29/06/2003

A cosa serve sottotitolo volersi bene

"E, ormai, tutta la mia vita si limita ai prossimi cinque minuti. In questa storia non ci sono altri esseri umani. Non proprio. E' quello che mi piace di più delle pillole: sono l'unica cosa con cui coltivo un rapporto. L'unica cosa che mi importa è da dove ne verranno delle altre. E' la mia unica preoccupazione. Per il resto, potrei anche non esistere. Sono in un luogo dove non c'è differenza tra maggio o dicembre e l'unico tempo che abbia importanza sono i minuti tra una pillola e l'altra, quando penso solo alla mia prossima pista". La giornata era iniziata bene, "Nuda" da Giulio. Nel bar, dopo aver tormentato mia sorella, bella musica. "Mi ritorni in mente", da bambina ore di questa canzone, me la cantava. "Ti voglio bene non l'hai mica capito", in effetti mi sentivo piena di bene, voglio bene al mondo. Ho preso il cellulare rotto, ho scritto "ti aspettavo", voglio bene al mondo. Via Del Tritone si scioglieva sotto le suole consumate, scendevo su asfalto molle e nessuno attorno. Arrivavo a Fontana senza sbagliare strada, entravo in Mondadori, toccavo tutti i libri, sceglievo Elizabeth Wurtzel "Sull'orlo di una felicità (ir)raggiungibile", voglio bene al mondo. Ricaricavo la tessera internet, controllavo la posta tanto per fare. Il messaggio, "scusami ho deciso di partire prima per problemi di lavoro.", il punto incluso assume un significato preoccupante. Da due notti e un giorno, aspettavo. Sono maledetta, amo e fuggono velocemente, Napoli mi caccia, non mi dà lavoro e mi rifiuta, questo è un rifiuto tutto napoletano. So che passa, passerà anche questa persona che dice, una domenica estiva, di dover lavorare, spegne il telefono. Perché faccio paura, potrei pretendere un fidanzato, un figlio, una vita normale. Invece. Due mesi che non faccio la spesa, non ceno, non dormo, non faccio palestra, consumo suole alla scoperta della città, mi butto. La musica diffusa dice "le cose non vanno mai come credi quello che è stato c'è stato lo metteremo nel nostro passato". Mia sorella ritelefona, si arrabbia, non mi sopporta così. Ora non so cosa farò. Se avessi le pillole, le userei forse. Ho niente. A cosa serve sottotitolo volersi bene. Al messaggio ho risposto "spero di vederti", lo leggerà
di annarita at 15:18:22 1 Commento

28/06/2003

In libreria a Roma

Vago come una cogliona nella libreria aperta nel centro storico della città storica. Nell'ordine ho acquistato la tessera internet fornendo patente con foto orribile, preso caffè e bicchiere di acqua minerale naturale mangiando a scrocco quattro biscotti che peggioreranno il corpo, piantato una scenata perchè tutti i bagni di questa libreria all'avanguardia non hanno la chiave, ho urlato gli esercizi pubblici devono avere un bagno funzionante a norma di legge, ho proprio rimarcato a norma di legge, mi hanno risposto schifati dal mio isterismo ci denunci, ho sobillato avete molti avvocati, ho dato fastidio, chiedendo libri che regolarmente non hanno, prendendone uno da leggere se non vado via, toccando tutte le cose in vendita al piano superiore dove lavora uno bello, con cui avevo giocato tra i tavoli a pranzo ma devo essere sembrata troppa isterica per i suoi gusti, potrebbe essere il primo amico veramente romano, eterosessuale. Perché un "problema" è che frequento molti omosessuali, tutti niente male. Ieri ero a cena con quattro uomini, le apparenze ingannavano. Questa mattina ho avuto la conferma di un sospetto antico. Ho una mente alterata. Una persona, senza nome e cognome altrimenti si arrabbia di nuovo, ha letto un mio articolo e ha notato che non sarebbe accaduta nenache la metà delle cose da me descritte o non in quel modo, l'ho nominato troppe volte contro le sette dell'autrice, prima o poi si registra così mi inchioda, avrei detto male di una attrice presente alla presentazione del libro dell'articolo, che invece mi ha ispirato cose buone. Ho una mente alterata. E' per questo che non telefona. Che mia sorella non ha letto del nostro "sogno", gliel'ho spedito direttamente dove mi ha detto. Che vivo qui, in una città deserta, piena di bagni senza chiave, di persone senza chiavi di accesso, di cose da fare ma non da soli, di residence all'eur, di agenzie immobiliari che fanno penare per fittare, di mare non mare, di saldi che iniziano dopo il mondo intero. Dalla libreria di Roma è tutto, vorrei andare dalla mia famiglia, che mi sopporta isterica e gonfia e sbagliata
di annarita at 16:11:22 1 Commento

