxxxx@tin.it A: xxxx@email.it Caro Beppo orso, mentre tu sei impegnato a cacciare dal letto quella rimediata in discoteca mentre stai per andare dagli amici in formazione mista. Ieri sono arrivata in prima classe, grazie ad un capotreno molto dolce che deve avermi preso per una disperata, alla richiesta del supplemento, biglietto di seconda per un altro orario e non c'era un buco in seconda, ho risposto non ho soldi mi mandi a casa la richiesta, non avevo soldi in quel momento veramente, avevo preso quel treno mentre fischiava, lui ha risposto passo dopo, ho detto guardi che scendo tra venti minuti, ha ripetuto passo dopo, non è passato, ci siamo rivisti prima che scendessi, l'ho ringraziato e gli ho promesso un caffè, ha detto signorina i problemi seri sono altri, con una saggezza che strideva con il metallo della macchinetta per i denti, portata con disinvoltura come farò io. Intanto il premio nobel non ha risposto, per la seconda volta consecutiva, la frase facciamo qualcosa deve averlo lasciato senza parole, non sapeva che ieri era il mio onomastico. Qui è bello perché c'è la famiglia, urliamo. Così ieri, bucato lentissimo e assenza di energie, mi sono addormentata e sono andata avanti per undici ore filate, però ieri era il mio onomastico. Mia sorella c'era e non c'era, non mi conosce, mi ha regalato una borsa da mare così grande che se, Beppo, mi facessi a pezzi quella borsa da mare potrebbe contenermi, abito in una città non di mare, farò una settimana al mare, da sabato, e il sole mi regala un'infezione sul mento pesante, ieri rimediata al solo passeggiare per il centro della città non di mare. Non è la borsa da mare il problema, Beppo. Anche ora nausea che non diventerà vomito, qui dicono hai problemi alimentari, non so se li ho, venerdì il commercialista figo mi ha detto pelleeossa, non mi è sembrato un complimento ma non sono offesa ma sto bene così. Non sono i problemi alimentari il problema, Beppo. Ho ripreso la canotta mimetica fuori ad asciugare, in testa alla classifica delle canotte preferite, e il pantalone rosso che avrei messo per il lavoro, ho telefonato agli amici 199/166177, ho cambiato treno, Beppo, sto tornando. Non è contro la famiglia, sai quanto mi sento sola a stare lontano né contro il non rispondente per cui sono solo una da cacciare dal letto, i rimorchi in discoteca sono una cosa, Beppo, ma mi ha trovato molti anni fa proprio di belle speranze e mi ha ritrovato due mesi fa, piena di speranze. Ora ti bacio, scusa se ho parlato troppo di me e non ti ho mandato letteratura, ti bacio. PS queste parole le trovi pubblicate se non vuoi cancello, è segno di affetto, sei uno dei pochi con cui parlo, sommersi da barriere.di annarita at 15:51:24
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24/07/2003
Melissa
100 colpi di spazzola prima di andare a dormire. Meglio lo sperma e la cioccolata liquida. Le figlie adolescenti iniziano percorsi alla ricerca di: se stesse, amore, apprezzamento, successo. L’abbiamo fatto tutte, con errori e casini, ma non siamo cresciute male, tutto sommato. Per le adolescenti il gruppo è importante, le relazioni sociali ne determinano il carattere, come ci insegnerebbero psicologi stile portaaporta. Immaginiamo una ragazza di quindici anni, un metro e sessanta, lunghi capelli e occhi scuri, un seno che accenna rotondità, un bel corpicino, molto sveglia, sveglissima. Daniele è il suo primo ragazzo, le fa scoprire le gioie del sesso con un bel pompino, una mattina al mare da lui, lei si trova in bocca un liquido denso e acido, non sa bene cos’è, lo scoprirà in fretta, intanto lo lava via con un bicchiere d’acqua, tutto è bene quel che inizia bene. Questo Daniele non è esattamente il principe azzurro, almeno non il principe azzurro dei miei sogni, cazzo è l’unica parola che Daniele sembra conoscere, in teoria e pratica. Come ogni primo amore che si rispetti, la quindicenne carina soffre, quello che dice solo cazzo se ne frega, la tratta male, la scopa con violenza e quando gli pare, non le rivolge la parola, a lei conviene, considerando il repertorio di lui. Lei lo cerca ogni tanto, ogni tanto gli manda un messaggio cui lui non risponde, è convinta di amarlo per sempre. E’ il periodo delle occupazioni, il periodo infinito e inconcludente iniziato da noi vecchie zie con il movimento della Pantera e approdato al No Global ora New Global. Roberto, studente universitario, tiene una conferenza nella scuola della quindicenne, lei verbalizza e al contempo desidera far capire a Roberto che lo trova