26/06/2003

Sogno

I sogni andrebbero annotati, significano qualcosa, G. frequentava un interprete di sogni a NY e scrisse un racconto bellissimo. Mia sorella si offre di accompagnarmi ad un torneo di tennis, Wimbledon. Lei è di spalle, non posso vederla, non capisco come è vestita, se è vestita. Io nel sedile posteriore, ridicolmente vestita di fucsia, colore che odio. Partiamo da Roma, ho la racchetta che dovrebbe essere altrove, la tengo stretta sulla spalla sinistra da seduta, di sportivo ho solo la racchetta, quindi non devo giocare a Wimbleodn, il che ha una sua logica. Siamo in un'utilitaria, che non possediamo, le strade sono costiere, a sinistra rocce a destra il niente sotto il mare ondeggiato. Le chiedo se posso sedermi accanto, voglio vederti in faccia mentre guidi, le dico, il viaggio è lungo. Frena, mia sorella, con poca delicatezza. Accosta, dal lato che dà sul mare in tempesta. Scende, non so come faccia a non cadere, scendo, non cado. Si avvicina ma continuo a non distinguerne i contorni, mi indica una casa che galleggia sulle onde, una roccaforte bianca a metà tra dimore storiche capresi e location di un famoso film (la bionda che accavalla gambe senza intimo). Mi dice, vedi quella casa, mi hanno chiesto di piazzare un paio di libri (mia sorella non "piazza" libri). Dice saliamo, indicando con lo sguardo la macchina. Salgo dalla parte rocciosa, quindi torno a sedere dietro, lei sale al posto di guida, dalla parte a picco, non cade. Chi è l'uomo che incrocia con la sua macchina la nostra, parcheggiata o in movimento, incastrandoci. Perché per andare a Wimbledon passiamo dalla costa. Perché andiamo a Wimbledon, perché guida lei, perché ho la racchetta. Cadiamo o no.
di annarita at 08:39:04 1 Commento

25/06/2003

Ceretta

La parte peggiore della giornata è dover inventarmi un dopo lavoro, qualcosa da fare fuori dal refrigerato silenzio dell'ufficio. Mentre scrivo festeggiano una scrittrice inglese nella casa dell'Editore italiano. Non sono stata invitata, avrei indossato i tacchi a spillo impolverati. Invece ceretta al Girasole. Dentro un caldo tropicale, è come essere andata a tirar via i peli in Africa. Tutto si è svolto su una poltrona trasformabile, versione sedia, versione letto, versione mista, con un telecomando giochiamo alle giostre. Francesca, che si rivelerà estetista severa e psicologa fine, inizia a chiedere. Cosa devi fare, vediamo, cosa facciamo prima, spogliati, appendi i vestiti lì, la cera è a temperatura corporea (non ho idea di cosa significhi ma l'ha detto con un tono molto convincente). Intanto mi guarda e percepisco che lei percepisce i miei difetti. Sono nuda sulla poltrona in versione letto, inizia dalle ascelle, una sola passata. Non ha niente da obiettare, anzi, mi mostra orgogliosa i peli che vanno via che è una meraviglia. Le gambe. Nessun problema di peluria, ma. Hai le gambe gonfie, problemi di ritenzione, non è che tu abbia tutta sta cellulite. E' vero, ho le gambe un pò gonfie, rispondo, ho appena avuto le mestruo, aggiungo, guarda che bevo molto è che ho sospeso la palestra ma nel nuovo quartiere, insisto, cercando io di essere convincente. Poi l'inguine, minuti in cui assumiamo posizioni equivoche, ho ipotizzato una retata della polizia, è un quartiere frequentato da molti calciatori, un nuovo scandalo donne e pallone. Il risultato è un lavoro pulito, forse sprecato, non andrò al mare e allo specchio mi osservo da sola, quando non decido di ignorarmi. Le mani. Francesca diventa la dottoressa. Mi aveva detto del suo uomo, biondo con gli occhi azzurri, perfetto per lei che è una bella bionda. Io mi ero tenuta su discorsi noiosissimi, lavoro, non conosco nessuno, faccio cose di libri, che palle, ha detto. Mi lascio andare (la dottoressa dice ti senti sola, si vede che hai bisogno di parlare), una diga rotta, la travolgo, il passato, il presente un pò passato, il futuro. Mi cura le unghie tra frammenti di amore, non so perché. Eppure la conversazione migliore da quando vivo qui l'ho avuta con una bella estetista dottoressa, quel pomeriggio di spleen sentimentale. Prima di andare compro una borsa di paglia, che mi aiuterà a ricordare il caldo del Girasole. A "casa" è di turno il portiere carino, mi offre cucchiai per la cena, a base di yogurt, secondo e terzo di oggi, roba da diarrea. Salgo alla 114, mi spoglio, osservo allo specchio le gambe. Sono gonfie.
di annarita at 22:39:20 3 Commenti