carino, quindi inizia a sbottonarsi la camicetta, tutti d’accordo che il linguaggio del corpo è quello più efficace. Roberto è fidanzato, ma chi se ne frega, carpe diem. Roberto e lei iniziano una relazione, che si affolla fino a diventare orgia, nella elegante cella dei desideri, stanza di periferia tappezzata di foto porno, dove cinque uomini giocano con la ragazzina, lei bendata e spesso piena di roba alcolica, ma niente canne, per carità. Immaginiamo che questa ragazza di quindici anni abbia un migliore amico, che presumibilmente la riporta sulla buona strada. Il suo migliore amico, Ernesto, conosciuto in chat, come hobby si traveste da donna. Lei gli chiede di farlo per lei, lo fa, e di mostrarle due uomini che fanno l’amore, la accontentano due amici del suo amico, uno dei quali la accontenta anche troppo. Però in chat non si incontra solo brutta gente, no. Infatti Fabrizio, dotato di moglie prole soldi, è una bravissima persona, il fidanzatino ideale per una quindicenne. Un po’ scopano ma a lei fa schifo, proprio lui le fa schifo, nonostante la casa in centro che compra per i loro incontri e le scatole di abbigliamento intimo che lei trova per lei in quella casa. Infatti Letizia, lesbica praticante, può essere una grande amica per la ragazza di quindici anni così timida e insicura. Sono amiche soprattutto un giorno, dopo pranzo, in giardino. Al di fuori del virtuosismo da chat si registrano Valerio, insegnante privato che la prima lezione le si presenta quasi nudo, camicia e boxer con cui lei agisce come ogni ragazza giovane di fronte a un insegnante carino e disponibile, e la famiglia della ragazza di quindici anni, assente con la complicità della figlia strafottente e assente. L’Autrice, Melissa, ora diciassettenne, scrive di un viaggio autobiografico, e sottolinea autobiografico, alla ricerca di sé, darsi via per riuscire ad amarsi e ad amare. L’Autrice cerca di essere convincente, ce la mette tutta, orge, lesbismo, conflitti in tutte le varianti, ci risparmia i disturbi alimentari, magari riservati ad una prossima pubblicazione. Siamo convinti che veramente a quindici anni sia così facile fare orge? che sia così normale in ogni luogo del mondo che uno che si propone come insegnate privato si presenti ad una allieva in boxer? che uno sposato abbia soldi e voglia di comprare una casa in centro per scopate occasionali con una minorenne conosciuta in chat? che la famiglia riesca a non accorgersi di notti fuori e macchie di sperma su vestiti da ragazza di quindici anni? che non esistano nel tessuto sociale di Melissa coetanei che abbiano come scopo il cellulare bello, il motorino, le scarpe con la zeppa delle veline, distraendola dal sesso, meraviglioso se non bulimico? Sull’autobiografismo di Melissa si punta spudoratamente, nelle foto di copertina lei di spalle e di profilo un po’ nell’ombra un po’ sbottonata, con successo, diecimila copie in pochi giorni e capannelli in libreria davanti al libro, di cui posso dare testimonianza diretta. Da quindicenne di sedici anni fa, senza Internet, senza orge, imbottita di pane e cioccolata liquida, preferirei che questa Melissa avesse fantasia, assumesse droghe acide, sognasse ad occhi aperti, fosse un po’ mitomane invece di saperla nella cella dei desideri, consapevolmente toccata e leccata da uomini sconosciuti, esposta al peggiore sesso. Il ragazzo che appare nel finale è studente di lettere e le porta i cornetti a letto. La cioccolata è dolce, lo sperma talvolta.di annarita at 10:30:34
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23/07/2003
Alcune
Tutte le regole sono regole, alcune sono REGOLE. 1. Non mostrare attrazione, anzi, ostentare atteggiamento pressoché schifato verso l’oggetto del desiderio. 2. Non far capire che quell’oggetto del desiderio è desiderato come non accadeva da sempre, anzi, ostentare una serie numerosa di obiettivi sentimentali altri, descrivendo ognuno con l’aggettivo eccezionale ripetuto almeno tre volte. 3. Non scrivere messaggi né telefonare né ricorrere, astinenti, alla lettera elettronica, anzi, non rispondere ai messaggi telefonici e virtuali e rispondere solo per educazione alle telefonate. 4. Anche se allo stadio di astinenza da stoperscrivertilaletteraelettronica, rifiutare la prima e la seconda richiesta di vedersi, se l’oggetto del desiderio resiste, accettare la terza con noncuranza. 5. Accettato l’invito, non prima del terzo tentativo, scegliere abbigliamento discreto ma non mortificante, se siamo donne trucchiamoci e mostriamo la natura femminile, tiriamo fuori le belle gambe e il bel culo, se in dotazione. 6. Durante l’incontro sbuffare ogni tanto, guardare in aria, e, quando meno se lo aspetta, fissarlo con gli occhi perfettamente truccati e brillanti, quegli occhi che non mascherano il desiderio, finalmente. 7. Creati i presupposti di un bacio un altro un altro e così via su un crinale dangerous, tirare in ballo, quando meno se lo aspetta, la sveglia per l’ufficio, con immediato effetto bloccante, l’oggetto del desiderio vi riaccompagnerà chiedendosi dove ha sbagliato e che cavolo di lavoro fate che dovete svegliarvi all’alba. 8. Se l’oggetto del desiderio non vi cancella dalla memoria del cellulare e dalla sua memoria, mantenere, pur desiderando e desiderando di più, l’atteggiamento schifato noncurante distaccato devoalzarmipresto di cui sopra. 9. Se l’oggetto del desiderio ripete l’invito a vedersi, accettate, concedete il bacio della buonanotte e niente di più, se siamo donne sotto l’abbigliamento discreto non indossiamo mutandine e reggiseno, facendoglielo capire. 10. Se l’oggetto del desiderio insiste, se il desiderio insiste, lasciatevi andare, senza distacco ma con classe, sapendo che il vero crinale dangerous è metterci l’anima. Con impegno e costanza si possono violare tutte le REGOLE contemporaneamente, con la stessa persona, con l’anima, e quando è è bellissimo.di annarita at 11:53:43
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22/07/2003
Rumors
Nel letto, suoni, che altri chiamerebbero rumori. La lite. Un uomo, accento del posto, urla, non ce la faccio più, urla di soldi, di case pagate e non pagate, telefona a qualcuno, parla solo e si sfoga così, e continua fino a. Il cantante. Nel quartiere abita un cantante d’opera, temo famoso, che la sera normalmente fa l’opera, altrove. Ieri, giorno di chiusura dei teatri, ha fatto l’opera a casa sua, indirettamente si è esibito per tutti quelli del quartiere. Non si è inceppato su singole parole, come quel sabato pomeriggio tutto di grazieee e poichééé, ieri un canto libero e conciliante. Il commercialista figo e i suoi amici. Alla destra del mio letto c’è una finestra, piccola come ogni spazio ricavato in soffitta, la finestra dà sul nostro giardino, dove ci sono un tavolo e un numero di sedie e candele variabili, così radical chic. Dalla finestrella della soffitta arrivano, confusi con miei sogni alterati e confusi, voci maschili e femminili, stranamente non discrimino la voce del commercialista figo, che quando parla urla, né di cosa parlano esattamente. Mi sono sentita, come è usuale, esclusa, nonostante il sonno penso: di là c’è una festa, c’è gente che si diverte, e io dormo. Di mattina ispeziono il nostro giardino, nessuna traccia di candele consumate e bicchieri sporchi. La voce di donnacheprotesta. In ogni quartiere c’è, per definizione, un rompiscatole. La donnacheprotesta è la nostra miglior rompiscatole. Una mattina se la prese con una persona che ha problemi di udito e che stava sparando la tv a palla, voce della donna, tono stridente, per favore la televisione, urla inutili perché rivolte a chi veramente non sente. Ieri voce della donna, tono stridente, per favore la musica. Non sento musica, però.di annarita at 10:59:10
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21/07/2003
Balaustra
Potrei scrivere che mi manca, che sono certa non ci vedremo per molti giorni, mi aspettano vacanze di spostamenti non sense, perché l'unico sense sarebbe fare quelle cose con lui, l'attesa incerta mi sfinisce, somatizzo, mi riempo di brufoli, il mento fa schifo, mi vergogno di desiderarlo. Potrei dire che non mi piace quando non risponde a messaggi banali, caffé / gelato meridiano, che stamattina alle 4,30, al suono della sveglia, credevo potesse essere una sua risposta tardiva ma molto desiderata a quel messaggio banale, che dovrebbe stare con me quando siamo nello stesso territorio. Potrei dire che mi piacciono moltissimo le sue sfasature da genio, il suo corpo bellissimo e imperfetto, il suo studiare e fare cose, e fare la doccia per lui. Potrei dire che non mi piace il suo fuggire, perché potremmo fare cose. Potrei scrivere che adoro vederlo mangiare, diverso dai miei limiti e dai miei yogurt, dal mio sentirmi, erroneamente, sempre grassa. Che adoro la sua casa di legno, il suo frigo, il suo sapore, vorrei provare con lui le granite al limone di scaturchio, e fare cose. Ieri, mentre aspettavo segnali che non sono arrivati, mentre assorbivo come una spugna la violenza latente propria di ogni microcosmo, ho bulimicamente letto due libri. A pagina 173 di I ragazzi del Mucchio, Silvio Bernelli, Sironi, e non importa cosa sia il Mucchio e cosa racconti Bernelli e chi sia Bernelli, quelli del Mucchio camminano su un pontile di legno, dalla spiaggia bianca di San Diego piena di gabbiani vanno verso l'oceano, fino alla balaustra di legno. Quelli del Mucchio si schiacciano sulla balaustra, ma non possono superarla, c'è l'oceano. Siamo a pochi centimetri dalla spiaggia, l'oceano è lontano, siamo lontani spesso, ma è all'oceano che dovremmo puntare.di annarita at 14:38:37