24/06/2003

Capitale da esportazione

Capitale da esportazione, persone che nascono, studiano e immaginano percorsi nel Sud, e regolarmente vanno in cerca di fortuna altrove, ovunque purchè non nel Sud del mondo. Un economista ad un altro economista "formate capitale da esportazione". Ho scoperto cosa sono, capitale da esportazione, in effetti sono stata esportata un sacco di volte. Mi è capitato di riscrivere il curriculum, è stato come rivivere i traslochi, i momenti di smarrimento e disorientamento dei luoghi nuovi, le meschinità di ogni ambiente lavorativo (esempio: qui da due mesi, mi hanno già escluso da una gita), le notti con il cellulare acceso in attesa, gli sbalzi di peso, le telefonate e le lettere a semplici conoscenti della città natìa solo per vaga nostalgia, l'indifferenza della città natìa e dei pochi amici molto impegnati a decidere se andare al mare a Sorrento o a Capri, l'indifferenza della nuova città, quel mostro. La notte non ho dormito, confusa sul dove fossi, incredula di essere ricascata nella fase esportazione di capitale umano. Ieri sono andata nella casa che sarà "mia", abbiamo fatto l'inventario, cucchiaio da dessert per cucchiaio da dessert, sulla banchina della metro avrei voluto piangere, pensavo ossessivamente rivoglio la mia vita (ufficio palestra monolocale feltrinelli vestiti palestra feltrinelli e così via). La sensazione di incredulità non è passata, acuita da faccende private, squallide come d'uso.
di annarita at 09:17:04 3 Commenti

22/06/2003

Leggere Fnac

Non so dove mi trovo, mercoledì ero qui, giovedì no, venerdì notte si, ieri si e no, ero al mare, di notte si, qui, stamattina anche, poi sono andata, la porta. Ieri, scesa dall'aliscafo, in ciabatte e prendisole, ho camminato come un'invasata, dal molo di Mergellina alla Feltrinelli del centro, in ciabatte. Ho passato ore a cercare di stare in piedi, essere di compagnia, annuendo ogni tanto, cercando di sembrare normale. Ero a pezzi, ogni pezzo faceva male, troppo sole, prendere i treni, correndo. Anche le ciabatte facevano male, e i bracciali pesanti che ricadevano sul palmo della mano destra, dove c'è un gonfiore rosso, confuso nell'abbronzatura rossa. In piedi non stavo bene, né seduta, stesa, desideravo stendermi, per favore. Stamattina, porta chiusa, via, un'altra libreria, Fnac. L'aria condizionata gelata, il libro Carmel letto senza pause, il caffè preso e dimenticato nella tazza, gelato dall'aria condizionata. Un lungo racconto, Carmel è barista a Manchester, venti anni, divora libri e storie e film e beve facendosi venire la pancia. E' innamorata di uno che non la vuole più, ha l'ossessione di rintracciare il cantante che amava da quattordicenne, cantante dedito a faccende più serie ora, eroina. Favola grigia, tutto andrà a posto ma non completamente. Una scrittura bellissima. Avrei desiderato portare quel libro nella casa in legno che non è mia, mettermi seduta sulla sedia da regista, levare le scarpe, appoggiare i piedi sulla sedia, e fermarmi, con il libro sul tavolo di legno, senza treni che corrono e mi superano.
di annarita at 14:29:50 Commenta:

19/06/2003

Tengo pudore

Le cose che avrei da dire sono cose che terrò per me. Quindi le parole che verranno oggi non sono proprio mie, non nel senso morboso di scoprire me, sono parole di una annaritabriganti che ha un blog, che è me solo in parte, e non oggi, quando una parte di me è in un'altra città. RACCONTO SENZA TITOLO. Entrerà al Caffè Greco in Via Condotti, mangerà paste e biscotti e panna e noccioline se potrà, verrà fuori gonfia. Quella ragazza sono io, venti anni, cento chili. Facile come presentazione, venti anni cento chili, non suona male. Venti anni cento chili, mica è da tutte. Sono gonfia, certo, mangio quello che capita, e lo faccio capitare spesso, mangio quello che mi fa male, tanto cento chili è il mio peso forma, non corro pericoli. Oggi ho scelto il Caffè Greco per la mia ora di autogratificazione, come la chiama la psicologa che cerca di farmi diventare come voi, magra. Ieri ero da Rosati in Piazza del Popolo, domani andrò nel nuovo caffè che è all’angolo tra Piazza Barberini e Via del Tritone, lo inaugureranno, ci sarà un rinfresco, gonfiarsi di dolce e salato è ancora più saporito. Dopodomani potrei tornare qui, o chissà, guarderò le vetrine, come voi che vi interrogate ore sul colore dei prossimi pantaloni, e sceglierò. A volte, quando voglio che l’autogratificazione sia austera, prendo la metro, scendo all’ultima fermata della linea B. Ci sono tre bar, bar numero uno bar numero due bar numero tre, scelgo a caso. Nel bar numero uno lavora il barista rosso, l’unico che mi rivolge la parola, a volte. Mangerò un cornetto algida, un magnum, e, se sarò fortunata, il piatto di pasta pomodorini e funghi avanzato dalla pausa pranzo degli impiegati della zona. La pasta fredda sarà buonissima, unita alla panna del cornetto e al cioccolato del magnum, i funghi saranno buonissimi. Siederò al tavolino alle spalle del giornalaio, tra Viale Europa e Via dell’Arte, sosterò il tempo di godere, allo scadere dell’ora mi incamminerò verso la metro, gonfia. Vedrò scorrere tutte le fermate, cambierò cercando di infilarmi nella linea A, poi casa, dove siederò a tavola. Faccio questo tutti i pomeriggi. A casa lo sanno, infatti mi hanno spedito dalla dottoressa. La dottoressa lo sa, e cerca di essere tranquillizzante con la sua aria terribilmente magra e alla moda, nell’elegante studio dove riceve giovani ciccione bulimiche a 500 euro l’ora. Fa le marchette con la pazzia e sorride elegante ai pazzi. Da fuori sembro questo. Una pazza sformata, vecchia pazza sformata, se hai venti anni e cinquanta chili di troppo sembri vecchia. Per adesso non parlo ancora da sola. Nei pomeriggi passati a gonfiarmi mastico, senza parlare, senza alzare la testa da ripiani unti, senza voltarmi verso chi mi osserva con compassione. Ma un giorno di questi ve ne canto quattro, che avete da guardarmi, cosa volete, chiedete, avvicinatevi, chiedete perché sono grassa e vecchia a venti anni, chiedetemi perché odio la dottoressa marchettara, perché odio voi e la vostra esistenza perfetta, perché odio me stessa, vecchia pazza e sformata. Sono sempre stata così, non pazza, grassa voglio dire. Da bambina i parenti non facevano che lodare il mio appetito, lei si che mangia tutto, e giù ad ingozzarmi di vongole, torte, fritture, mozzarella, un sacco di mozzarella. Aspettavo le feste degli altri bambini per mangiare. All’epoca era molto di moda la nutella, una festa come si deve non poteva prescindere da tanti panini dolci con la nutella. Io arrivavo, una piccola palla vestita d’organza, davo il regalino, correvo al tavolo, facevo volare via i tovaglioli che coprivano le pietanze, che volavano via sporchi di olio e cioccolato, e iniziavo la mia festa. I panini dolci alla nutella li preferivo bagnati di cola, quattro panini un bicchiere, fino a non distinguere i sapori, finché gli altri bambini non mi scostavano, con la forza e la derisione. Ero una bambina grassa ma furba, mollavo i dolci ma andavo in cerca di cose salate, rimasugli di patatine lisce e rigate, pezzi di tramezzini con la maionese, grana, qualsiasi cosa, pur di non ballare, di non parlare. Quelle feste iniziavano alle quattro del pomeriggio. La baby sitter arrivava alle sette, ma raccontavamo che non si era mai allontanata, alle sette e trenta sedevo a tavola, dove magari trovavo crostini con mozzarella e pomodoro cotti in una teglia in forno, dopo aver riempito bene bene la teglia di olio. Le sere dopo quelle feste dormivo felice, forse per merito della nutella, anche se mi svegliavo con la pancia dolorante e una faccia orribile, gonfia. Senza stare ad annoiarvi con la solita storia dell’infanzia tormentata, della famiglia distratta, che tanto lo sappiamo, è così, siamo una generazione di bambini lasciati a marcire davanti al televisore, schermo acceso e bocca piena, lo dice anche la dottoressa.
di annarita at 14:46:29 4 Commenti