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18/07/2003
Scuole di scrittura
Nel Piccolo stupidario letterario ad uso delle persone intelligenti affinché sappiano, in ogni occasione, ciò che non devono dire, di Giulio Mozzi per l’Indice, alla voce Scuole di scrittura creativa trovo le seguenti considerazioni da non considerare, riportate con il copiaincolla: 1. Non si può insegnare a scrivere, il talento uno ce l’ha o non ce l’ha. 2. Quelli che le frequentano poi scrivono libri tutti uguali, come i minimalisti americani. 3. Che cosa non si fa per campare. Punto numero 1. Teoricamente è vero, non si può insegnare a scrivere né si può trasmettere quella cosa indefinita, talvolta passeggera, assegnata da combinazioni genetiche misteriose e random, che è il talento. Tuttavia, coloro che hanno talento e voglia di allenarlo e di rispettarlo, coloro che sono indiscutibilmente scrittori, possono trasmettere, attraverso un percorso&opportunità assolutamente non lineare e non garantito, strumenti per allenare e rispettare l’eventuale talento che coloro che sono indiscutibilmente aspiranti da una vita potrebbero avere da qualche parte, come giacimenti di petrolio da sbloccare. Punto numero 2. Ben venga se quelli che frequentano scuole di scrittura riuscissero a scriverli, sti libri, anche libri paragonabili per omologazione ai minimalisti americani, i quali, ci piaccia o ci faccia schifo, hanno rivoluzionato la letteratura post bellica. Pur ripieni di strumenti di storie di sensazioni, come calzoni fritti trasbordanti di ricotta, sti libri restano nei cassetti o neanche, se non si è abbastanza disciplinati, volenterosi, sicuri della propria ricotta. Qualcuno esce dalle scuole et voilà pubblica, la critica acclama, questo qualcuno racconta di come era duro studiare e pagarsi gli studi, di quanto si sentiva solo nella città dove studiava e lavorava per studiare, però non abbiamo serie storiche, solo noi aspiranti che continuiamo senza soluzione di continuità a girare tra scuole e insegnanti, a ricevere offerte vantaggiosissime di insegnamenti, soli totmila euro, a riempirci di ricotta fino a non poterne più, perché troppa ricotta fa male. Punto numero 3. Molliamo il mito dello scrittore maledetto che vive come un randagio crogiolandosi nella povertà e tossicità, la gran parte degli artisti sembrano persone tranquille che, invece di timbrare il cartellino come noi, possono permettersi di svegliarsi, farsi una doccia e un cappuccino, e scrivere. Possono mettere virgole a caso, frasi assurde, storie così, pagine bianche, e dichiarare che sperimentano. Possono raccontare quello che gli pare, perché fanno ufficialmente arte. L’arte ha un prezzo, quindi le scuole, magari troppo, ma devono costare. Io stessa non sono immune dalla voglia di riempirmi di strumenti, sono ossessionata dalla ricotta. Allieva della grande Antonella Cilento. Allieva dell’Holden scrivere di sé, con un tutor carinissimo, alto chiaro di capelli e di occhi sensuale, ma un po’ stronzo, di quelli che dicono seguirò i vostri lavori letterari, riparliamone, scriviamoci, poi lo fai, gli scrivi, vengo a Torino alla Fiera del Libro, gli chiedi ci sarai, non risponde. Allieva del cantiere Holden nel Teatro dell’Archivolto, la mattina lezioni di scrittori, che poi li rincontri due settimane dopo e neanche ti riconoscono, il pomeriggio correzione dei nostri testi con tutor. Capito in un gruppo aggressivo, mi massacrano, il tutor non tutoreggia, un’esperienza mediocre e molto costosa, dal punto di vista letterario, non è una valutazione di quelle persone. A breve allieva di una settimana di scuola estiva con la Omero. Io stessa sono ingorda di ricotta, voglio riempirmene, sbloccatemi le storie sconclusionate che urgono. Poi, come insegna Baricco, che, come pensa anche Mozzi, non è bravo solo in televisione, il talento è un’altra storia, meno sconclusionata dei calzoni alla ricottadi annarita at 10:28:34
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